Lo scontro fra Galileo e l’ordine costituito attraverso le sue osservazioni viene approfondito da Stillman Drake (1910-1993), storico statunitense dedito alla scienza, in uno dei numerosi saggi che dedicò allo scienziato: Galileo’s explorations in science, “Le indagini di Galileo nella scienza”.
Drake presenta Galileo come un esploratore, un indagatore “nella scienza” inteso come complemento di luogo: con metodo scientifico investiga nel campo dell’astronomia e della fisica, riassumendo le sue indagini esposte nel Sidereus Nuncius. Le definisce “nella scienza” poiché sfidano i principi aristotelici, i fondamenti dello studio dell’universo ai suoi tempi. Sfida la tradizione di quel campo del sapere, senza uscirne. Drake riferisce i dubbi del tempo sulle sue osservazioni: fra chi era strenuo difensore della filosofia d’Aristotele, chi credeva che il cannocchiale fosse un inganno o che producesse illusioni ottiche, o chi, come i filosofi, era tra i più strenui oppositori di Galileo. Ciò porta lo storico ad attribuire a Galileo anche esplorazioni che hanno come oggetto d’interesse la scienza stessa, “della scienza”, prendendo come massima espressione di ciò il suo approccio alla Fisica, più specificatamente alla caduta dei gravi (i moti di corpi in caduta libera verticale). Attraverso essi, in realtà, esplorerà orizzonti più ampi che il semplice oggetto di ricerca, andando a scavare nella metodologia della scienza stessa.
Drake dimostra il suo pensiero esaminando l’episodio della torre pendente a Pisa, dubitandone l’accuratezza storica, ma considerandolo una valida rappresentazione della società dell’epoca, ancora legata ad un approccio astratto e filosofico alla scienza, ciecamente fedele ai saggi del passato, come appunto Aristotele. Ciò, secondo Stillman, la rendeva cieca davanti al lavoro di Galileo, come dimostra l’episodio della torre.

Giovane professore di Matematica a Pisa, Galileo raccoglieva i suoi studenti in cima alla torre per osservare insieme la caduta di due pesi, uno decisamente più pesante dell’altro, ma del medesimo materiale. Quando Galileo aveva spiegato che fra i due tempi di caduta non avrebbero trovato una grande differenza gli studenti avevano ribattuto perché, come afferma Aristotele e quindi anche il loro professore di filosofia, i tempi sarebbero stati proporzionali al peso dell’oggetto e la distanza di tempo, fra una e l’altra caduta, piuttosto significativa. Si invita quindi anche il docente di filosofia. La dimostrazione si conclude a favore di Galileo: i pesi raggiungono terra quasi simultaneamente. I libri di scuola, però, da quel giorno non cambiarono e lo scienziato nel 1592 non rinnovava la sua cattedra a Pisa, per trasferirsi a Padova.
Più avanti Galileo, oltre alla sensata esperienza, che è la dimostrazione dalla torre, avrebbe sviluppato una necessaria dimostrazione (ragionamento logico che parte da un’intuizione e procede con una supposizione, per formulare un’ipotesi teorica basandosi sulla matematica, senza una prova empirica.) Nel trattato De motu immaginava due oggetti di massa uguale, che cadono contemporaneamente da una medesima altezza. I tempi di caduta saranno gli stessi. Ipotizzando che i due oggetti siano, invece, legati l’uno all’altro da un fune, non c’è motivo per cui dovrebbero cadere più velocemente di prima, o uno più lentamente dell’altro. Questo paradosso spinge Galileo a esplorare la scienza, nuovo oggetto d’indagine, a dubitare la metodologia. Ritiene che alla Fisica utile, applicabile, non sia più sufficiente la logica sintattica che, come appena dimostrato, può portare a due conclusioni completamente differenti (la conclusione di Galileo e il principio di Aristotele). Si precisa che lo scienziato non intende abolire Aristotele, ma riprende i suoi colleghi che, affidandosi troppo ai libri, mancano di vedere la realtà davanti ai loro occhi. Quella di Galileo è l’aggiunta alla filosofia naturale di una nuova dimensione, empirica, descritta con linguaggio matematico. Se, infatti, era già vastamente utilizzato nell’astronomia, Galileo è il primo ad applicarlo anche alla Fisica.
Nei suoi seguenti studi sulle cadute dei gravi e sulla loro accelerazione, sarà essenziale la matematica per le misurazioni negli esperimenti: annotare distanze e tempi, non esistendo ancora un’unità di misura della velocità, così da sviluppare le leggi che la governano, come ”la distanza dal punto di quiete è il quadrato del tempo trascorso”. Galileo ha reso pubblici gli esperimenti per verificare le sue affermazioni e sono tutti descritti rigorosamente, tenendo conto di un’area d’errore nei risultati e istruendo le misure secondo proporzioni e non unità di misura, al tempo non universali. Sul suo metodo Galileo scrive approfonditamente ne Il Saggiatore.
Stillman Drake conclude con due riflessioni principali: le esplorazioni di Galileo non si fermano ai fenomeni, ma si concentrano anche sulla scienza stessa, proponendo un nuovo approccio che parte dalla sensata esperienza, che sia delle stelle o delle cadute dei gravi. Non solo mette in discussione la dottrina aristotelica, ma anche il modo in cui i filosofi la sostengono, il loro metodo scientifico. Con una citazione del professor Victor Weisskopf ¹, sottolinea inoltre il cambio di prospettiva su cui Galileo conduce la scienza: non ci si concentra più sul “perché” degli eventi, non si può in campo scientifico vedere l’universo come un piano perfettamente calcolato. Le sue leggi sono della natura e non a misura di uomo. Uno scienziato si deve concentrare sul singolo fenomeno e da lì partire a formulare una legge, una nuova certezza. Queste sono le esplorazioni “fatte dalla scienza” di cui parla Drake all’inizio del saggio, identificate come l’approccio moderno alla scienza.

Per Stillman, il telescopio di Galileo parte dai cieli e si sposta sulla scienza stessa, sull’autorità costituita identificabile con gli aristotelici. Riflette sulle conseguenze delle scoperte di Galileo, che vanno ben oltre gli astri. Compie un ragionamento simile Bertolt Brecht in Vita di Galileo, mettendo però lo strumento in mano al popolo: le nuove scoperte che smentiscono la Chiesa portano lo sguardo proprio su di essa. Gli ecclesiastici sono l’autorità e, come riflette Brecht nella conclusione dell’opera, non reagisce a Galileo con intenti oscurantisti o maligni: semplicemente si comporta da Legge. Il suo scopo è mantenere l’ordine costituito; non può perciò rimanere in silenzio davanti a qualcosa, o qualcuno, che lo disturbi.
Il telescopio spezza le certezze, porta ad osservare più da vicino la realtà e a metterla in discussione.
“Lo strumento del demonio”, così è definito nella scena VI da un astronomo della Chiesa, non è tale di natura. Sono le azioni che conseguono al suo utilizzo a definirlo: per Stillman la rigidità dei filosofi è causa della violenta separazione tra scienza, filosofia e religione, che ha determinato una battuta d’arresto nello sviluppo umano, riconoscibile tutt’oggi. Per Brecht sempre la separazione fra scienza e Chiesa e l’abbandono del popolo da parte della scienza, spogliato da ogni certezza, trovano la causa in Galileo. Sono opinioni ben diverse che, però, si scontrano su un problema comune: il distacco fra Chiesa e scienza causato da Galileo Galilei e le sue osservazioni al telescopio.
Valentina Lixin Noè 4D
BIBLIOGRAFIA:
Vita di Galileo, Bertolt Brecht, Einaudi (2014)
Sidereus Nuncius, a cura di Andrea Battistini, traduzione di Maria Timpanaro Cardini, Marsilio (2001)
Vivere la filosofia 2: Dall’Umanesimo a Hegel, Paravia (2021)
Galileo’s Explorations In Science, Stillman Drake, Dalhousie Review (1981)
[1] Since the beginning of culture man has been curious about the world in which he lives; he has continually sought explanations for his own existence and for the existence of the world-how it was created, how it developed and brought forth life and humankind, and how one day it will end. Early ideas on that subject were developed in a mythological, religious or philosophical framework. All these ideas have a common characteristic, they are directed to the totality of the phenomena; they want to account for everything that is. They intend to present the absolute truth by attempting to give immediate answers to the fundamental questions of existence such as Why is the world the way we find it? What is life? What is the beginning and the end of the universe?
Several hundred years ago human curiosity took a different turn: instead of reaching for the whole truth, people began to examine definable and clearly separable phenomena. They asked not … How was the world created? but How do the planets move in the sky? In other words, general questions were shunned in favour of limited ones to which it seemed easier to get direct and unambiguous answers. Then the great miracle happened. The restraint was rewarded as the answers to limited questions became more and more general. The renunciation of immediate contact with absolute truth, the detour through the diversity of experience, allowed the methods of science to become more and more penetrating and the insights to become more and more fundamental. The study of moving bodies led to celestial mechanics and an understanding of the universality of the gravitational law […] Thus something like a scientific world view arose in the twentieth century, a synthesis of scientific insights gained over the past five hundred years.
The world view of natural science differs […] from the religious, mythological and philosophical ones. […] What it perceives as “the scientific truth” is steadily revealed in partial steps, sometimes big ones, sometimes small ones and sometimes even steps backward. Some present knowledge will turn out to be mistaken.


















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