Galileo è diventato celebre come uno scienziato formidabile del Rinascimento, costretto però dalla Chiesa ad abiurare nel 1633 a causa delle sue indagini sul sistema copernicano, in diretto contrasto con il sistema tolemaico, considerato l’ordine dell’universo dai tempi più antichi.

L’inizio dell’esplorazione del cielo di Galileo, però, si può datare a decenni prima, nel 1610. In Italia un nuovo marchingegno dall’Olanda si è diffuso per le strade: un tubo con all’interno due lenti, una concava e una convessa, che permettevano di ingrandire il mondo intorno a sé guardandoci “dentro”. Era l’antenato del cannocchiale. Considerato alla pari di un balocco per spiare i giochi dei signori, attira invece l’attenzione di Galileo, deciso a migliorarlo, a tal punto che “venni a tanto da costruirmi uno strumento così eccellente, che gli oggetti visti per il suo mezzo appaiono ingranditi quasi mille volte e trenta volte più vicini che visti a occhio nudo” come annuncia orgogliosamente nel Sidereus Nuncius. Lo scopo di tanto lavoro era di puntare lo sguardo d’indagine verso il cielo, non più sulla terra come i suoi contemporanei. Ma niente poteva preparare lo scienziato alle meravigliose scoperte di quelle notti, meticolosamente descritte nel Sidereus Nuncius, letteralmente “Il messaggero celeste” o “Annuncio sugli astri”.

Dedicato al granduca di Toscana, Cosimo II De Medici, illustra ciò che Galileo ha potuto osservare sulla Luna, la Via Lattea, le nebulose, su nuove stelle fisse e sulle quattro stelle di Giove, che in onore del signore di Firenze nomina Astri Medicei.

Descrive le macchie della luna, che rivela la superficie aspra dell’astro, ricca di cavità e sporgenze. Sono presenti sia nella zona illuminata, sia in quella oscurata, nonostante siano meno evidenti. Galileo calcola che una cavità in particolare, perfettamente circolare, superi le 4 miglia italiane in altezza, (all’incirca 7400 m, una grandezza mai calcolata sulla Terra nel Seicento), osservando come i raggi del sole man mano illuminino “la valle” e prendendo come esempio i monti terrestri che, col giorno che avanza, sono rischiarati dalle vette fino ai loro piedi. I primi a scandalizzarsi di fronte a queste affermazioni sono stati gli studiosi dell’epoca, i filosofi che illuminavano la via della scienza con la Bibbia in una mano ed i testi di Aristotele nell’altra. Galileo si scontrava col principio aristotelico della perfezione dell’universo, secondo cui gli astri sono di forma ideale, sfere perfette, dalla superficie completamente liscia.

Inoltre, considerava la possibilità che la Luna fosse avvolta da una sostanza densa irradiata dalla luce del Sole, causa del candore che presenta anche nel suo lato in ombra, facendolo risaltare rispetto al buio della notte. Simile, nota Galileo, sarebbe stata la Terra: proprio grazie a questa “aura” il cielo si rischiarava all’alba. Mettendo in così stretta relazione la Terra e la Luna con le due analogie, sulle cavità e sull’aura, Galileo contraddiceva la netta divisione che Aristotele aveva posto fra il mondo terrestre e quello celeste. Appariva come un errore di sillogismo: tutto ciò che è in cielo è perfetto e la Terra è diversa da tutto ciò che è in cielo, quindi la Terra non è perfetta e, viceversa, ciò che è in cielo non è imperfetto.

Grazie al telescopio, Galileo osservava anche centinaia di stelle non visibili all’occhio umano, poiché non altrettanto luminose rispetto, ad esempio, alla costellazione di Orione, o alle Pleiadi. Ne distingueva diverse che compongono la Via Lattea e le nebulose, fino ad allora considerate zone ove l’aria sarebbe stata più densa e irradiata dai raggi solari: luminose per questo.

Gli astri a cui lo scienziato dedicava la maggior parte del trattato sono state, tuttavia, le Stelle Medicee e il motivo non risiede nell’esaltazione del granduca di Toscana a cui erano dedicate, ma nel loro movimento. E’ proprio la sua esistenza che meraviglia Galileo e lo spinge ad annotare e disegnare per due mesi, dal 7 gennaio ai primi di marzo, le loro posizioni ogni notte. Al momento della loro prima osservazione, infatti, è stato sorpreso, ma per poco: le classifica come “stelle fisse” nei pressi di Giove, senza preoccuparsi particolarmente della loro posizione, e passa ad altro. Il giorno dopo, “non sa da qual destino condotto”, ritorna tuttavia col telescopio su Giove e nota come, se prima due stelle si trovavano ad Oriente e una ad Occidente del pianeta, ora tutte stavano ad ovest. Si chiede se non abbia sbagliato a calcolare la traiettoria di Giove e l’astro si stia spostando verso Oriente contro ogni previsione; comunque annota le posizioni e persino le distanze fra gli astri e il pianeta. La notte seguente, le stelle sono solo due e stanno alla sinistra di Giove. Non ha dubbi che siano sempre le stesse annotate in precedenza; quindi non ha altra scelta che continuare a documentare. Giunge pertanto alla conclusione che le Stelle Medicee, in realtà quattro, orbitano attorno al pianeta, sfidando il principio per cui tutti i moti celesti avrebbero avuto come centro la Terra. Ovviamente, se questi astri compissero veramente un’orbita attorno a Giove, si aprirebbe la possibilità di avere differenti centri per diversi moti: ad esempio, la Terra potrebbe girare attorno al Sole, mentre la Luna orbita intorno ad essa.

Tino Buazzelli e Andrea Festari, Galileo che spiega il sistema copernicano al piccolo Andrea in “Vita di Galileo”, Giorgio Strehler, 1963

L’indagine di Galileo verso il cielo non si sarebbe fermata con il Sidereus Nuncius: più avanti avrebbe osservato le fasi di Venere, nel confronto con la Luna, e le macchie solari, che metteranno in discussione l’eternità e immobilità dell’universo, alterandosi nella forma e, così, mutando la superficie del Sole (ne scrisse in Istoria e dimostrazione intorno alle macchie solari, pubblicato nel 1613). Avrebbe poi definito Saturno “tricorporeo”, essendo il primo ad averne osservato gli anelli, erroneamente interpretati come due satelliti.

Tutte le sue osservazioni sono ampiamente sostenute da disegni schematici e chiari, dati e descrizioni basate sulla geometria: segmenti, punti, angoli, circonferenze e triangoli sono parte del vocabolario scientifico di Galileo. Nel Sidereus Nuncius descrive, per giunta, come costruire il cannocchiale da lui utilizzato, con l’intenzione di permettere a chiunque di riprodurlo e puntarlo al cielo, per confermare o smentire le sue affermazioni. Crede che “con la certezza della sensata esperienza” chiunque sia obbligato a confermare le sue conclusioni in merito alla Luna e al resto del trattato.

Davanti a questo discorso così perfettamente costruito, pare disperata la negazione completa di ciò che lo scienziato scrisse: viene perfettamente illustrato da Brecht ne Vita di Galileo nella scena IV. Galileo desidera mostrare al granduca Cosimo, ma soprattutto al filosofo e al matematico di corte, le stelle medicee da lui scoperte.

FILOSOFO: Grazie, figliuolo. Ma ho paura che non sia una faccenda tanto semplice. Prima di far uso del vostro celebre occhiale, signor Galilei, gradiremmo la cortesia di una disputa sul tema se questi pianeti [le stelle così erano definite] possano realmente esistere.

MATEMATICO: Una disputa secondo le regole.

GALILEO: Permettetemi un consiglio: cominciate col dare un’occhiata. Vi convincerete subito.

Con questo tono, pressappoco, si sviluppa la conversazione: Galileo energicamente incita i due a guardare attraverso il cannocchiale, mentre loro rifiutano, dubitando dell’esistenza degli astri e proponendo una discussione in merito. L’esasperazione del lettore è immensa: perché non possono completare il semplice gesto di guardare?

Il fatto è che la visione delle stelle medicee confermerebbe ben di più che la loro semplice esistenza. Si mettevano in discussione tutte le certezze dell’epoca: non solo i secoli di scienza, ma la Chiesa, la filosofia, la base del pensiero.

Si approfondirà maggiormente questo aspetto nella seconda parte dell’articolo, attraverso il saggio di Stillman Drake, Galileo’s explorations in science, “Le indagini di Galileo nella scienza”.

Valentina Lixin Noè 4D

 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Vita di Galileo, Bertolt Brecht, Einaudi (2014)

Sidereus Nuncius, a cura di Andrea Battistini, traduzione di Maria Timpanaro Cardini, Marsilio (2001)

Vivere la filosofia 2: Dall’Umanesimo a Hegel, Paravia (2021)

Galileo’s Explorations In Science, Stillman Drake, Dalhousie Review (1981)

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