Se si fosse posta questa domanda a una persona di 300 anni fa, forse avrebbe tentennato nella risposta. L’idea della “patria” e quella del “patriottismo” nacquero più di 2.000 anni or sono, nei dibattiti politici della Grecia delle Poleis, e vennero adottate da Roma, dopo la cui caduta, però, vennero quasi dimenticate nell’accezione per noi più attuale, per molti secoli (alcune forme di “nazionalismo vennero mantenute soprattutto ironicamente, nella frammentata Italia, col concetto di patria communis), sostituite dalla fedeltà al sovrano del momento o alla Chiesa, fino alla Rivoluzione Francese, quando la Convenzione Nazionale ebbe bisogno di mobilitare tutti gli uomini tra i 18 e i 25 anni.

Prima di allora, le guerre non si combattevano per ideali, ma per denaro o per fedeltà dinastiche. Gli eserciti erano composti in gran parte da mercenari: professionisti delle armi che vendevano i propri servizi, o contadini arruolati a forza. La Rivoluzione Francese ribaltò questo paradigma inventando la leva di massa (levée en masse): il servizio militare divenne un obbligo, ma anche un diritto del cittadino. Mandare al fronte un popolo intero richiese una motivazione psicologica senza precedenti: non si moriva più per il Re, ma per difendere la propria terra, i propri diritti, i propri connazionali. Questo fu uno dei più potenti motori di identità collettiva della Storia: le persone partivano dai loro villaggi isolati come contadini che parlavano solo il dialetto locale e tornavano dal fronte sentendosi Francesi o Austriaci. Il prete Emanuele Joseph Sieyes ebbe una parte importante in questo processo, essendo il primo a sostenere che la Nazione non erano l’aristocrazia o il clero, ma la gente comune, il Terzo Stato.

Nel 1789, i rivoluzionari francesi presero in prestito ed espansero le idee di Seyes (oltre a quelle di Rosseau, Voltaire, Locke, e molti altri), dichiarando che non era il Re, ma la Nazione, la fonte del potere.
Paradossalmente, fu proprio l’espansionismo francese (rivoluzionario prima, napoleonico dopo) a diffondere questo “virus” politico nel resto del continente, dato che le armate francesi portavano con sé i concetti di libertà e, appunto di Nazione; tuttavia, i popoli invasi (tedeschi,  italiani, polacchi, spagnoli, russi, etc.) iniziarono a usare quella stessa idea di ‘nazione’ non più per imitare i francesi, ma per ribellarsi a loro. Il patriottismo divenne, così, la bandiera dei movimenti di indipendenza di tutto l’Ottocento.

Da quel momento, l’idea di Nazione divenne un’arma politica e uno strumento capace di unire e dividere le persone. Come fonte di indottrinamento, gli eserciti vennero sostituiti dalle scuole (maschili e su base militare quasi in tutto il continente), che promuovevano l’unità nazionale e il patriottismo. Questo passò soprattutto attraverso l’unificazione linguistica dato che, per creare una vera Nazione, serviva una lingua comune. I dialetti locali vennero progressivamente banditi dalle aule, per far posto ad una lingua di Stato, trasformando la scuola nel luogo in cui si “facevano” letteralmente i cittadini (d’Azeglio viene alla memoria).

Conseguentemente, nacque anche l’etnografia, lo studio del folklore, i cui più famosi praticanti furono i fratelli Grimm, che compilarono e annotarono fiabe e tradizioni orali franco-tedesche, come Biancaneve o i Musicisti di Brema. Anche il concetto di “costumi nazionali” nacque nel diciannovesimo secolo, poiché ne vennero selezionati, confezionati o opportunamente modificati molti, per essere esibiti e portati in parata, per esempio il tartan scozzese, il flamenco spagnolo, o la cappelleria russa Kokoshnik. Questo fenomeno, che gli storici chiamano “invenzione della tradizione” (termine coniato dallo storico Eric Hobsbawm), serviva a dare a nazioni nate da poco tempo l’illusione di esistere da sempre (un po’ come avevano fatto le poleis della Magna Grecia che si erano inventate degli ecisti mitologici, come spesso Eracle, poiché avevano dimenticato i nomi e le identità dei fondatori reali). Creando una linea diritta tra un passato mitico e il presente, i neonati Stati-Nazione riuscirono a far sentire le persone parte di una stessa grande famiglia, pronta anche a morire per dei simboli che, spesso, erano stati disegnati a tavolino solo pochi decenni prima.

Andrea Campoli 4C

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