La Questione della Lingua Italiana non può essere ridotta a una semplice disputa terminologica tra fiorentino, toscano e italiano standard: considerarla soltanto un confronto di nomi significherebbe ignorare il peso storico, culturale e politico che questo dibattito ha assunto nel corso dei secoli. Si tratta, piuttosto, di una lunga e fruttuosa discussione sulle norme e sull’identità dell’italiano, sviluppatasi a partire dalla fine del Medioevo e proseguita nei secoli, attraverso testi scritti, riflessioni teoriche e scelte letterarie su temi profondi, come il rapporto tra italiano e dialetti, la distanza tra lingua scritta e parlata, l’equilibrio tra tradizione e innovazione, o il ruolo della lingua nella scuola e nella società.

Le radici di questa contesa affondano nella storia della lingua letteraria della penisola e, in particolare, nelle sue origini dal dialetto fiorentino, impostosi come lingua comune soprattutto grazie all’opera di Dante, Petrarca e Boccaccio. Fu Dante il primo a porsi il problema con rigore teorico: nel De vulgari eloquentia non si limitò a riflettere su quale dialetto fosse migliore, ma si spinse a teorizzare la creazione, mediante raffinamento, di una lingua nuova e superiore, che definì “illustre”, “cardinale”, “aulica” e “curiale”, intendendo con questi termini una lingua degna delle corti e dei tribunali, capace di fungere da cardine attorno al quale far ruotare tutti gli altri idiomi della penisola. Un progetto ambizioso, che si scontrò però con la realtà di un’Italia politicamente frammentata ed incapace di dotarsi di un centro unificante. Per questo, la sua opera rimase incompiuta e fu sostanzialmente dimenticata per quasi due secoli, fino alla riscoperta fattane dal Trissino agli inizi del Cinquecento.

Il secolo successivo fu dominato da una disputa tra due schieramenti contrapposti. Da un lato gli umanisti latini, tra cui Flavio Biondo, grande studioso dell’antichità romana, sostenevano che l’italiano fosse il frutto di una corruzione per cause esterne: il latino si sarebbe degradato con l’arrivo dei barbari in Italia, dando vita ai volgari, linguaggi in alcun modo paragonabili alla grandezza e all’eleganza della lingua madre. Dall’altro lato si collocavano gli umanisti volgari, tra cui spiccava Leon Battista Alberti, che apprezzava invece la nuova lingua in corso di formazione. Nel 1440 Alberti pubblicò la prima Grammatichetta (incompleta e parziale) della lingua italiana, la Grammatica della lingua toscana, sostenendo che il latino dovesse essere un modello da imitare e che il volgare dovesse aspirare ad un livello alto, affidato ai saggi, perché solo il latino doveva e poteva indicare al volgare la strada da percorrere.

Fu, però, nel Cinquecento che la disputa linguistica raggiunse la sua massima intensità, articolandosi in tre grandi correnti. La prima, detta cortigiana, trovò i suoi principali sostenitori in Baldassarre Castiglione e Gian Giorgio Trissino, e si ispirava ad un ideale eclettico, simile all’idioma usato nelle corti italiane dell’epoca — Milano, Mantova, Ferrara — nel quale, su una base genericamente toscana, si inserivano parole e costrutti mutuati da altre parlate italiane o straniere, purché raffinati e dotati, come affermava Castiglione, di “qualche grazia nella pronuncia”. La seconda corrente, quella fiorentina, proponeva invece, come modello da adottare, il fiorentino vivo parlato a Firenze. Il suo principale sostenitore fu Niccolò Machiavelli che, nel Discorso intorno alla nostra lingua, argomentava che la vera lingua italiana fosse quella viva e parlata, capace di evolversi e non confinata al modello letterario delle tre corone trecentesche. A queste due posizioni si oppose con fermezza Pietro Bembo, da cui derivò il cosiddetto “bembismo”. Nelle sue Prose della volgar lingua del 1525, si dichiarò contrario tanto alla lingua cortigiana, priva a suo avviso della nobilitazione che solo i grandi scrittori possono conferire, quanto al fiorentino parlato, giudicato non sufficientemente elaborato e carico di volgarità. Propose, dunque, l’adozione della lingua fiorentina del Trecento, in particolare quella di Petrarca per la poesia e di Boccaccio per la prosa, escludendo invece soprattutto il Dante infernale, ritenuto non sufficientemente esemplare per aver accolto nella Divina Commedia voci provenienti da dialetti e lingue diverse.

L’opera di Bembo decretò il successo della corrente grammaticalizzante basata sui classici, che divenne preponderante dalla metà del secolo, grazie alla fondazione dell’Accademia della Crusca. Fondata a Firenze nel 1583 dal grammatico italiano Leonardo Salviati, era un’istituzione linguistica dedicata allo studio e alla salvaguardia della lingua italiana. La creazione dell’accademia ebbe un ruolo fondamentale nella standardizzazione e nella codificazione della nostra lingua, contribuendo a definire un modello unitario in un’epoca in cui la penisola era frammentata in una moltitudine di Stati e dialetti regionali. Il progetto più emblematico dell’istituzione fu la compilazione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, la cui prima edizione apparve nel 1612. Si trattava del primo grande dizionario monolingue della lingua italiana, il cui significato andava ben oltre la semplice raccolta lessicale, poiché sanciva ufficialmente il primato del fiorentino trecentesco — quello di Dante, Petrarca e Boccaccio — come modello normativo per l’intera nazione. La scelta di basarsi sugli autori del Trecento rifletteva pienamente l’impostazione bembiana, consolidando definitivamente la vittoria della corrente classicista nella Questione della Lingua.

Tuttavia, l’egemonia fiorentina non rimase indiscussa. Dopo la pubblicazione del Vocabolario, il dibattito si allargò e contrasse. L’autorità di Firenze fu, in sostanza, il problema principale su cui si discusse, non solo contrapponendo al fiorentinismo le posizioni italianiste o cortigiane già emerse nel Cinquecento, ma anche avversando il primato fiorentino in nome di un più generico toscanismo, o vantando i meriti di Siena o di altre realtà regionali.

La rivalità senese fu incarnata in modo clamoroso da Gerolamo Gigli, che agli inizi del Settecento preparò un Dizionario Cateriniano — un lessico delle parole di santa Caterina da Siena — in cui diede sfogo a dissacranti sbeffeggiamenti contro la Crusca e contro la lingua fiorentina, i cui difetti erano emblematicamente rappresentati dal fenomeno della gorgia toscana. La reazione delle autorità fu durissima: Gigli fu bandito da Roma, costretto alla pubblica ritrattazione e ridotto in miseria. Nel 1717 il Dizionario Cateriniano, non ancora giunto alla fine della stampa, fu bruciato in piazza: è il caso più celebre in Italia di repressione nei confronti di un vocabolario, che a noi moderni parrebbe un oggetto non così “pericoloso”.

Nel pieno del dibattito illuminista, i redattori della rivista milanese Il Caffè, e in particolare Alessandro Verri, si distinsero per un atteggiamento particolarmente aggressivo verso la Crusca. Verri fu autore di una provocatoria e sarcastica Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca, un testo nel quale, con il tono dissacrante tipico della stagione illuminista, dichiarava solennemente di rinunciare all’uso del Vocabolario come autorità normativa, rivendicando il diritto degli scrittori di attingere liberamente al lessico vivo, tecnico e moderno, senza piegarsi ai diktat di un’istituzione che giudicava ormai anacronistica e lontana dalla realtà del tempo.

Ma la riflessione più equilibrata e profonda del Settecento fu quella di Melchiorre Cesarotti nel Saggio sulla filosofia delle lingue, che si conclude con la proposta di un Consiglio Nazionale della Lingua, da istituire a Firenze al posto della Crusca, con l’apporto di intellettuali di tutte le regioni italiane. Cesarotti era aperto non solo all’accrescimento del lessico tecnico, ma anche ai dialetti, oltre che ai prestiti stranieri.

Le sue proposte illuminate caddero, però, in un terreno sfavorevole. L’invadente primato politico-militare francese degli anni rivoluzionari e napoleonici ebbe, come conseguenza, una diffusa ostilità nei confronti di ogni apertura verso i prestiti dalle lingue straniere. In mancanza di unità politica, ci si abbarbicò alla gloriosa lingua antica, carica di valore simbolico, e risorse un rinnovato amore per il Trecento. Fiorì, allora, la stagione del Purismo, ben rappresentato al Sud da Basilio Puoti — ottimo maestro di allievi famosi come Francesco De Sanctis — e al Nord da padre Antonio Cesari e dalla sua Crusca Veronese, più intensamente cruscante della stessa Crusca fiorentina.

A combattere il Purismo con particolare energia fu il classicista Vincenzo Monti, all’apice della celebrità, il quale si dedicò alla direzione di quella grande impresa pubblicata in molti volumi che va sotto il titolo di Proposta di correzioni e aggiunte al Vocabolario della Crusca (1817–1826), nella quale coinvolse altri illustri studiosi come Giulio Perticari, Giuseppe Grassi e Amedeo Peyron. La polemica contro padre Cesari raggiunse toni di straordinaria vivacità, richiamando per intensità le più accese dispute cinquecentesche. Monti non risparmiava al veronese giudizi fulminanti, accusandolo di aver trascinato la lingua italiana in un vicolo cieco fatto di superstizioni grammaticali e di un culto ossessivo per il Trecento che, a suo avviso, soffocava la naturale vitalità dell’italiano. La sua critica investiva l’intero impianto del Vocabolario della Crusca, colpevole di aver imposto per due secoli una norma rigida, fiorentino-centrica, bacchettona, limitante ed incapace di accogliere la ricchezza lessicale delle altre tradizioni regionali e della lingua letteraria nel suo complesso. Per Monti, la lingua italiana non era patrimonio esclusivo di Firenze, ma eredità comune di una civiltà letteraria che, dalla Sicilia a Venezia, aveva prodotto capolavori degni di stare accanto a quelli toscani.

Il contributo più decisivo e duraturo alla Questione della Lingua fu, comunque, quello di Alessandro Manzoni. Nel 1825–1827 diede alle stampe il Fermo e Lucia, la prima edizione dei Promessi Sposi, nel 1840–1842 la seconda, la famosa Risciacquatura dei panni in Arno, rivista nella forma linguistica per renderla aderente al fiorentino vivo, nel quale giunse a riporre tutta la propria fiducia, salvo poi notarne le anacronistiche contraddizioni. La celebre operazione di “risciacquatura” non fu un semplice ritocco stilistico, ma una scelta ideologica, poiché Manzoni credeva che l’italiano avesse bisogno di una base viva, parlata e concreta, piuttosto che della lingua morta dei manoscritti trecenteschi che i puristi continuavano a venerare come un idoli intoccabili. Il romanzo, con la sua straordinaria diffusione popolare e nelle prime scuole dell’Italia Unita, divenne, così, il veicolo più potente mai concepito per proporre un modello linguistico nazionale, capace di raggiungere lettori di ogni regione e di ogni ceto. Manzoni non stava scrivendo soltanto un capolavoro letterario: stava, consapevolmente, costruendo la lingua degli italiani.

L’occasione della svolta definitiva nel dibattito giunse con l’Unità d’Italia. Nel 1868 il ministro Emilio Broglio affidò a Manzoni la presidenza di una Commissione, incaricata di ricercare e proporre tutti i provvedimenti con cui rendere più universale la conoscenza della buona lingua e della buona pronuncia. Manzoni pubblicò la propria Relazione sull’unità della lingua nello stesso anno, proponendo l’adozione del fiorentino vivo come lingua da divulgare attraverso l’insegnamento scolastico. Era la prima volta che la Questione della Lingua cessava di essere un affare ristretto ai letterati o alle accademie. per diventare una politica di Stato, rivolta al popolo, spesso analfabeta, dell’intera nazione appena unificata. Secoli di dispute, vocabolari bruciati e grammatiche contese trovavano finalmente un approdo — non definitivo, ma politicamente necessario — poiché, come si sa, se l?italia era stata “fatta”, restavano da “fare” milioni di italiani.

Pietro Gallazzi 4C

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