«La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi»

Così Pirandello nel suo capolavoro Uno, Nessuno e Centomila.

Nonostante sia stato scritto circa un secolo fa, questo pensiero è ancora estremamente attuale: descrive con precisione la realtà di oggi e, probabilmente, di ogni tempo. Infatti ciascuno, nel corso dell’esistenza, porta dentro di sé il desiderio profondo di mostrare la propria natura più autentica; eppure, nella maggior parte delle situazioni, finisce per indossare una maschera diversa a seconda delle circostanze. Il romanzo pirandelliano ne è l’esempio più emblematico.

Il protagonista, Vitangelo Moscarda, un uomo comune, scopre improvvisamente che l’immagine che ha di sé non è che una delle molteplici versioni della sua persona. Realizza che esistono tante “varianti” di se stesso, quante sono le persone che lo conoscono, perché ciascuno si costruisce un’immagine parziale e mai coincidente con l’interiorità. Questa realizzazione lo porta ad una sorta di raddoppiamento di sé: la sua realtà interiore rimane celata agli altri, i quali, a loro volta, si formano una concezione su di lui che non potrà conoscere interamente.

Il ragionamento non vale solo per il protagonista del libro, bensì è estendibile a tutti noi, che ci chiediamo da sempre: chi sono io?

Ne deriva un altro interrogativo che pare scontato, ma non lo è: posto che gli altri non hanno accesso alla nostra verità interiore, ma si fanno un’opinione di noi solo in base a ciò che mostriamo esteriormente, sarà lecito chiedersi se gli aspetti puramente estetici abbiano per costoro qualche nesso con ciò che noi vogliamo comunicare. E, ancora prima che apriamo bocca, quanto incide il nostro aspetto fisico sulla loro prima impressione.

Come suggerisce ironicamente Moscarda, anche se avessimo pensieri profondi e seri, basterebbe
una forma buffa del naso per far ridere chi ci osserva. Se l’esteriorità ha un peso così forte, una persona non vedente può essere davvero libera da queste apparenze e, quindi, più capace di “vedere” chi ha davanti? Oppure anche lei, semplicemente attraverso altri segnali, può cadere in pregiudizi altrettanto potenti?

Per dare risposta a questi dubbi, abbiamo selezionate alcune domande e le abbiamo poste sia ad Alessandro, un comune ragazzo di 17 anni, sia a Laura, una ragazza di 27 anni non-vedente dalla nascita.

Come percepisci una persona per la prima volta? Che cos’è un’apparenza?

Alessandro: “Quando vengo a contatto per la prima volta con una persona, noto le sue espressioni facciali e il modo in cui comunica. Mi colpisce soprattutto l’atteggiamento: trovo più semplice relazionarmi con chi mostra un’espressione aperta, serena o curiosa, rispetto a chi appare molto teso o chiuso. La prima impressione, quindi, nasce spesso da elementi estetici e comportamentali, perché sono quelli che percepiamo in pochi secondi e che ci danno una traccia iniziale su come potrebbe essere l’interazione.”

Laura: “Quando incontro qualcuno per la prima volta, di solito mi colpisce subito la voce, soprattutto se ha un timbro o un accento particolari. L’aspetto fisico (altezza, corporatura, colore degli occhi e dei capelli…) non è sicuramente la mia prima preoccupazione. Però non significa che questi tratti siano per me totalmente indifferenti: ho anch’io delle preferenze in questo campo e, in certi contesti, possono anche assumere importanza, anche se, come è ovvio, ricevo queste informazioni attraverso altri canali, ad esempio un contatto fisico con la persona o, più spesso, perché un altro mi racconta come è fatto il soggetto in questione.
I fattori su cui baso la mia prima impressione sono anche influenzati dalla situazione: se è un incontro ravvicinato, potrei perfino trarre qualche indizio dal suo profumo, se lo trovo gradevole o meno; ma la maggior parte delle volte dipende dal modo di parlare, dal tono e dal volume della voce, e da quello che sta effettivamente dicendo.”

C’è differenza tra i pregiudizi che potreste avere?

Alessandro: “Anche i pregiudizi che posso avere, inevitabilmente, tendono a nascere da ciò che vedo ad un primo sguardo. È una reazione naturale: la mente cerca indizi visivi per orientarsi. Tuttavia, so bene che l’aspetto non definisce il valore o la personalità e che un abbigliamento particolare, semplice o trascurato, può dipendere da molti motivi, che non hanno nulla a che vedere con il carattere o la bontà dell’altro. Per questo, cerco di sospendere il giudizio iniziale e di lasciare che sia il dialogo a mostrarmi chi ho davvero davanti.”

Laura: “Se consideriamo come veniamo a conoscenza degli elementi ai quali, poi, colleghiamo un certo pregiudizio, allora naturalmente c’è differenza. Ma se consideriamo il pregiudizio in sé, penso che non ce ne sia molto. Prendiamo un esempio: quando cammino per strada, molte volte mi capita di avere un atteggiamento un po’ diffidente ed è brutto e imbarazzante ammetterlo ma, quando incontro una persona straniera, il mio primissimo istinto è pensare che potrebbe avere cattive intenzioni nei miei confronti. Poi cerco di razionalizzare il pensiero e mi dico che non necessariamente sarà così, ma questo è un esempio di un pregiudizio che, a causa della società in cui viviamo e della nostra cultura, temo che abbiamo un po’ tutti, almeno inconsapevolmente, perché l’uomo ha sempre paura del diverso. Penso (e in parte spero, perché altrimenti sarei una pessima persona) che anche gli altri, vedendo un certo aspetto, si sentano così, soprattutto se si trovano in una situazione di maggiore fragilità anche solo percepita.”

Secondo te, chi vede può imparare qualcosa da chi non vede sul modo di giudicare gli altri e/o
viceversa?

Alessandro: “Le persone vedenti tendono spesso a basare la prima impressione su elementi visivi. È un meccanismo spontaneo, ma talvolta porta a dare troppo peso all’apparenza e troppo poco al contenuto di ciò che l’altro dice, o alla qualità del suo comportamento. I non-vedenti, d’altra parte, sono obbligati a basarsi su elementi non legati alla superficie. Questo porta spesso ad un’attenzione più profonda all’essenza della persona. Un vedente potrebbe, quindi, imparare ad “ascoltare” meglio, a dare più importanza ai segnali non visuali e meno ai dettagli estetici. Per quanto riguarda ciò che una persona non vedente può imparare da una vedente, forse è proprio questo: gli esseri umani sono abilissimi a recitare, a mostrarsi diversi da ciò che sono, e spesso basta uno sguardo per smascherarli. Per quanto triste possa sembrare, servirebbe più diffidenza. Molto importante è la coerenza, perché chi finge non può farlo a lungo e se, magari con l’aiuto dello sguardo, è più semplice farci caso, può forse risultare più difficile per chi non ha questa possibilità.”

Laura: “Forse la risposta è un po’ scontata: cercare di non dare così tanto peso all’aspetto fisico e concentrarsi di più sul legame che abbiamo con le altre persone o su cosa possiamo imparare dalle loro idee e dal loro modo di vivere, indipendentemente da come appaiono fisicamente. Oppure perfino cercare la bellezza in quei particolari che, pur facendo parte dell’apparenza, sono diversi da quelli puramente visivi: scoprire di apprezzare una voce, per esempio.
Chi non vede potrebbe imparare, se già non l’ha in sé, una certa leggerezza, il gusto di sperimentare il fascino anche degli aspetti più superficiali, naturalmente sempre tentando di non cadere in pregiudizi, perché credo che le persone, in certa misura, abbiano bisogno anche di questo. Il punto fondamentale e più difficile è trovare un equilibrio tra apprezzare qualcuno per come appare e giudicarlo, invece, soltanto per questo, senza tentare di conoscere un po’ di più il suo mondo interiore.”

La superficialità trova decisamente la sua massima espressione sui social-network, che non sono solo il passatempo preferito di molti, ma rappresentano ormai un modo di costruire e mettere in scena identità semplificate, filtrate e spesso distanti da ciò che realmente siamo. Mostriamo solo ciò che desideriamo gli altri vedano, ci frazioniamo in maniera pirandelliana per esibire esclusivamente la parte che crediamo migliore di noi. Possiamo definirli lo specchio dell’apparenza: un luogo in cui indossiamo una determinata maschera solo per amplificare una parte della nostra personalità.

«La solitudine vi spaventa. E che fate allora? V’immaginate tante teste. Tutte come la vostra. Tante teste che sono anzi la vostra stessa. Le quali a un dato cenno, tirate da voi come per un filo invisibile, vi dicono sì e no, e no e sì; come volete voi. E questo vi conforta e vi fa sicuri.»

Questa citazione, tratta sempre da Uno, Nessuno e Centomila, mostra quanto Pirandello avesse già anticipato la dinamica dei social: un ambiente in cui cerchiamo conferma e approvazione, circondandoci di “teste” che rispondono esattamente come desideriamo. Proprio perché, quando pubblichiamo, pensiamo quasi esclusivamente al modo in cui vogliamo apparire, spesso non ci preoccupiamo della percezione che gli altri potrebbero avere dei nostri contenuti.

Molti non riflettono su come persone non-vedenti o ipovedenti possano fruire dei post. Mentre un vedente è attirato soprattutto dall’impatto visivo, un utente non-vedente vive i social in modo diverso: conta ciò che può essere letto o ascoltato tramite lo screen reader. Per questo. assume grande importanza la funzione di testo alternativo, una descrizione testuale dell’immagine che i software di sintesi vocale leggono, permettendo alle persone non-vedenti di comprendere ciò che viene rappresentato. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di un atto di inclusione: descrivere un’immagine significa permettere a chi non può vederla di partecipare realmente allo scambio di significati che avviene on-line.
Le principali piattaforme – Instagram, TikTok, Facebook – hanno introdotto sistemi di intelligenza artificiale che generano automaticamente una forma di testo alternativo. Tuttavia, queste descrizioni risultano spesso approssimative, incomplete o inadatte a restituire il contenuto reale di una foto: l’algoritmo tende a produrre frasi generiche o elenchi di oggetti riconosciuti, senza cogliere contesto, emozioni e dettagli. Un’intelligenza artificiale non può sapere chi sia la persona ritratta, quale atmosfera si respiri in un luogo o quale sia l’intento ironico di un meme. Nonostante l’importanza del testo alternativo, pochi lo inseriscono spontaneamente e, in alcuni casi, sono le piattaforme stesse a limitarne l’utilizzo: ad esempio, non tutte consentono di aggiungerlo nelle storie e nessuna nei contenuti video, che restano così inaccessibili quando l’audio non offre informazioni sufficienti. In uno spazio sociale che influenza profondamente la percezione di noi stessi e degli altri, l’accessibilità non dovrebbe essere considerata un optional. Rendere un contenuto fruibile a chiunque significa rendere davvero inclusivo quell’ambiente in cui ogni giorno si costruiscono identità, narrazioni e relazioni.

Da Pirandello fino ai giorni nostri, emerge che la superficialità funziona spesso come uno scudo: un modo per proteggersi, per controllare ciò che gli altri vedono di noi e per apparire in una certa maniera. La percezione dell’altro, infatti, cambia continuamente a seconda della persona, del contesto, del momento. In base a ciò che riteniamo più conveniente mostrare, finiamo per indossare maschere diverse, talvolta molto deformanti. Eppure queste maschere, così radicate nel nostro modo di stare al mondo, non sono universali. Chi non vede, non potendo contare sul filtro rassicurante dell’immagine, si affida ad altri canali: i dettagli che spesso sfuggono a chi si ferma all’apparenza. Nonostante questo, però, è ben noto che le maschere non sono date solamente dall’aspetto estetico; infatti, molte volte si traducono nel cambio radicale anche degli atteggiamenti e nei modi di fare. Rimane da chiedersi se effettivamente la cecità sia un modo per, in qualche maniera, aggirare le maschere, oppure se esistano comunque degli ostacoli nella comprensione della vera essenza delle persone.

Alessandro Mammone 5H

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