Come noto, il Sesto Canto di ogni cantica viene definito “politico” in quanto mette in evidenza lo stato della società trecentesca attraverso il taglio critico dantesco e quello dei suoi personaggi. Se nell’Inferno l’oggetto era stata la città di Firenze, nel Purgatorio l’invettiva si propaga a tutta l’Italia, descritta con severità e pena tramite una lunga parte che, spesso, appare come a se stante e quasi separabile dal resto, quasi fosse una poesia politica autonoma:
“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!”
All’inizio del Canto, Dante è circondato dalle anime purganti dei morti di morte violenta, che lo pregano di ricordarsi e di far ricordare di loro i propri cari, per rendere più rapida l’ascesa al Paradiso. Grazie all’aiuto di Virgilio riesce, poi, a sfuggire alla calca liquida delle anime e ne raggiunge una che “posta sola soletta, inverso noi riguardava”, ovvero quella di Sordello da Goito.
L’autore vuole evidenziare la sua italianità attraverso il dialogo con questo personaggio, che infatti riconosce subito la provenienza mantovana di Virgilio dal suo accento e gioisce del vedere uno del suo paese abbracciandolo. Da questo punto inizia, quindi, la vera invettiva, centro del Canto anche grazie alla notevole raffinatezza della scrittura e all’evidente scopo culturale.
Attraverso le parole di Sordello, il lettore rivive la storia dell’Italia sotto i suoi vari governatori, alcuni più degni di lode di altri, come Giustiniano e Cesare. Si racconta di come la nazione sia stata abbandonata da chi dovrebbe governarla e curarsi di lei: l’accusa è rivolta, in particolare, ad Alberto d’Austria, colpevole di trascurare il Bel Paese, e agli ecclesiastici, che hanno sfruttato la situazione per ottenere un potere temporale che non sarebbe di loro competenza.
Dopo averla paragonata ad una schiava, privata della libertà, rivolge la sua critica alla popolazione italiana, tutta volta a farsi la guerra e, quindi, causa della mancanza di pace all’interno della penisola. Ad un lettore moderno non può sfuggire il grado di universalità del messaggio, se ripensa a ciò che succede ormai da anni in Palestina.
Infine, Dante auctor prosegue con l’ironica invettiva a Firenze, exemplum massimo di instabilità politica, di scissione interna, di popolazione in perpetua lotta intestina, elencando anche alcune delle famiglie italiane più scontrose, due delle quali sarebbero state scelte da Shakespeare per il suo celebre Romeo e Giulietta:
“Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!”
Secondo Dante, le cause dell’instabilità politica dell’Italia risiedono nella mancanza di un imperatore, nella corruzione politica, nelle mire espansionistiche delle Signorie e nelle ingerenze della Chiesa, che ambisce al potere temporale, senza però riuscire ad esercitarlo efficacemente. L’obiettivo di questo Canto è, quindi, di spronare gli uomini al governo, dell’epoca come di oggi, ad azioni più giuste e coscienziose, per raggiungere il bene comune del popolo, che già i grandi filosofi cercavano con altrettanta solerte difficoltà nell’Antica Grecia.
Anna Giani 3C


















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