Il canto XXIV del Purgatorio si apre lungo la Sesta Cornice del monte, dove espiano la loro colpa i golosi in un’atmosfera profondamente malinconica, perché le anime appaiono smagrite, consunte dalla fame e dalla sete, ridotte ad ombre scheletriche. Dante insiste molto su questo aspetto fisico, descrivendo i volti scavati e gli occhi infossati, per riuscire a rendere immediatamente evidente il contrappasso: in vita queste persone si lasciarono dominare dall’eccesso, del cibo e dei piaceri materiali, mentre ora soffrono un desiderio incessante, che potrà essere soddisfatto solo con la visione di Dio, dopo la fine del processo di purificazione.
Fra queste anime, Dante incontra Forese Donati, amico d’infanzia e poeta fiorentino, con il quale in gioventù aveva persino scambiato componimenti ironici e fescenninici. Il loro incontro è molto umano e commovente poiché Forese, pur ridotto in condizioni assai fastidiose da sostenere, riconosce subito Dante e si stupisce del fatto che sia ancora vivo.
Ne nasce un dialogo intenso, nel quale emerge anche il tema del pentimento e della redenzione cristiana. Infatti, Forese spiega che la rapidità della sua purificazione è dovuta alle preghiere della moglie Nella, donna virtuosa e fedele che, con lacrime e suppliche, ha aiutato l’anima del marito ad avanzare più velocemente verso la salvezza. Dante coglie l’occasione per contrapporre la purezza di Nella alla decadenza morale delle femmine fiorentine del suo tempo, accusate di vanità e corruzione. È un passaggio molto polemico, nel quale si critica apertamente la società, perché appare sempre più lontana dai valori spirituali e morali che, invece, farebbe bene a mantenere.
Nel corso della conversazione, Forese pronuncia anche una profezia riguardante il fratello, Corso Donati, importante figura politica di Firenze, secondo la quale Corso verrà trascinato verso la morte da una bestia infernale, simbolo della dannazione e della violenza politica che caratterizzava la città. Dante ha già utilizzato queste profezie per mostrare come la giustizia divina sia inevitabile e colpisca coloro che si sono lasciati dominare dall’ambizione.
Uno dei momenti più celebri del canto è, però, l’incontro con Bonagiunta Orbicciani, un poeta di Lucca appartenente alla tradizione precedente rispetto a quella di Dante, ma che riconosce nel viandante fiorentino il creatore di un nuovo stile letterario, il cosiddetto “Dolce Stil Novo”. Dante spiega, infatti, che la sua poesia nasce direttamente dall’ispirazione amorosa interiore, poiché gli stilnovisti scrivono soltanto ciò che Amore detta “dentro”, nell’animo. Questa celebre definizione, tuttavia, si configura come postuma, allorquando il fenomeno letterario dello Stilnovo ha già raggiunto la sua naturale conclusione, a testimonianza che non si trattò di una corrente programmatica a priori, come sarà, per esempio, secoli dopo, quella dei Futuristi.
Attraverso questo dialogo, Dante stabilisce anche una distinzione parziale tra la nuova poesia stilnovista e quella più antica, giudicata meno profonda sul piano spirituale, ma ormai non più così facilmente distinguibile dalla successiva, dato che le differenze sembravano notevoli solo in principio. L’amore non appariva soltanto un sentimento terreno o cortese, ma diventava un’esperienza interiore che avvicinasse gli spiriti a Dio. Pertanto, la funzione della poesia ed il ruolo degli scrittori ne uscivano esaltati, perché in grado di mostrare all’Uomo come migliorarsi e come percepire più intensamente la sua stessa realtà.
L’episodio è attraversato anche da una certa nostalgia, dato che Dante incontra amici, poeti e concittadini appartenenti al proprio passato, che vede ormai cambiati dallo scorrere del Tempo e dalla graduale purificazione, tramite una forma di contrizione, che non è davvero dolore, ma ha uno scopo positivo, perché conduce lentamente verso la salvezza.
Il Canto si conclude con Dante e Virgilio che riprendono il loro cammino lungo la Cornice, mentre Forese e le altre anime continuano la loro penitenza sotto l’albero carico di frutti, profumati ma irraggiungibili, che richiama quello erculeo delle Esperidi. Rimane, pertanto, la consapevolezza di un desiderio che deve mantenersi inappagato, poiché simboleggia la lotta dell’Uomo contro i propri eccessi. Solo con Leopardi si capirà, invece, il valore effettivo e positivo del desiderio, rispetto alla pochezza o alla vanità del raggiungimento degli oggetti del desiderio.
Tommaso Messori 4C

















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