Michael Jackson e Giacomo Leopardi sembrano lontanissimi, quasi antitetici nella loro produzione artistica; ma, studiando più profondamente le loro vite tormentate e complesse, scopriremo che i due animi romantici hanno più in comune di quanto si possa pensare.
La prima evidenza è quanto entrambi abbiano perso la loro infanzia. Leopardi cominciò a studiare i classici a sei anni, spinto (ovvero trascinato) dall’ossessione paterna di Monaldo, che desiderava, come molto spesso anche oggi accade, un enfant prodige da sfoggiare in società. A dieci leggeva il latino, a dodici il greco, a quindici sfornava opere di un’erudizione che avrebbe fatto invidia a un autore adulto. Il bambino sparì sotto al peso dello studioso, che impresse in un corpo già deboluccio delle irreversibili conseguenze: una scoliosi progressiva, una salute che non fu mai davvero piena, una fragilità diventata col tempo il suo segno distintivo.
Michael salì sul palco con i Jackson Five a sei anni. Suo padre Joseph gli era mentore e carceriere insieme, perché le prove erano obbligatorie e interminabili, gli standard irraggiungibili e, soprattutto, la cinghia non era certo una metafora. La macchina del successo lo aveva già inghiottito prima che avesse capito cosa fosse un giocattolo. Come recita Juliano Valdi nel nuovo film “Michael”, “Gli altri bambini non vogliono giocare con me. Mi chiedono gli autografi e si fanno le foto con me.”
Il rapporto con il proprio corpo è forse il punto di contatto più intimo tra i due personaggi in esame. Leopardi viveva il suo organismo come una prigione, poiché la gobba, la debolezza agli occhi e la statura minuta lo marchiavano e lo distinguevano immediatamente tra i coetanei, senza permettergli mai di passare inosservato. Scrisse pagine memorabili su questo: sull’infelicità del corpo umano, sulla materia che tradisce lo spirito, su quel divario che non si riesce mai davvero a colmare tra quello che si desidera essere e quello che si è.
Un’analisi superficiale della biografia di Jackson potrebbe mettere in dubbio il dogma espresso da Leopardi, dato che trasformò notevolmente la fisionomia dell’americano di colore nel corso della sua vita, tra opera d’arte potenziale e campo di battaglia. Operazioni al naso, la pelle che cambiava colore, una fisionomia che nel corso dei decenni divenne quasi irriconoscibile. Lo si può leggere come disagio identitario nell’America Bianca, come effetto della vitiligine, o come tentativo di sfuggire all’immagine che il padre aveva creato per lui: più probabilmente, era l’insieme di tutto questo. Come con Leopardi, il fisico era un nodo che si cercava disperatamente di sciogliere perché, una volta risolto, avrebbe permesso di diventare “imperatori d’Asia” come Alessandro il Grande.
Leopardi era solo. La romanticizzazione di questa condizione, che piace tanto alle biografie, non rende la concretezza bruciante dell’esperienza: amava senza essere riamato, o senza sapere se lo fosse. Cercava amicizia e trovava deferenza. Veniva ammirato, come si ammira un fiore raro o una galassia lontana, ma mai capito e compreso da chi gli stava vicino, perché troppo in anticipo sui tempi. Anche Napoli, dove trascorse gli ultimi anni, era un esilio volontario tra persone che lo rispettavano senza raggiungerlo davvero.
Jackson era circondato da milioni di fan, eppure era probabilmente uno degli uomini più soli del pianeta. I suoi amici più cari furono spesso bambini o animali, perché con loro, diceva, poteva essere se stesso senza dover recitare. Il successo lo aveva chiuso in una bolla di adulazione che rendeva impossibile qualsiasi rapporto autentico. Neverland non era il capriccio di un eccentrico, ma un tentativo disperato di ricostruire l’infanzia che non aveva avuto.
C’è, poi, il modo in cui entrambi guardavano il mondo. Leopardi arrivò a quello che chiamiamo “pessimismo materialistico”: la Natura è indifferente, la Storia è un ingranaggio cieco, la ricerca di una felicità è un’illusione costruita per farci andare avanti. Tuttavia – e questo punto viene spesso dimenticato – da questa visione non nasce il nichilismo. Nasce qualcosa di più interessante: una solidarietà tra i “condannati”, tra gli umani imbelli. Nasce la “social catena” della Ginestra: l’idea che, di fronte a un universo che non ci calcola, almeno possiamo stare insieme aiutandoci tra di noi, invece di tentare ogni momento di schiacciarci a vicenda.
Jackson non era un filosofo, ma canzoni come They Don’t Care About Us comportano la stessa sensazione: quella di un individuo sensibile, pieno di emozione, che trova, però, un mondo duro e cinico ad attenderlo. La sua denuncia era più diretta e pop, di quella leopardiana, ma l’intuizione di fondo non è poi così lontana: dato che il mondo è così com’è, questa non è una buona notizia.
Ci sono differenze ovvie, che sarebbe strano non riconoscere. Leopardi era schivo, lontano dal pubblico, allergico all’ottimismo di facciata del suo “secolo sciocco”. Jackson era spettacolo totale, corpo in movimento, presenza scenica e divismo estetizzante. L’uno guardava le stelle con mestizia filosofica; l’altro le diventava, almeno per qualche ora, sotto i riflettori. Ma forse è questa differenza di forma a rendere il parallelo interessante. Leopardi e Jackson mostrano che la sensibilità estrema, quella capacità di sentire il mondo più forte degli altri, non ha un solo linguaggio. Si può dire in endecasillabi come in videoclip. Quello che non cambia è il prezzo: tutta una vita consumata, accartocciata e accorciata, nel tentativo di tradurre per gli altri e di capire davvero a fondo quello che sentiamo dentro.
Andrea Campoli 4C


















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