Nel Terzo Canto del Purgatorio, Dante compie i primi veri passi verso la salvezza. Dopo l’ombra cupa dell’Inferno, ora tutta la fatica diventa fiduciosa. Se nel mondo dei dannati si scendeva, qui si sale e si comincia con un’immagine potente e simbolica: una scala scavata nella roccia viva, sulla quale Dante e Virgilio devono arrampicarsi.

Per noi moderni, sembrerebbe inevitabile pensare a quel passo de Il Signore degli Anelli, quando Frodo e Sam salgono la scala intagliata in un’epoca precedente nella montagna di Cirith Ungol: un luogo aspro, spaventoso, quasi inaccessibile, ma necessario. Anche lì la salita non è solo fisica: è una prova morale, una resistenza alla tentazione e alla resa. Tolkien, profondo conoscitore di Dante, riprende quel simbolo della pietra e dell’ascesa, perché capisce che la vera salvezza passa per la fatica, la verticalità, il confronto con se stessi. La scala è difficile da salire, ma è lì, è parte della montagna stessa, e chi vuole salvarsi non può e non vuole evitarla.

Nel paesaggio severo ma limpido del Purgatorio, Dante incontra le anime dei negligenti, coloro che hanno rimandato il pentimento fino all’ultimo istante. Sono radunate ai piedi del monte e ancora non possono salire. Sono descritte con una delle similitudini più dolci, più tradizionalmente cristiane e, allo stesso tempo, più malinconiche della Commedia:

“Come le pecorelle escon del chiuso / a una, a due, a tre…” (vv. 79-80).

Queste anime sono come pecore che si muovono lente, confuse, seguendo e copiando chi sta davanti, senza sapere davvero dove stanno andando. Eppure, in questa lentezza c’è la tenerezza profonda di Dante, che non le giudica: le osserva. Sono “semplici e quete” (verso 84), cioè persone che, pur avendo sbagliato, sono pronte a purificarsi, umili, docili e miti. È un’immagine pastorale che richiama anche il Virgilio delle Bucoliche, pur derivando più direttamente dal Cristo pastore che guida i deboli verso la luce.

Questo gregge umano, apparentemente senza guida e bisognoso di salvezza, ricorda anche la folla confusa e facilmente influenzabile dei milanesi nei Promessi Sposi di Manzoni, ad esempio nella scena dell’assalto ai forni. Anche lì, l’individuo tende a sparire nella massa, a lasciarsi trascinare senza una vera coscienza. Ma, a differenza della folla manzoniana, che agisce con violenza o impulsività, le anime di Dante sono in silenzio, pronte ad ascoltare e a salire.

Tra loro spicca una figura grandiosa e sorprendente: Manfredi, figlio dell’imperatore Federico II, principe colto e guerriero ribelle. Dante lo presenta con una dolcezza che sembra quasi ribellarsi alla Storia, poiché Manfredi era stato scomunicato, la Chiesa lo aveva maledetto e dichiarato dannato. Mentre nel racconto dell’anima scopriamo che, in punto di morte, si sarebbe pentito sinceramente e, quindi, salvato.

“Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei”.          (vv. 121-123)

Dante dice qualcosa di sconvolgente per il suo tempo: non è la scomunica di un uomo a decidere la sorte eterna di un’anima, ma il cuore, il “Cor Gentil” dello Stilnovo, la sincerità del pentimento. Dato che la giustizia divina è più grande di quella umana, è anche più misericordiosa. Questo fa di Manfredi una figura quasi “moderna”: è uno che ha vissuto tra ambizione e guerra, ma che alla fine si abbandona con umiltà a Dio. Il suo volto, spezzato dalla battaglia, si trasforma nel volto di chi ancora spera.

Questa speranza che si fonde con la fatica, questa ascesa interiore e fisica, è ciò che distingue il Purgatorio dal mondo infernale, perché diventa interessante confrontare questo canto con un altro canto celebre, il XXVI dell’Inferno, dove Dante ascolta la storia di Ulisse, condannato per aver voluto conoscere troppo. Ulisse viaggia spinto da un desiderio illimitato di sapere, che però ignora il limite umano e il disegno divino. Perciò, quando vede la montagna del Purgatorio, non può toccarla: viene inghiottito dal mare, sconfitto dalla sua stessa ambizione, come succedeva di continuo nel Trecento ai naviganti troppo sicuri di sé.

Nel Terzo Canto del Purgatorio, invece, Dante supera Ulisse, pur rispettandolo. Non viaggia più per “seguir virtute e canoscenza”, ma per salvarsi, cioè per ritrovare un’armonia tra volontà umana e volontà divina, tra bisogni terreni e necessità dell’animo. Il suo è un viaggio guidato, passo dopo passo, da Virgilio, da Beatrice, e dal suo stesso desiderio di verità che si è purificato attraverso la sofferenza.

Il Canto ci mostra una strada scavata nella roccia e una fila di anime che attendono di iniziare il cammino. È un avvio sull’inizio della trasformazione, sull’umiltà, sulla pazienza, sul tempo che non è ancora stato “proustianamente” perduto. E anche noi, come lettori, siamo invitati a scegliere: rimanere fermi tra le anime lente, oppure iniziare, un passo alla volta, la nostra personale salita verso ciò che vorremmo ottenere dallo studio e dal confronto con la Scienza, la conoscenza e la Letteratura.

Giulia Ghiglioni 3C

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