Il Canto è strutturalmente diviso in due parti, corrispondenti all’arrivo dell’angelo timoniere con la barca dei penitenti e all’incontro con il musicista Casella, ma poi si conclude con il rimprovero di Catone, non privo di un significato allegorico. 

L’episodio si apre con l’ampia e rutilante descrizione astronomica dell’aurora, poiché Dante descrive il sole e la notte come due entità celestiali che percorrono lo stesso cammino in punti opposti del cielo. Pertanto, il sole tramonta sull’orizzonte di Gerusalemme mentre la notte albeggia sul fiume Gange, il punto più a occidente del mondo, secondo le conoscenze limitate dell’epoca. L’immagine si completa con quella di Aurora, personificata come dea classica, rossastra quando il sole sta per sorgere e si tinge di giallo-arancio ora che l’alba è all’orizzonte del Purgatorio. La metafora continua circa a metà del Canto, quando Dante spiega che il sole è sorto così in alto nel cielo, da aver scacciato la costellazione del Capricorno dallo zenit, illuminando ogni angolo della spiaggia senza proiettare ombre.

Questa apertura stilisticamente sostenuta viene seguita dall’apparizione dell’angelo nocchiero che, non a caso, è a sua volta introdotta da un’immagine astronomica: quella di Marte, che risplende di rosso nel cielo mattutino. L’incontro con l’emissario divino si sviluppa gradualmente, con la descrizione della luce che si muove rapidamente e del candore che appare intorno alla sua figura. Quindi Virgilio invita Dante ad inginocchiarsi in segno di riverenza. E’ evidentissima la differenza tra questo traghettatore ed il timoniere infernale Caronte, che trasportava i dannati attraverso l’Acheronte: l’angelo non usa strumenti umani, non ha remi né vele, si limita a spingere la barca con la sua presenza, che non affonda nell’acqua e al cui interno le anime cantano il Salmo che commemora la fuga degli ebrei dall’Egitto (evento interpretato come allegoria della liberazione dal peccato). La nave snella e leggera è il “lieve ligno” che trasporterà in futuro il Dante reale in Purgatorio, come lo stesso Caronte gli aveva predetto nel Canto III dell’Inferno. 

La luce, che domina l’intero canto, diventa simbolo della grazia divina che illumina e guida le anime verso Dio. Diversamente dalle ombre dell’Inferno, la luminosità crescente del Purgatorio (che aumenterà fino a che Dante, giunto nel Paradiso Terrestre, sarà completamente abbagliato e non riuscirà più a vedere) rappresenta il progressivo avvicinamento alla verità e alla purezza spirituali. L’apparizione dell’angelo è l’incarnazione di questa ascesa verso la luce.

Dalla barca, le anime accorrono a riva, ignare del luogo e incerte sulla direzione da prendere proprio come lo erano state quelle infernali nella medesima situazione. Dato che sono ovviamente stupite di vedere un umano vivo, gli si accalcano attorno come fosse un messaggero portatore di buone notizie.  Si tratta di uno schema che si ripeterà più volte nei primi Canti del Purgatorio, in forte contrasto con gli incontri coi dannati infernali, che erano dominati da sentimenti decisamente opposti. 

L’incontro con l’amico e musicista fiorentino Casella è il primo colloquio con un’anima penitente e costituisce un’occasione per Dante di riposarsi dopo l’asprezza dell’esperienza negli Inferi. Serve a chiarirgli la sorte delle anime non dirette all’Inferno, poiché Casella spiega che i penitenti si radunano alla foce del Tevere, dove l’angelo li raccoglie solo secondo l’inconoscibile volontà divina e non in base a quando sono morti. Così si giustifica che lui giunga in Purgatorio solo in quel preciso momento, mentre Dante avrebbe supposto altrimenti sapendo che Casella era morto da qualche mese. Infine lo prega di cantare per alleviarlo dalla fatica del viaggio, e l’amico accetta, intonando la canzone “Amor che ne la mente mi ragiona”, che probabilmente aveva composto lui stesso in vita e che risulta il primo di una serie di omaggi letterari a personaggi all’epoca celebri.

A questo punto interviene Catone, che rimprovera i due aspramente, interrompendo la canzone e urlando agli spiriti di non tardare la risalita della montagna e, quindi, il processo di purificazione. L’intervento va interpretato tenendo a mente in che considerazione Dante tiene la musica e, in generale, le arti. Secondo il suo pensiero, infatti, lo scopo delle arti non è, come crediamo noi moderni, quello di offrire piacere, intrattenere o placare le voglie degli uomini, ma servono per fornire giudizi morali e guidare l’anima alla salvezza spirituale. Quando un’espressione artistica distoglie l’uomo dai suoi doveri, alimentando passioni e facendogli dimenticare le proprie responsabilità, diventa non solo inopportuna, ma pericolosa dal punto di vista religioso ed interiore. È in questo senso che va compreso il rimprovero di Catone.

Dante, dunque, respinge ogni concezione dell’arte intesa come puro strumento di piacere, privo di finalità etiche o spirituali: niente Art pour l’Art estetistica e quasi priva di contenuti, ma solo Arte Impegnata culturalmente. Lo stesso aveva dimostrato nell’episodio di Paolo e Francesca, dove la lettura del racconto di Lancillotto e di Ginevra aveva portato i protagonisti al peccato. Altrettanto nel Purgatorio, il canto solista di Casella viene contrapposto al canto corale del Salmo da parte di tutte le anime: mentre il primo tende alla consolazione e alla gratificazione dell’animo umano in un modo solipsistico, il secondo inneggia alla liberazione dal peccato e all’ascesa verso Dio di tutta una comunità di persone.

Andrea Campoli 4C

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