Nec me ulla res delectabit, licet sit eximia et salutaris, quam mihi uni sciturus sum.

[…] nullius boni sine socio iucunda possessio est.

∼ Seneca – Ep. Luc. VI, 4

Pensavamo fosse eterna e, invece, ci stupisce un po’ che debba smettere il lavoro che ha sempre svolto con la giusta dose di coscienza. Una storia, la sua, che inizia nel 1993, quando, grazie al preside del Liceo Tosi di allora, riuscì ad entrare di ruolo a Busto Arsizio, scampando così al rischio di finire a Luino. Da quell’anno, la professoressa Ballarati, storica insegnante di Lettere al Biennio, ha visto avvicendarsi una pletora di presidi, una ancor più cospicua di studenti ed ha conosciuto tante colleghe che, a volte, sono diventate delle ottime amiche, con le quali il rapporto persiste ancora, nonostante non siano più, a loro volta, insegnanti del Liceo Tosi.

I molti anni nella nostra scuola non sono sempre stati rosei. Dato che dare le “note” non è mai stato nel suo stile, il confronto con altri stimati colleghi, più diligentemente “severi”, la indusse più volte a interrogarsi sull’effettiva validità del suo metodo con gli studenti. Per fortuna di questi ultimi, non è cambiata e, anzi, lei stessa ammette: «Mi affeziono molto alle persone, le tratto un po’ come se fossero miei figli», tanto che da alcuni suoi ex-studenti ha ricevuto l’appellativo bonario di “mamma Ballarati”.

Negli ultimi anni – forse per l’invecchiamento e, quindi, per la necessità di memorizzare meglio, ammette – ha sentito il bisogno di un metodo più “organizzato”, di programmare maggiormente le attività didattiche, ma il fine rimane sempre uno solo: il benessere dei suoi alunni.

Se le si chiedesse che cosa più ha visto cambiare nella scuola, non avrebbe esitazioni rispondendo: la burocrazia. Ricorda spiacevolmente la fatica nel passaggio al registro elettronico da quello cartaceo e, con amarezza, nota la pena macchinosa a cui oggi è ridotta ogni richiesta di attività scolastica alternativa, dall’invito di esperti “esterni” affidabili, all’organizzazione di momenti creativi, ma culturalmente marcati, come cori natalizi, pasquali, visite estemporanee a mostre o eventi, uscite serali con gli studenti al cinema o a teatro, etc. Il desiderio di organizzare attività divertenti e differenti per i propri studenti è costantemente combattuto e, progressivamente, sconfitto da pratiche burocratiche sfibranti, richieste, moduli, liberatorie, radiografie collaterali che, per quanto ormai oggi appaiano ai più necessarie, finiscono col ridimensionare il piacere dell’insegnamento, se non lo stroncano.

Molti sono stati i giovani incontrati in questi anni e altrettante risultano le differenze tra gli studenti di ora e quelli di allora. «Per quanto riguarda i primi ragazzi che ho avuto, nonostante magari alcuni fossero particolarmente esuberanti e fosse anche difficile trattare con loro, sono sempre riuscita a stabilire un rapporto, al punto che – non me l’aspettavo – due o tre anni fa mi è arrivata una mail di un alunno che probabilmente avevo avuto il primo o il secondo anno che ero qui, che mi ringraziava per come io e i miei colleghi di allora eravamo stati con lui. Ripensando a quei tempi d’oro, apprezzava i modi e gli “stop” che venivano dati, per consentire ad ogni adolescente di misurare il proprio limite. Quindi all’epoca i ragazzi, per quanto facessero gli “sciocchini”, lo facevano entro regole stabili ed in un modo più “maturo”».

Tale maturità, per quanto sia leggera e ancora “giovane” in uno studente di Prima o Seconda Liceo, oggi si è abbastanza persa, come si è persa la stabilità famigliare che un tempo c’era quasi sempre. Tra gli studenti dilaga un po’ troppa infantilità, che in passato si trovava solo alla Scuola Media e che avrebbe fatto arrossire qualunque liceale di allora, per quanto ingenuo. Certo «non per tutti e per entrambi gli anni [del ginnasio]», ma in Prima Liceo il lavoro da fare non va sottovalutato mai. Inoltre, risulta più evidente il divario nel comportamento tra maschi e femmine perché, forse, la cosiddetta “parità” è diminuita moltissimo sul piano educativo. «Prima queste differenze le notavo di meno, però ho sempre dei bei ricordi nel cuore, sia da parte mia, sia di quelli che sono stati i miei studenti».

Nonostante le difficoltà e i cambiamenti negli anni, la professoressa Ballarati è fiera di essere una professoressa di liceo: «Ho frequentato la Facoltà di Lettere proprio per fare l’insegnante, ma non volevo fare l’insegnante delle Medie.» A chi le domanda l’ingrediente segreto per il suo mestiere, risponde: «Ci deve essere un desiderio che va oltre quello di insegnare delle materie. Non dico che si debba diventare un educatore, perché è chiaro che la famiglia dovrebbe essere il primo luogo, però comunque l’esempio deve venire anche da chi sta in cattedra. Forse è questo il motivo per cui mi atteggio in un certo modo, perché penso che, se una persona mi deve rispetto, anche io devo rispetto a questa persona, di qualunque età sia.» E, riflettendo sul ruolo dell’insegnante oggi, lei stessa conferma senza esitazioni: «Se ne vale ancora la pena? Sì, ma devi essere motivato.»

Ripensando al passato, ammette di ricordare vividamente tanti dei suoi ex-studenti e, divertita, si accorge che quelli a cui le è venuto più facile affezionarsi sono stati coloro che andavano peggio nelle sue materie, dato che ovviamente si facevano notare di più e richiedevano sempre molte più attenzioni. Da tutti, però, confessa di aver appreso l’arte della pazienza: «Sono sempre stata una persona abbastanza impulsiva, ma stare con i ragazzi mi ha fatto, invece, imparare a fare le cose con più calma.»

Del liceo le mancheranno soprattutto le persone – sia gli studenti, sia i suoi colleghi, con alcuni dei quali ha bellissimi rapporti. Non le mancherà assolutamente, invece, correggere i compiti, soprattutto i temi, che vengono stilati a volte da menti talmente confuse, che diventa davvero complicato correggerli in meno di un’ora per ciascuno.

Il futuro, le sue incertezze e, con esse, il venir meno della propria routine spesso la spaventano, ma afferma con coraggio «Non temo il “che cosa farò dopo”, però la quotidianità penso che mi mancherà. Cambia proprio lo stile di vita e questo avviene improvvisamente.» Ma, per la Pensione, ha le idee piuttosto chiare: il primo anno si godrà il suo meritato riposo, poi attenderà con ansia la Pensione della sua cara amica, la professoressa Invernizzi, con la quale si dedicherà a nuove attività legate all’insegnamento, alternandole comunque a lavori più manuali – primo tra tutti, la produzione di collane.

Ai suoi colleghi in cerca di consigli, risponde: «Fidatevi di più dei vostri alunni e abbiate tanta pazienza: quella serve sempre.» Mentre agli studenti di oggi e di domani rivela: «Fate ciò che gli insegnanti dicono, anche se sembriamo cattivi alle volte. In realtà non lo siamo: faremo sempre, solo ed esclusivamente il vostro bene. Quindi, accettate i consigli, andate oltre la prima impressione e, prima di dare dei giudizi, conoscete i docenti – le persone, gli adulti – che incontrerete.»

La professoressa Ballarati è – e resterà sempre – una delle insegnanti più stimate ed apprezzate del nostro liceo: una vera colonna portante. Lei stessa ammette «Mi accorgo, in generale, da alcune gentilezze, che gli studenti mi vogliono bene». Non solo per quanto insegna, ma soprattutto per la passione che è in grado di trasmettere proprio attraverso l’insegnamento e per il suo carattere, dai modi gentili, delicati, che con molta umiltà la fanno capace di accostarsi con leggerezza agli studenti, accompagnandoli a testa alta attraverso quel meraviglioso e terribile viaggio che tutti chiamiamo “vita” e che per tutti significa “imparare sempre”.

Fabio Pasquale 5A

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