Li altri due ‘l riguardavano, e ciascuno
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno».
Riprendendo la narrazione dal Canto precedente, Dante e Virgilio si muovono dall’Ottavo Cerchio alla settima Bolgia, dove si trovano i ladri. Tutto si apre con la conclusione del dialogo tra Vanni Fucci e Dante: il ladro termina la scena in modo arrogante e con il gesto delle due “fiche” (infilando il pollice tra il dito indice ed il medio) grifando “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”, una bestemmia che sdegna il poeta, ma in perfetto stile infernale. Vanni Fucci viene successivamente avvolto da alcune serpi, che lo fanno “uscire di scena” non permettendogli più di conversare, dato il basso livello dimostrato.
Quindi Dante scrive una delle tante invettive contro delle città, qui quella di Pistoia, patria di uomini tanto peccatori, basata su modelli biblici evidentissimi:
«Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d’incenerarti sì che più non duri,
poi che ‘n mal fare il seme tuo avanzi?»
Successivamente appare Caco, un mostro ucciso da Eracle nella mitologia e trasformato da Dante in un centauro, seguendo una vaga descrizione fornita nell’Eneide virgiliana. Il centauro appare correndo infuriato, mentre cerca il bestemmiatore per punirlo. Nonostante il suo ruolo, è a sua volta un peccatore, poiché, diversamente dagli altri centauri, fu un ladro. Viene descritto come pieno di serpenti attaccati sulla groppa, fino al punto di giuntura col corpo umano. Inoltre, ha perfino un drago alato dietro le spalle, un’invenzione chimerica del poeta per giustificare il fatto che, secondo alcuni autori, sputasse fuoco.
Mentre Caco si allontana, si avvicinano a Dante e Virgilio tre anime, ma i due poeti se ne accorgono solo quando uno dei dannati urla a gran voce. Dante non li riconosce finché uno di loro non chiede dove si trovi Cianfa. soltanto in quel momento il poeta capisce che sono fiorentini e vuole sapere da Virgilio come avere una conversazione con loro.
A questo punto, Dante si rivolge direttamente al lettore, spronandolo a credere a ciò che sta per raccontare e a non stupirsi, in quanto lui stesso è ancora incredulo ripensando a ciò che ha visto: un serpente a sei zampe si avventa su uno dei tre dannati e, dopo avergli bloccato le braccia, gli morde entrambe le guance. Successivamente aderisce con le zampe posteriori alle gambe e con quelle di mezzo al ventre. Infine la creatura s’incolla completamente al corpo del dannato, come l’edera fa con un albero:
Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue
Il dannato e il serpente, pertanto, iniziano a fondersi, fino a diventare una sola nera creatura. Gli altri due dannati si complimentano per la metamorfosi, chiamando per nome il tramutato: Agnello Brunelleschi.
All’improvviso un altro serpentello, veloce come un ramarro che d’estate attraversi un fiume, s’avvicina agli altri due dannati e morde l’ombelico di Buoso Donati, per poi ritirarsi. Il dannato rimane in piedi come se fosse colpito da sonno o febbre, mentre il serpente resta a terra. I due si guardano mentre dalla bocca del serpente e dalla ferita del peccatore esce del fumo che si mescola.
Dante fa emergere la propria ambizione di superare i suoi modelli antichi, rivolgendosi agli autori Ovidio e Lucano e consigliando ad entrambi di tacere e udire ciò che lui sta per raccontare, supponendo di farlo meglio di loro, perché intende mettersi alla prova con una doppia metamorfosi.
La coda del rettile si biforca, formando un paio di gambe, mentre le zampe posteriori si uniscono, formando il membro, le zampe anteriori si allungano e la pelle diventa morbida. Nello stesso momento, le gambe dell’uomo si uniscono formando la coda, il membro virile si divide e le braccia si ritirano fino alle ascelle, mentre la pelle si inserisce e perde i peli. Poi il primo si rialza ed il secondo cade a terra, fissandosi sempre in modo maligno, mentre anche i loro volti si modificano. Il dannato e il serpente “escono di scena” con il serpente che insegue l’uomo.
Dante si rivolge nuovamente al lettore, scusandosi se la narrazione non è stata perfetta perché si rende ben conto del proprio limite, in verità e conclude rivelando che il serpente diventato uomo è Francesco Dei Cavalcanti, detto il Guercio.
Il canto delle metamorfosi non si limita a descrivere trasformazioni fisiche, ma diventa veicolo di un potente simbolismo morale e spirituale. Ogni metamorfosi riflette la possibilità di una dannazione e di una purificazione: chi si comporta male si deforma già un po’ nel mondo reale, assumendo quelle caratteristiche mostruose che ritorneranno nell’evoluzione degli Orchi tolkieniani, degradati dai loro peccati e resi incapaci di tornare alla luce. Dante non solo ci narra un percorso di punizione e purificazione, ma invita il lettore a riconoscere la forza del cambiamento come motore della salvezza.
Arianna Rusconi 3C


















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