Mentre il poeta osservava la pece, Virgilio richiama la sua attenzione e lo allontana subito da dove si trova. Dante si volta come se si attardasse a vedere ciò che dovrebbe sfuggire e, perciò, perde il coraggio, dato che un diavolo nero corre velocissimo come quando decollano gli uccelli, agile su per il ponte. Ha un aspetto feroce mentre spalanca le ali e tiene sulla spalla a cavalcioni l’anima di un dannato di cui afferra le caviglie con la mano artigliata, per non farlo cadere. Tuttavia l’immagine risulta anche piuttosto goffa ed ironica. Il demone grida ai Malabranche (i demoni di questo canto, che Dante li rappresenta neri, alati, armati di bastoni uncinati con cui costringono i dannati a stare immersi nella pece bollente) che sta portando uno degli anziani di Santa Zita (il comune di Lucca), invitando i compagni a gettarlo nella pece mentre lui tornerà in quella città, talmente piena di barattieri, al punto che per denaro ciò che sarebbe un sí diventa un no. Dopo aver gettato il dannato nella pece, torna quindi indietro come un mastino che insegua un ladro.
Il barattiere s’immerge nella poltiglia e torna a galla tutto imbrattato, per cui altri demoni, che erano rimasti nascosti sotto il ponte, gli urlano di restare sotto la pece bollente, se non vuole essere ulteriormente tormentato. Lo afferrano con bastoni uncinati, torturandolo e richiamando ironicamente al suo peccato di baratteria, in modo tale che sembrando sguatteri che intingono i pezzi di carne nella pentola.
Virgilio invita Dante a nascondersi dietro ad una sporgenza rocciosa per nascondersi dai diavoli, mentre lui andrà a parlare con loro, tranquillizzando il discepolo. Giunto al fondo del ponte, fino all’argine della Bolgia, con una certa sicurezza, i diavoli gli vanno incontro come cani arrabbiati contro un mendicante e lo minacciano con gli uncini, ma lui li esorta a non commettere violenze e a mandare avanti un loro rappresentante per discutere con lui.
Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;
per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi -,
e venne a lui dicendo: «Che li approda?».
«Credi tu, Malacoda, qui vedermi
esser venuto», disse ’l mio maestro,
«sicuro già da tutti vostri schermi,
sanza voler divino e fato destro?
Lascian’andar, ché nel cielo è voluto
ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».
Tutti gridano che vada Malacoda (un nomen omen) che si fa avanti e chiede a Virgilio cosa lo renda così sicuro. Il poeta latino replica che non è certo giunto all’Inferno senza il volere e l’aiuto divino; quindi invita il diavolo a lasciarlo passare in quanto il cielo vuole che lui mostri a qualcun altro quel percorso. Malacoda sembra accusare il colpo, getta a terra il bastone uncinato e dice ai compagni di non toccare Virgilio.
Solo adesso Virgilio richiama l’allievo fiorentino dicendogli di uscire dal suo nascondiglio (vv. 88-90). I diavoli, però, si fanno avanti minacciosi e fanno temere che non manterranno i patti, tanto che Dante personaggio si sente spaventato, proprio come i soldati di Caprona quando uscirono dal castello assediato per arrendersi. I demoni abbassano gli uncini, ma si esortano l’un l’altro a colpire Dante comunque, finché Malacoda li richiama all’ordine e si rivolge ai due poeti. Li informa che non possono procedere oltre da quella parte, poiché il ponte roccioso che la sovrasta è crollato e, quindi, dovranno costeggiare l’argine della Bolgia fino a trovare un altro ponte intatto.
Il diavolo spiega che il giorno prima si sono compiuti 1266 anni dal crollo del ponte, avvenuto il giorno della morte di Cristo. Poi propone ai due poeti una scorta di alcuni diavoli, che li guideranno sino al punto in cui c’è un ponte intatto che avrebbero potuto attraversare e chiama a sé dieci Malebranche, ovviamente segnati da un nomen omen ciascuno:
Alichino, derivato dall’inglese Hellkin, ovvero parente dell’Inferno
Calcabrina, che cammina sul ghiaccio
Cagnazzo, grosso cane a ricordare Cerbero
Barbariccia, che dovrà guidare la schiera, nel pregiudizio medievale sulle persone con lunghe barbe ispide
Libicocco, che deriva dalla Libia e da Sciocco
Draghignazzo, che ha un grosso drago all’interno e fa schiamazzo
Ciriatto, da Ciro (maiale in fiorentino)
Graffiacane, più simile quindi ad un gatto
Farfarello, ossia Folletto, che sfarfalla, un diavolo più piccolo con le ali
Rubicante, derivato dal latino ruber (rosso)
Malacoda ordina ai diavoli di andare a controllare i peccatori nella pece, scortando i due poeti sani e salvi al ponte che li condurrà alla Bolgia successiva.
Dante non si fida dei diavoli e, spaventato, esorta Virgilio a proseguire senza la loro guida, dal momento che digrignano i denti e lanciano occhiate minacciose: si tratta di una chiara esagerazione da parte del poeta. Il maestro risponde di non temere, poiché i diavoli fanno così per spaventare i dannati nella pece e non lui. Infine i diavoli si dirigono a sinistra lungo l’argine, ma non prima che ognuno si sia rivolto al proprio capo (Barbariccia) stringendo la lingua tra i denti, come un segnale convenuto, al quale Barbariccia rispose con uno sconcio rumore corporeo, che chiude buffonescamente la narrazione, come a voler sottolineare la grulleria adolescenziale di questo gruppo di individui, forse più stupidi che maligni.
Sara Gomaa 3C


















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