Nel suo viaggio nell’aldilà, Dante giunge sul ponte roccioso che sovrasta la Terza Bolgia dell’Ottavo Cerchio, da dove scorge una valle di pietra densa di fori tondeggianti da cui fuoriescono delle gambe. Si tratta di quelle dei Simoniaci, ovvero ecclesiastici che in vita hanno cercato di comprare o vendere un bene spirituale. I loro piedi, sulle cui piante scivolano dolorosamente delle fiammelle dai talloni alle punte, si divincolano senza sosta, richiamando l’immagine della Pentecoste, ma con un fuoco che non simboleggia lo Spirito Santo, quanto piuttosto l’eterno errore in cui erano occorsi in vita.

Poiché Dante nota che uno dei dannati sembra lamentarsi più degli altri, ne chiede conto a Virgilio, che si offre di accompagnarlo per un dialogo col peccatore. Il papa in questione è Niccolò III, che scambierebbe Dante-personaggio per Papa Bonifacio VIII, in modo che Dante-narratore possa denunciarne le nefandezze anche prima della morte effettiva. Niccolò III appartiene alla nobile famiglia degli Orsini e fu assai avido nell’arricchire i suoi famigliari. Sotto di lui, nella stessa buca, sono conficcati gli altri simoniaci, tutti appiattiti nella roccia, e anche lui verrà spinto più in basso quando arriverà realmente colui per il quale ha scambiato Dante (Bonifacio VIII). Tuttavia costui rimarrà nella buca coi piedi liberi per meno tempo di quando c’è rimasto Niccolò, dal momento che lo seguirà un altro papa poco stimato dall’Alighieri, ovvero Clemente V, che spingerà di sotto entrambi. L’autore si schiera apertamente contro il potere del papato e la sua corruzione, che porta al degrado dell’autorità ecclesiastica, ritenendo particolarmente colpevoli gli ultimi due papi citati.

“Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio 
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno 
la bella donna, e poi di farne strazio?”

In questo Canto l’elemento della compassione è inesistente, poiché la colpa dei dannati ha origine solo nella meschinità di un cuore avido, dispregiatore degli uomini e di Dio. Dante allora, con la coscienza di chi non si è mai macchiato di tali colpe, si scaglia contro i papi simoniaci così violentemente da non temere di essere considerato eccessivo o esagerato nel  giudizio.

“E se non fosse ch’ancor lo mi vieta 
la reverenza delle somme chiavi 
                                                   […]                                                       
io userei parole ancor più gravi; 
ché la vostra avarizia il mondo attrista, 
calcando i buoni e sollevando i pravi.” 

L’audacia di Dante nell’avventarsi contro questi peccatori senza mezzi termini e con una certa evidente cattiveria nasce dalla consapevolezza che, davanti a Dio, non ci sono papi o umili, ma solamente uomini che hanno o non hanno rispettato il Vangelo. Inoltre, il Poeta ritiene la colpa dei Simoniaci terribile e tanto odiosa che, decisamente disgustato nel presentarla, adotta un linguaggio ironico, proprio per produrre un effetto comico.

Il paradosso che fa nascere la risata, ma suscita anche una riflessione nella mente del lettore, è proprio il fatto che il papa teocratico, il capo della Chiesa che impone le norme ai cristiani e intanto si concede a loschi imbrogli politico-economici, presto si troverà a testa in giù, conficcato in un pozzetto, coi piedi in fiamme, a scontare una sorta di ridicola rivincita.

Il Canto si conclude con il maestro che, vedendo Dante scosso dallo sdegno, lo sorregge e lo riporta sull’argine della Bolgia, da dove inizia il ponte che conduce alla IV Bolgia, fino al Quinto Argine. Arrivatovi, lo depone a terra e i due si accingono a visitare la Bolgia seguente.

La denuncia di Dante nei confronti della simonia e della corruzione ecclesiastica trova eco anche nella Chiesa contemporanea. Seppur in misura diversa, scandali finanziari e casi di abuso di potere hanno scosso il mondo religioso, mettendo in discussione l’integrità di alcune figure ecclesiastiche, che però i papi attuali hanno subito rimosso dai rispettivi incarichi e condannato più volte apertamente.

Con un linguaggio divertito ed immagini beffarde, il poeta si fa portavoce di un messaggio etico-politico che trascende il Medioevo ed arriva fino ai giorni nostri, per insegnarci che il Paradiso, il Purgatorio, o la Bontà non si possono mai comprare, ma solo ricercare nell’animo.

Giada Giaramita 3C

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