Con lo scoppio della guerra Israelo-Palestinese, il mondo politico si è ritrovato diviso in due fazioni: chi supportava la presunta “vittima”, Israele, e chi supportava le azioni di Hamas. La situazione è, però, sfuggita di mano, tanto da portare persino i civili a schierarsi radicalmente da una parte o dall’altra, invertendo i “ruoli” dei due Paesi, anche se non conoscevano la storia del conflitto e le dinamiche della guerra.

Quando le azioni umanitariamente sbagliate di Israele hanno cominciato a diffondersi sui social-media, molti esponenti della comunità pro-Palestina hanno iniziato a diffondere degli slogan, come #FreePalestine, che hanno influenzato via via le idee delle persone. La comunità social ha, infatti, utilizzato sempre di più questo slogan, perché, ormai, diventato di tendenza. Un comportamento completamente sbagliato, perché probabilmente più della metà di queste persone non sapeva, o non sa, neanche cosa stia accadendo precisamente in Medio Oriente.
Ne è un chiaro esempio un altro slogan diffusosi tempo fa, che citava la frase All eyes on Rafah, riportando l’attenzione al pesante bombardamento commesso dallo Stato Ebraico su questa città palestinese a fine maggio 2024. L’immagine con questo slogan, creata con l’Intelligenza Artificiale, è stata diffusa e condivisa nelle “stories” di Instagram da milioni di utenti, molti dei quali ignari del suo significato: la ricondividevano solo perché tutti lo facevano, seguendo una moda alquanto inquietante.

In pochissimo tempo, dunque, questa moda pro-Palestina si consolidò così tanto, da portare alla nascita di un profondo odio verso Israele e l’intera comunità ebraica, con la diffusione di messaggi, video e immagini profondamente anti-semiti. Sempre più utenti hanno iniziato a diffondere messaggi di supporto al popolo palestinese, che, se giusti da una parte per le enormi atrocità di guerra che il Paese sta vivendo, da un’altra presentavano riferimenti “pesanti” agli ebrei, ritenuti come usurpatori, ladri e un popolo disumano. Nei commenti dei “post” riguardanti la guerra, spesso appaiono parole come Isn’tReal, una sorta di anagramma inverso della parola inglese Israel, che sottolinea come non ci sia più supporto per un riconoscimento definitivo di Israele come Stato sovrano.

Questo modus operandi di non riconoscere più lo Stato Ebraico come una nazione vera e propria si sta diffondendo anche in altri contesti, come quello calcistico e quello musicale.
Nelle partite di Nations League di settembre, ottobre e novembre 2024, Italia, Belgio e Francia erano finiti nello stesso girone di Israele. Dunque, quando una di queste nazioni doveva scontrarsi con Israele, i fan di calcio scrivevano messaggi contro il Paese, come: “Perchè giocare contro il nulla?”, “Facile vincere se non si gioca contro nessuno” e “Perchè l’Italia gioca da sola?”, chiari esempi di disconoscimento del popolo ebraico, che possono sembrare ironici e comici all’inizio, ma nascondono delle realtà spaventose. Non mancavano, inoltre, fischi e girate di schiena durante i momenti dell’inno israeliano, o canti pro-Palestina.

La stessa situazione avviene negli ambienti musicali: ne è esempio l’Eurovision Song Contest 2024. Israele aveva confermato la partecipazione, portando, però, una canzone con chiari riferimenti politici alla guerra in corso, vietati da regolamento all’ESC. L’EBU chiese all’emittente televisivo israeliano, KAN, di cambiarne il testo. Inizialmente contrario, alla fine KAN accettò e portò una canzone adeguata. Gli Eurofans, però, si erano ormai “scaldati”, continuando a chiedere all’EBU di squalificare Israele, proprio come era stato fatto con la Russia nel 2022, e fingendo di non vedere tra i partecipanti all’ESC lo Stato Ebraico.
Molti iniziarono a diffondere l’idea di spegnere la televisione quando la rappresentante israeliana Eden Golan sarebbe salita sul palco per cantare e ci furono anche cori di intimidazione nei confronti dell’EBU, che affermavano che, se Israele non fosse stato squalificato, nessuno avrebbe guardato il Contest (fatto, alla fine, non avvenuto).
Nonostante ciò, durante le esibizioni israeliane nella semi-finale e nella finale, ci furono continui fischi, cori anti-Israele e sventolamenti di bandiere palestinesi, che furono coperti e censurati per le persone che seguivano da casa.
Persino le giurie professionali dell’Eurovision decisero di allearsi per dare pochissimi punti a Israele, come simbolo di ribellione alla decisione di lasciarlo partecipare. Lo Stato, però, ottenne inaspettatamente il secondo punteggio più alto del tele-voto, 323 punti, che lo portarono a finire in quinta posizione. Gli Eurofans, adirati, diedero la colpa di questo fatto alle migliaia di persone che supportano Israele e che l’hanno, secondo loro, votato solo a causa della guerra (fatto successo anche con l’Ucraina nel 2022).

Tutto ciò dimostra come, ormai, anche delle situazioni delicate come le guerre sono oggetto di divisione sui social-media, che diventano sempre più delle piattaforme di diffusione di odio, invece di informazioni oggettive e divulgative. Sempre più individui si lasciano influenzare dalle azioni e dalle decisioni di persone famose, gli “influencer” appunto, che però spesso prendono parte a dibattiti che non conoscono appieno. Si diffonde così una disinformazione radicale, che porta solo ad episodi sgradevoli, come violenza, razzismo e, in questo caso, antisemitismo.
Non è sbagliato supportare la Palestina, vista la situazione criticissima che sta vivendo, ma bisogna ricordarsi che le vere vittime delle guerre non sono gli “Stati”, ma, da ambedue le parti, i loro abitanti, che si ritrovano impotenti di fronte ad azioni scellerate e distruttive di politiche accecate dal potere.

È tanto difficile, durante una guerra, stare dalla parte della pace?

                                                                                                                Niccolò Arpelli 3C

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