Il Canto X del Paradiso descrive l’ascesa al Cielo del Sole di Dante e Beatrice, che si lasciano alle spalle i primi tre Cieli, in cui i beati avevano subito un influsso limitante dai rispettivi astri, ed entrano in quello che è stato definito il Paradiso vero e proprio, a cui corrisponde un innalzamento della materia narrata. Lo si sottolinea tramite l’elevatezza dello stile e l’appello al lettore, che viene invitato a «cibarsi» da solo, in quanto l’attenzione del poeta è tutta concentrata su come scrivere i propri versi.

L’inizio di questo Canto è una solenne descrizione del grandioso spettacolo del Creato, opera ineffabile, indicibile, inesplicabile di Dio, ma che il lettore è invitato a contemplare in tutta la sua perfezione. La perifrasi astronomica che indica il punto equinoziale dove si trova il Sole dà modo al poeta di spiegare la funzione dell’inclinazione dello Zodiaco, responsabile del ciclo stagionale e, quindi, dell’ordinato procedere del mondo. Infatti, Dio Padre, guardando nel Figlio (che è la Sapienza) e con il sostegno dello Spirito Santo (l’Amore), è artefice di tutto ciò che si muove per virtù delle intelligenze angeliche nello spazio, con un ordine così perfetto che desta ammirazione infinita in colui che lo prende ad argomento della sua contemplazione.

Gli spiriti che appaiono in questo Cielo sono delle luci sfavillanti, che risaltano per luminosità nella luce pur intensissima del Sole, in un modo che per Dante è quasi impossibile da descrivere a parole: è il preannuncio di quella poetica dell’«inesprimibile» che sarà centrale nella Cantica e che, in questo Canto, viene più volte ribadita, sottolineando che il linguaggio umano è troppo inferiore all’elevatezza della materia. Per quanto, infatti, si voglia far ricorso all’ingegno, all’arte e all’esperienza poetica, la scena percepita supera le possibilità descrittive e non può essere immaginata. È necessario credere allo splendore di una visione così pura, secondo il principio della Fede, e desiderare un giorno di vederla in Paradiso, se alla fine della vita terrena lo si sarà meritato.

Dopo il ringraziamento a Dio da parte di Dante, esortato da Beatrice, è San Tommaso d’Aquino a presentare se stesso come uno dei Beati della Corona e ad indicare gli altri undici spiriti al poeta. La scelta del domenicano è, ovviamente, non casuale, trattandosi del maggior filosofo cristiano del Medioevo, appartenente ad uno dei due principali Ordini mendicanti, così come filosofi e teologi di primo piano sono i beati che formano con lui la Corona. San Tommaso presenta gli undici spiriti partendo dal suo maestro Alberto Magno, alla sua destra, e procedendo in quella direzione, facendo di ognuno il nome, tranne nel caso di Salomone, indicato come colui che fu tanto saggio che a veder tanto non surse ‘l secondo. Tra gli altri, spicca soprattutto Boezio, una delle principali fonti dantesche, il cui cristianesimo è però dubbio per i moderni, nonché Sigieri di Brabante, la cui ortodossia fu messa in discussione della Chiesa e da Tommaso stesso, che qui invece lo presenta come assertore di verità dottrinali. Tommaso presenta, invece, se stesso come uno degli agnelli della santa greggia di San Domenico, l’Ordine dove ci si arricchisce di meriti a condizione di non deviare dalla regola, altra affermazione che indurrà Dante a dubitare ed il cui chiarimento occuperà interamente il Canto successivo.

La narrazione si conclude con una riflessione di Dante, secondo la quale il cammino che percorre la mente per la conquista dell’essere intelligibile è un moto verso la luce, ma quello che la mente intraprende ha l’intensità della luce, poiché la ragione naturale e la verità rivelata si manifestano in un ordine di armonia, che ha in Dio il punto assoluto di riferimento.

Questo porta il poeta a distaccarsi nettamente dalle cose terrene, di cui parla nell’incipit del Canto XI. Osserva che i ragionamenti degli uomini sono fallaci e li inducono a volgersi alle cose terrene, per cui alcuni si dedicano agli studi giuridici, altri alle scienze mediche, altri alle cariche ecclesiastiche, altri al governo temporale, ai furti, agli affari politici, al piacere carnale e all’ozio: tutte considerate delle categorie vane. Invece, il poeta ne è totalmente libero, accolto insieme a Beatrice nell’alto dei Cieli. I dubbi di Dante, però, non possono rimanere celati e San Tommaso ne individua immediatamente due riguardo a delle proprie affermazioni imprecise: la prima su Salomone e la seconda sul proprio ordine.
Qui è il domenicano san Tommaso a pronunciare il panegirico di San Francesco e a biasimare i difetti del proprio Ordine. Infatti, prende spunto dal dubbio di Dante circa le sue parole alla fine del Canto X, quando parlando dei domenicani (v. 96) aveva detto u’ ben s’impingua se non si vaneggia, per cui la agiografia del santo di Assisi servirà soprattutto a mettere in luce la corruzione diffusa tra i membri degeneri dell’Ordine domenicano. Del resto, il Canto si apre con l’accusa di Dante contro l’insensata cura de’ mortali.

Francesco era ancora molto giovane, quando cominciò a riverberare sulla Terra le sue benefiche virtù: volle sposare una donna, la Povertà, alla quale nessuno vuole unirsi mai, come se fosse la morte, e a causa sua venne in contrasto con il padre. Francesco si recò, poi, a Roma per illustrare a papa Innocenzo III la sua severa Regola e, nonostante fosse figlio di un mercante, Pietro Bernardone, non si vergognò della sua umile condizione e di fronte al pontefice si comportò con modi regali. Il papa diede, perciò, una prima approvazione all’Ordine. Dopo l’episodio delle stimmate e quando Dio volle chiamarlo a sé, Francesco raccomandò ai confratelli la sua donna, la Povertà; quindi la sua anima lasciò il corpo, che fu seppellito nudo nella nuda terra, come da ultime volontà.
Tommaso invita, dunque, Dante a pensare quale fu il degno collega di Francesco nel governare la nave della Chiesa in alto mare, ovvero San Domenico, fondatore dell’Ordine Domenicano. Chi ne fa parte e si attiene alla Regola non può che acquistare grandi meriti. Tuttavia, le pecore di questo gregge sono diventate ghiotte di altro cibo, quindi si allontanano dai loro pascoli e, quanto più vagano, tanto più povere di latte tornano all’ovile (i Domenicani deviano dalla Regola e ricercano beni terreni). Ovviamente, alcune si stringono al pastore (si attengono alla Regola), ma sono generalmente una parte infima. A questo punto Dante, se ha ascoltato con attenzione, può ben capire quali sono i difetti dell’Ordine domenicano e può intendere il biasimo di san Tommaso quando ha detto «dove ci si arricchisce spiritualmente, se non si devia dalla Regola».
La metafora evangelica del gregge serve a criticare la corruzione assai diffusa proprio fra i domenicani, specie attraverso la vendita delle indulgenze e l’interpretazione capziosa del diritto canonico.

Il discorso di Tommaso si rifà al tema, assai frequente nella III Cantica, della corruzione della Chiesa, anticipando altri celebri passi ,come il durissimo attacco contro papa Giovanni XXII del finale del Canto XVIII, nonché il discorso altrettanto severo di san Pietro contro Bonifacio VIII e la Curia papale corrotta del Canto XXVII.
Gli esempi di corruzione ecclesiastica sono, ovviamente, opposti a quello di Francesco che, con la sua vita semplice, ha voluto riproporre l’ideale di povertà evangelica di Gesù e dei suoi discepoli, troppo spesso disatteso dai papi e dai prelati corrotti, contro i quali, in molti passi del poema e in particolare del Paradiso, Dante rivolge il suo duro richiamo.

                                                                                                    Niccolò Arpelli 4C

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