Evento che cambierà la storia del calcio o montatura?

Il Mondiale del 2026 non sarà la solita competizione a cui siamo stati abituati dato che, per la prima volta nella storia del torneo, si svolgerà in tre luoghi diversi, per abbattere i costi e per monetizzare maggiormente i ricavi diretti ed indiretti. Stati Uniti, Messico e Canada uniranno, quindi, le “forze” per ospitare quella che la FIFA ha già definito, non senza la solita presunzione, l’edizione più grande di sempre.

Non è solo una questione di dimensioni. Il Messico diventerà il primo Paese ad ospitare tre edizioni dei Mondiali (dopo il 1970 e il 1986), gli Stati Uniti avranno stadi quasi usciti da un film di fantascienza e il Canada farà il suo debutto come nazione ospitante. Sarà anche un Mondiale di contrasti termici e culturali, perché si passerà dal caldo torrido di Monterrey, al clima temperato di Vancouver, in una successione che si sovrapporrà a tre fusi orari diversi, con evidenti difficoltà tecniche da superare. Ma la vera notizia che spacca in due l’opinione pubblica è il nuovo formato. Dimenticato il classico schema a 32 squadre che ha retto per decenni, nel 2026 si vedranno in campo ben 48 nazioni, con la conseguente proliferazione delle partite, che passeranno da 64 a 104, a tutto vantaggio del lato economico e non tanto di quello sportivo della competizione. 

Come funziona?

Ci saranno 12 gironi da 4 squadre. Per la qualificazione alla fase successiva passeranno le prime due di ogni girone e le 8 migliori terze. Questo introduce una variabile nuova: non basterà più fare i calcoli classici, ogni gol segnato o subito potrebbe fare la differenza tra tornare a casa o accedere ai sedicesimi di finale. Sì, perché con 48 squadre entra in gioco un turno a eliminazione diretta in più; infatti chi vincerà la finale dovrà giocare 8 partite invece delle solite 7. 

Capitolo dolens: L’Italia di nuovo fuori.

Per la terza volta consecutiva (e sarebbe apparso quasi blasfemo negli Anni’70), l’Italia non parteciperà alla fase finale della Coppa del Mondo. Dopo il dramma del 2018 contro la Svezia e lo shock del 2022 contro la mediocre Macedonia del Nord, anche il cammino verso i Mondiali 2026 si è interrotto a causa della sconfitta della Nazionale Italiana contro la Bosnia. È un dato statistico che un ragazzo nato nel 2010 non ha nessuna memoria degli Azzurri in una partita dei Mondiali e sembrerebbe un paradosso incredibile, poiché siamo la nazione che ha vinto l’Europeo nel 2021, ma che si dissolve sul verdino dell’erbetta, quando si tratta di qualificarsi per il torneo più importante. La colpa, ovviamente, non va attribuita alla Bosnia o alla sopravvalutata sfortuna: è il segno di un sistema che fatica a rigenerarsi e che paga troppo i calciatori professionisti. Mentre le altre nazioni lanciano diciottenni titolari nei grandi club, da noi spesso si preferiscono i giocatori con maggiore esperienza, per vincere facile, per andare più sul sicuro, confidando troppo sulle glorie del passato.

Le Quattro Stelle.

Nonostante l’assenza, l’Italia resta nell’Olimpo del calcio, avendo meritato nel tempo ben quattro stelle cucite sul petto della maglia della Nazionale, un valore simbolico che solo il Brasile supera (con 5) e che la Germania eguaglia. Ogni stella racconta un pezzo dell’identità di questo Paese:

1934 e 1938: I tempi del leggendario Vittorio Pozzo, del calcio in bianco e nero, delle divise ridicole, della volontà di riscatto di un’Italia decisamente povera e ancora gravata da molto analfabetismo.

1982: Il Mondiale di Pertini e di Paolo Rossi, vinto contro ogni pronostico in Spagna sul finire degli Anni di Piombo, quando lo Stato era ancora nella morsa velenosa del terrorismo e della mafia.

2006: La notte di Berlino, con il rigore di Grosso che ha fatto sentire il nostro Paese padrone del mondo, nonostante il poco esaltante pareggio che portò, appunto, a dover cedere alla logica un po’ primitiva dei Rigori, alla quale sempre più spesso si sarebbe arrivati anche negli anni a seguire e che, invece, andrebbe limitata, perché non dimostra davvero quale squadra sia stata più brava sul campo.

Lo sport non fa sconti.

L’Italia non è l’unica a soffrire. La storia dei Mondiali è piena di eliminazioni eccellenti, come quella della Francia del 1994, che rimase fuori all’ultimo secondo, o dell’Olanda che ha mancato diverse edizioni. Il calcio moderno non fa sconti a nessuno in virtù del suo glorioso passato, ma valuta la condizione di ogni gruppo di atleti nel presente. Squadre come il Marocco (semifinalista nel 2022) o il Giappone dimostrano che il divario tecnico si sta riducendo. Nel 2026 vedremo nazioni che non hanno mai partecipato alla competizione: sarà un’occasione per scoprire culture calcistiche lontane e tifoserie magari inverosimili. 

Perché guardare comunque tutte quelle partite?

Varrà, quindi, la pena seguire un Mondiale senza l’Italia? Sarà il primo Mondiale dell’Intelligenza Artificiale applicata al VAR, sarà il Mondiale degli stadi climatizzati e dei siparietti negli Intermezzi come al Super Bowl, sarò il Mondiale delle star globali che cercano l’ennesimo trionfo, tra gloria, merchandising e diritti sulle pubblicità. Il calcio è un linguaggio universale che unisce i ragazzi dal Canada all’Argentina e che dovrebbe servire proprio per esaltare la bravura sui campi, senza il peso, troppo spesso, cementificante del tifo. E, per questo motivo, il Mondiale del 2026 sarà una palestra ideale, perché l’esclusione dell’Italia permetterà di osservare senza pregiudizi partigiani il gioco e, magari, di schierarsi per una Nazionale diversa dalla propria. Un’estate di notti forse insonni, di discussioni a casa, al bar o in riva al mare, di scommesse tra amici e non di risse volgari o di dibattiti accaniti tra avversari.

Giorgio Monti 2M

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