“[…] S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.”
∼ Costantino Kavafis
Il paesaggio geopolitico di questi ultimi anni presenta una situazione drammaticamente preoccupante. L’Italia è segnata da una profonda crisi economica, demografica, sociale e culturale e, volgendo lo sguardo oltreconfine, l’Europa non sembra in condizioni migliori: oltre al serio deficit demografico che la accomuna al nostro Paese, si sta combattendo una guerra ad est ed un’altra sta lacerando il Vicino Oriente.
Gli scenari bellici – insieme a carestie, carenza di risorse fondamentali per il sostentamento (cibo e acqua), diseguaglianze economiche e catastrofi ambientali – oltre a provocare morte e distruzione, sono una delle cause principali delle migrazioni forzate di un elevato numero di persone dalla propria nazione d’origine.
Da anni tale fenomeno interessa particolarmente l’Italia, uno Stato segnato dal calo delle nascite, dalla più alta età media in Europa e dal perpetuo espatrio di giovani che studiano o vanno cercando lavoro all’estero. Si tratta della cosiddetta “fuga dei cervelli”, che però poi costituisce anche una sorta di emorragia di individui che si formeranno una famiglia altrove.
Che sia dagli Stati esteri dell’Europa orientale, oppure dall’Africa, da un estremo all’altro della Penisola, via terra oppure via mare, in questo Paese, nonostante le “fughe” dei propri abitanti, arrivano quotidianamente nuove persone, che spesso non trovano né apertura nei confronti dell’altro, né comprensione, né tantomeno effettive possibilità di integrazione, bensì rimangono inascoltate, incomprese, chiuse al di fuori di barriere fisiche e mentali.
Ma nell’Europa del terzo millennio, che recita per motto “In varietate concordia”, che ha per lingua non l’inglese globish (come molti credono) ma la traduzione (come asseriva il professor Eco), è pensabile che un qualunque suo cittadino possa ritenersi avverso al multiculturalismo?
Gli Italiani, a maggior ragione, dovrebbero capire queste complesse dinamiche più dei propri fratelli europei. Dopotutto, la storia d’Italia è, fin dalle origini di Roma, una storia di esuli, fuggiaschi immigrati in una terra straniera, come scrisse il grande poeta augusteo Virgilio (70 a.C. – 19 a.C.) già nel proemio dell’Eneide: “Armi canto e l’uomo che primo dai lidi di Troia /venne in Italia profugo per fato e alle spiagge /lavinie, e molto in terra e sul mare fu preda /di forze divine, per l’ira ostinata della crudele Giunone, /molto sofferse anche in guerra, finch’ebbe fondato /la sua città, portato nel Lazio i suoi Dei, donde il sangue /Latino, e i padri Albani e le mura dell’alta Roma.”
La letteratura latina offre anche molti altri spunti di riflessione, occasioni di confronto con un’epoca lontana nel tempo, ma ancora capace di fornire il proprio conforto spirituale e intellettuale, come in un dialogo attraverso i secoli.
Un primo esempio è raccontato dallo storico latino Tacito nei suoi Annales (XI, 24): nel 48 a.C. a Roma si liberano dei seggi in senato, e, in una sorta di grido “prima i romani!”, i senatori ne rivendicano la proprietà come si farebbe per del mobilio. È in questa occasione che l’imperatore Claudio (10 a.C. – 54 d.C.) tenne uno dei discorsi più esemplari della Storia: «I miei antenati, al più antico dei quali, Clauso, venuto dalla Sabina, furono conferiti insieme la cittadinanza romana e il patriziato, mi esortano a adottare gli stessi criteri nel governo della res publica, trasferendo qui quanto di meglio vi sia altrove. Non ignoro che i Giulii vennero da Alba, i Coruncanii da Camerio, i Porcii da Tuscolo e, per non risalire ad epoche più antiche, furono tratti in Senato uomini dall’Etruria, dalla Lucania e da tutta l’Italia […]. A quale altra causa fu da attribuirsi la rovina degli Spartani e degli Ateniesi, se non al fatto che, per quanto prevalessero con le armi, consideravano i vinti come stranieri? Romolo, nostro fondatore, fu invece così saggio, che ebbe a considerare parecchi popoli in uno stesso giorno, prima, nemici e, subito dopo, concittadini. Stranieri presso di noi ottennero il regno […]. O senatori, tutte le cose che si credono antichissime furono nuove un tempo […]. Anche questa nostra deliberazione invecchierà e quello che oggi noi giustifichiamo con antichi esempi sarà, un giorno, citato fra gli esempi».
Una grande lezione politica quella di Claudio, che si articola in due momenti fondamentali.
Dapprima l’imperatore cita la Grecia che, per quanto culturalmente florida e militarmente attrezzata, è durata molti meno anni di Roma, perché ha eretto un muro, considerando e deridendo i vinti o chi non sapesse la loro lingua come “barbari”. I Romani, invece, furono sempre permeabili alle culture “altre” e, in particolare, a quella greca perché le colonie della Magna Grecia erano sempre state a diretto contatto con le civiltà italiche. Con la vittoria nella Seconda Guerra Punica (218 a.C. – 202 a.C.) e la conquista del sud della penisola, all’interno dell’aristocrazia romana si fronteggiarono due diversi schieramenti: i tradizionalisti, legati ai vecchi modelli culturali, contro la fazione degli Scipioni (che poi prevalse), più favorevoli all’adozione di modelli culturali greci o orientaleggianti. La lezione del mondo greco fu creativamente reinterpretata e, a tal proposito, non può non venire alla mente la celebre frase che Orazio scrisse nelle sue Epistulae (II, v. 156): «Graecia capta ferum victōrem cepit et artes intulit agresti Latio» («la Grecia, conquistata [dai Romani], conquistò il selvaggio vincitore e le arti portò nel Lazio agreste»).
Un’integrazione che non si limita all’ambito culturale, ma che invade anche la sfera religiosa. Il pantheon romano, infatti, era multietnico e, accanto alle divinità tradizionali, affiancava gli Dei dei popoli conquistati (tra le altre mitologie, furono inglobate quelle etrusca e greca, ad esempio, e perfino Cesare nel De Bello Gallico allineava le divinità celtiche a quelle mediterranee senza porsene il problema). Proprio in questo fu l’acme del pensiero latino: riconoscere nella ricchezza delle altre culture una possibilità di arricchimento per la propria.
Claudio individua tale tendenza al multiculturalismo già nella fondazione della stessa Roma, citando il suo fondatore, Romolo. In merito a questo, uno dei più noti storici latini, Tito Livio, scrisse nell’Ab urbe condita (I, 8): «Nel frattempo la città cresceva in fortificazioni che abbracciavano dentro la loro cerchia sempre nuovi spazi: si costruiva più nella speranza di un incremento demografico negli anni a venire (in spem magis futurae multitudinis) che per le proporzioni presenti della popolazione. In seguito, affinché l’ampliamento della città non fosse fine a se stesso, col pretesto di aumentare la popolazione secondo l’antica idea di quanti fondavano città (i quali, radunando intorno a sé genti senza un passato alle spalle, facevano credere loro di essere autoctoni), creò un punto di raccolta là dove oggi, per chi voglia salire a vedere, c’è un recinto tra due boschi. Lì, dalle popolazioni confinanti, andò a riparare una massa eterogenea di individui – nessuna distinzione tra liberi e schiavi – avida di cose nuove: e questo fu il primo energico passo in direzione del progetto di ampliamento». Sotto lo stesso segno di eterogeneità si inseriscono anche le altre leggende legate alla Roma di età monarchica. È il caso del noto “ratto delle Sabine”, per «sanguinem ac genus miscere» [«mescolare sangue e stirpe», Ab urbe condita (I, 9)], e l’alternanza etnica delle sette generazioni di re (prima Romani, poi Sabini ed Etruschi).
L’innegabile eredità di questo mondo classico è, dunque, una lezione politica ed una lezione di politica. Se non per la pietas (la devozione tutta nostrana alla famiglia, alla patria e agli Dei, in questo ordine di priorità), per la caritas cristiana o per le idee illuministe su cui si è fondata la cultura occidentale, è bene che almeno si prenda atto di questo grande insegnamento di vita.
Esattamente come ieri, il cives chiama “barbari” quei popoli e quelle culture contro le quali pretende di condurre guerre (fisiche e/o ideologiche) dette “di civiltà” – o, peggio – “di pace”. Viene alla mente il discorso che lo storico Tacito, “barbaro” critico oppositore dell’imperialismo romano, fa pronunciare a Calgaco, capo dei Caledoni, nell’Agricola: «il massacro e la rapina li chiamano “impero”, e dove fanno il deserto, la chiamano “pace” (ubi solitudinem faciunt, pacem appellant)» (Agricola, 30-31).
Fabio Pasquale 4A


















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