“Donne, vita, libertà”

Tre parole che dovrebbero essere considerate come la quotidianità, come la normalità, ma che in realtà non sono ancora ben accolte, dato che c’è della gente sul pianeta che non le vuole ancora sentire. E’ difficile per noi comprendere come, ancora, si debba lottare per farsi accettare dalla società, come ancora le donne vengano sottovalutate e sminuite e, addirittura, private della libertà, perché oggi queste situazioni dovrebbero essere passate e, magari, solo un brutto ricordo.

Invece, è ancora la cruda realtà. Per quanto tempo le donne sono state omesse ed oscurate dalla prepotenza degli uomini? Per quanto tempo a loro hanno impedito di dire le proprie opinioni, o anche solo un sussurro? Per quanto tempo si pensò che le donne sono solo oggetti, che non dovrebbero essere istruite, che non dovrebbero lavorare, ma che dovrebbero limitarsi a curare i propri figli e pulire la casa? Per quanto tempo sono state violate e uccise solo per gli sbalzi d’umore degli uomini, che le vedono come dei non-umani, delle figure da desiderare e comandare, come se fossero totalmente diverse da loro?

I classicisti risponderebbero che l’intero fenomeno, in Occidente, iniziò con l’invasione della Grecia da parte dei Dori. Non propriamente l’altro ieri.

Per quanto si abbia lottato per ricevere anche solo un piccolo posto in un angolo al buio nella tossica società, c’è ancora nel mondo quella sensazione di differenza e di difetto verso le donne, che non riescono a sentirsi al sicuro per colpa delle malizie altrui, che devono fare il doppio del lavoro per ricevere almeno un quarto dello stipendio maschile, che vengono sempre giudicate dal modo di vestirsi, dal modo di comportarsi o di atteggiarsi.

Avere sempre paura di dire qualcosa di fuoriposto, per non essere maltrattate dal compagno e di rispettare i suoi presunti ordini. Avere paura degli occhi estranei e di non poter sapere cosa dicano, cosa pensino, perché più guardano, più cominciano pensieri non costruttivi, non idonei e che, la maggior parte delle volte, sono una rovina.

D’altronde, in altri Paesi, come in Iran, le donne sono considerate ancora più inferiori rispetto agli Stati occidentalizzati, come se non valessero proprio niente. Ormai è da un po’ che le donne iraniane lottano e protestano per i propri diritti.

Nel 1979, l’ayatollah Khomeini impose l’uso del velo sulle donne iraniane e il giorno dopo ci furono proteste e manifestazioni, senza però risultati concreti. Gli anni ’80 erano considerati quelli delle grandi ideologie, di proteste e di guerre in Iran. Gli anni ’90, invece, hanno visto una certa distensione delle restrizioni sull’abbigliamento e sulla partecipazione in società delle donne. Poi si è giunti ai giorni attuali, dove a Teheran, il 13 settembre 2022, Mahsa Amini, passeggiando tra le strade della città con la sua famiglia, viene arrestata dalla polizia locale a causa dell’uso non corretto dell’hijab, un tipo di velo islamico formato da una cuffia che raccoglie i capelli, tenendoli stretti (può essere legato o al collo, o al mento, oppure può essere lasciato libero sul corpo. Il termine “hijab” significa “rendere invisibile, nascondere” e viene citato anche nel Corano, indicando la difesa della privacy). Secondo testimoni, presenti durante l’accaduto, la ragazza cominciò a subire una serie di percosse e venne immediatamente portata all’ospedale, dove sarebbe arrivata in stato di morte cerebrale. Morì il 16 settembre 2022.

Diversi medici hanno sostenuto che Mahsa avesse subito lesioni cerebrali, sanguinamento dalle orecchie e lividi sotto gli occhi. La polizia disse alla sua famiglia che l’avrebbero presa per fare una “sessione di educazione” e che l’avrebbero rilasciata poco dopo. Ma le cose non andarono così.

Le autorità hanno sempre affermato che Mahsa sia morta di cause naturali, ma la famiglia della ventiduenne curda disse esplicitamente che non aveva mai avuto problemi di salute.

Per la prima volta da anni, questo avvenimento non passò inosservato e le donne iraniane cominciarono a protestare per la povera giovane Mahsa. Dall’inizio delle proteste, si manifestò una violenta repressione: dal 26 settembre al 7 dicembre ci furono 508 vittime, tutte donne, incluse 69 bambine. Le persone arrestate furono oltre i 18.000. La maggior parte di queste vittime sono di giovanissima età, morte solo per protestare e lottare per la loro libertà, stanche dell’inferiorità nel loro Paese. Per strada protestano, si tolgono il velo, si tagliano una ciocca di capelli, urlano a costo di perdere la vita, sperando che quell’urlo possa fare la differenza un domani e di aver lottato per una giusta causa e per un cambiamento.

Le donne iraniane protestano non solo per il velo o per il modo di vestirsi, ma per come debbano vivere la loro vita.

– Le donne non hanno il diritto di entrare negli stadi per assistere agli sport.

– La testimonianza di una donna in tribunale vale la metà di quella di un uomo. Se è necessario un testimone per provare un crimine, due donne devono testimoniare in modo che abbiano testimoniato tanto quanto un uomo.

– Una donna non può essere un giudice di corte.

– Le donne non hanno il diritto di ballare o cantare.

– Le donne non hanno il diritto all’aborto: la punizione per l’aborto è uguale all’uccisione di un essere vivente.

– Una donna non può divorziare dal marito: questo diritto appartiene solo all’uomo, che può divorziare dalla moglie quando vuole.

– Una donna non ha diritto all’affidamento di un figlio dopo il divorzio. Il figlio appartiene al padre.

– Una donna non ha il diritto di lasciare il Paese. Questo diritto spetta al padre fino all’età di 18 anni e, dopo il matrimonio, al marito.

– Una donna è costretta a indossare l’hijab completo durante le competizioni sportive. Molte atlete sono state licenziate dalla Nazionale e alcune di loro giocano per la Nazionale di altri Paesi.

– I loro padri e fratelli hanno il diritto di ucciderle e, poiché (secondo il codice penale islamico), padri e mariti sono considerati tutori, non saranno puniti per averlo fatto.

Questa è la crudeltà degli uomini contro le donne, che dovrebbero essere considerate come normali persone, che dovrebbero essere amate ed essere libere di poter vivere le loro vite, senza se e senza ma. Vivere la vita senza il costante timore di sbagliare, ma poter poi imparare dagli sbagli, come viene consentito agli uomini iraniani. Vivere con più leggerezza senza dover avere quella sensazione di essere oppressa e come schiava di qualcuno.

Un uomo non dovrebbe decidere al posto di una donna, tantomeno decidere per la sua vita. Un uomo non può scegliere quando debba morire, non può decidere quando possa lasciare il Paese. Non spetta solo all’uomo scegliere il divorzio e, come per uno schiocco di dita, lasciarla per un’altra donna. Nessuno dovrebbe sentirsi così. I padri e i fratelli non hanno il diritto di uccidere le loro figlie o sorelle, solo perché si sono comportate male o perché si sono stancati di loro. Non bisognerebbe comportarsi così.

Nessuno deve scegliere al posto degli altri.

Nessuno deve scegliere quando porre fine alla vita degli altri.

Nessuno deve scegliere il futuro al posto degli altri.

Nessuno ha il diritto di far vivere a qualcuno una vita che non sente sua.

Nessuno ha il diritto di far del male agli altri, trattando il prossimo come un corpo senza sentimenti, come se fosse un oggetto inanimato.

Nessuno ha il diritto di giudicare gli altri, di lanciare sguardi fugaci e fermarsi ai soliti pregiudizi che la società, ormai, ha infilato nelle teste di molti individui ignoranti. Non bisognerebbe sentirsi come se si vorrebbe scappare dalla realtà, come se non si fosse adatti a vivere in questo mondo. Non bisognerebbe pensare che chiudere gli occhi e affogare nelle stesse paure sia l’unico modo per vivere. Non bisognerebbe pensare che porre fine al dolore, alla vita, alla mente, ai propri respiri, sia l’unico modo per spegnere tutto l’odio, le parole, i gesti che perseguitano i pensieri in quegli attimi bui.

Non bisognerebbe trattare una donna, in questo modo. Non bisognerebbe ucciderla, violentarla, sminuirla, privarla di ogni cosa. Non bisognerebbe pensare che questo sia il modo giusto per vivere e andare avanti.

E ancora oggi non si è andati così lontano come si sperava. C’è ancora tanta strada da fare, ma non bisognerebbe perdere la speranza, perché di solito è l’ultima a morire e non bisogna lasciare che muoia.

Si spera in un futuro dove questo dolore contro le donne non ci sia più, dove sia solo un incubo finito. Dove tutto quel sangue, quelle lacrime e quel dolore non ci siano più, ma che si possa vivere con la leggerezza negli occhi e nel cuore. E vivere in una quotidianità senza dolore.

Giulia Abazi 4B

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