Secondo i dati del World Economic Forum (una fondazione senza fine di lucro, impegnata a migliorare lo stato del mondo, che si occupa, in particolare, di questioni economiche e sociali), entro il 2025 la Generazione Z costituirà il 27% della forza lavoro nei Paesi OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e un terzo della popolazione mondiale.
I giovani saranno il futuro del mondo, ma, gettando uno sguardo sul loro presente, si teme che l’ansia e lo stress di cui soffrono non permetterà loro di portare un significativo sviluppo nel lavoro e nelle relazioni umane. Con i sintomi che la gioventù accusa ormai da tempo, il domani sembra solo un’illusione cronica.
Dall’edizione 2023 dell’indagine di Cigna International Health, un’azienda globale di servizi sanitari che da più di sessant’anni promuove in tutto il mondo la salute della persona, è emerso che, su quasi 12.000 lavoratori in tutto il mondo, il 91% di età compresa tra 18 e 24 anni dichiara di essere stressato, rispetto a una media generale che si assesta comunque all’84%. Inoltre, dai medesimi sondaggi, si evince che quasi la totalità dei giovani (il 98%) ha a che fare con sintomi correlati al cosiddetto burnout.
È bene, però, che i dati non confondano: non si tratta di problemi strettamente correlati all’attività lavorativa, bensì a qualcosa di più profondo, turbante, a tratti frastornante, che avvelena il cuore della gioventù con un sentimento di radicale sfiducia nel futuro.
Nell’ottica speranzosa di trovare una soluzione al problema, ci si domanda: qual è la causa di tutto questo disagio?
Spesso viene quasi spontaneo addossarla alla pandemia, alla guerra, alla mancanza di lavoro, dimenticandosi che questi fattori, seppur influenti e certamente non sottovalutabili, sono insufficienti a comprendere il problema, poiché amplificano semplicemente il peso di una situazione che già grava sulle spalle dei ragazzi.
È bene, però, tenere sempre a mente che, così come afferma Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino, il disagio giovanile non è dovuto a ragioni psicologiche, bensì a ragioni culturali: il futuro non è più una promessa, ma una minaccia.
Molti adulti, dimenticando il problema culturale, dedicano la loro scarsa attenzione solo a quello psicologico, e sostengono che il disagio sia qualcosa con cui far pace, che non sia scindibile dall’adolescenza, un periodo della vita in cui le pulsioni non hanno ancora fatto pace con la razionalità. Già di per sé questo status evolutivo comporterebbe un sostanziale squilibrio.
Non si spiega come, allora, non si faccia nulla per alleggerire il peso che grava sulle spalle degli adolescenti. Il malessere, infatti, implica una serie di fattori ad esso annessi ben difficili da gestire. Oltre alla generale ansia di fronte a un futuro incerto, non più meta sicura da raggiungere, ma messo in discussione da crisi economica e disoccupazione, svolgono un ruolo tristemente importante gli amori non corrisposti, la perdita di una persona cara, un insano rapporto con il proprio corpo, che spesso sfocia in disturbi alimentari (di cui soffre il 58% dei giovani tra i 13 e i 25 anni). Inoltre, specialmente nel mondo scolastico, creano disagio possibili episodi di bullismo e l’ansia da prestazione in vista di esami e interrogazioni, soprattutto quando vengono affrontati con alte aspettative, la maggior parte delle volte alimentate dagli stessi genitori, che dovrebbero essere il conforto dei propri figli, ma che si rivelano estremamente esigenti.
Insomma: si è ormai capito che, forse, il motivo di fondo per cui i giovani non stanno bene è l’incapacità da parte delle generazioni passate, di chi dovrebbe essere più saggio ed equilibrato, di accogliere la gioventù di oggi senza caricarla di inutili pesi. Come scrisse Antoine De Saint-Exupéry: “Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano.”
Come trovare un minimo di sollievo? Come prendersi una minima pausa da questo incessante tormento?
Potrà sembrare, strano, ma una risposta è racchiusa in gesti molto semplici del “passato”.
“Passato” perché, molto probabilmente, oggi sono difficili da trovare: sono quasi elemosinati. La società moderna è tecnologica, fortemente frenetica e, nel suo esserlo, lascia spazio a rapporti interpersonali troppo fragili, veloci, poco profondi. Forse non ce ne si accorge o forse, talvolta, si cerca di non pensarci, perché la convinzione che il rapporto con gli altri sia tanto solido quanto desiderato fa sentire meno soli e, quindi, meno vulnerabili o indifesi.
La società di oggi è virtuale: nonostante ormai non siano più in vigore norme di distanziamento sociale ed interpersonale, sembra che in qualche modo si tenda ad evitare il contatto, che tanto è stato proibito in questi anni a causa della pandemia. Una colpa è sicuramente da attribuirsi alle tecnologie, ma sarebbe anche curioso domandarsi perché i rapporti virtuali oggi siano così costantemente favoriti. Sono forse più comodi, o soltanto l’ennesima dimostrazione che un’apatia dilagante sta togliendo respiro al desiderio di confronto diretto con l’altro?
È importante, allora, che avvenga “un ritorno al passato”, che si ricominci a costruire rapporti in cui si metta in gioco la propria corporeità, ricordando anche l’inscindibilità tra la mente e il funzionamento del corpo fisico. Ricordando questo “passato” e ricordando anche il terribile periodo della pandemia e delle quarantene, perché non parlare ora dei tanto mancati abbracci?
L’abbraccio è, di per sé, un gesto dalla profonda valenza simbolica: può trasmettere vicinanza affettiva, condivisione di emozioni, accoglienza e, soprattutto, la fiducia nel creare legami. Gli abbracci sono la profondità della comunicazione non verbale: da un lato, esprimono un senso di protezione e di accudimento che ci riporta all’infanzia e al primo contatto con la madre, dall’altro valgono più di mille parole, perché in grado di comunicare nell’immediato forti vissuti emotivi.
Da un punto di vista neurofisiologico, inoltre, secondo uno studio dell’Università di Vienna, quando si stringe un abbraccio sentito (che duri almeno venti secondi rispetto alla media di soli tre), si può beneficiare di veri e propri effetti terapeutici: viene rilasciata nel sangue l’ossitocina, un ormone (meglio conosciuto come “ormone dell’amore”) che riduce lo stress e l’ansia, e che contribuisce a migliorare la memoria. Inoltre, dai risultati è emerso che gli abbracci aiuterebbero ad abbassare la pressione arteriosa e quindi combatterebbero l’ipertensione.
In aggiunta, durante l’abbraccio il cervello libera endorfine, sostanze chimiche che hanno un effetto analgesico, di attenuazione del dolore fisico e di attivazione di un generale stato di benessere. Si producono anche serotonina e dopamina, neurotrasmettitori che consentono un effetto sedativo, di calma e tranquillità, per cui il respiro si sincronizza, il battito cardiaco diminuisce, si attivano altri ormoni e neurotrasmettitori che procurano un senso di appagamento e si rafforza il sistema immunitario, allontanando così stress, ansie e timori.
L’abbraccio sembra anche aumentare enormemente il potenziale del proprio cervello, in termini sia di sviluppo, sia di apprendimento. Infine, come pubblicato in uno studio condotto su 404 adulti da un gruppo di ricercatori della Carnegie Mellon University e dell’Università della Virginia (USA) e pubblicato su Psychosomatic Medicine, avvertire il calore degli altri sul proprio corpo, oltre a ridurre ansia e stress, riduce anche la possibilità di contrarre infezioni come il raffreddore.
Se non riesce a trovare una soluzione al disagio giovanile, almeno si sa che in un abbraccio si possono trovare conforto e molti altri benefici. E chissà… forse, è proprio questo che manca: un “abbraccio generazionale”. In modo che ogni generazione faccia pace con l’altra e che forse chieda perdono per il grande male arrecato. Che sia proprio in questo, in un semplice abbraccio, la soluzione?
Fabio Pasquale 4A


















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