Assistiamo, oggi più che mai, ad una drammatica crisi della parola. Viviamo nel pieno dell’era della comunicazione, della globalizzazione, in cui la massima disponibilità dei mezzi tecnici rende possibile il dialogo istantaneo da una parte all’altra del mondo, eppure scoppia quotidianamente l’impoverimento del linguaggio. Paradossale, no?!
Ci siamo persi nella grande rete digitale del mondo, eterna mortificatrice del tempo. Smarrito è, oramai, il nostro limite, tema tanto caro ai Greci che, più di duemilaquattrocento anni fa, avevano già inciso su pietra la finitudine dell’uomo2.
Forti della nostra téchne (τέχνη) abbiamo proiettato lo sguardo verso il futuro, perdendo di vista le sfide che il nostro presente ha ancora da porci. Prometeo, cresciuto in noi e più di noi, aveva ben ragione nell’affermare di averci resi immortali. Magari non l’avesse fatto con vane speranze…3
In questa disattenzione dilagante, non stupisce che abbiamo smarrito il vero significato delle parole, ridotte a merce, approssimate a semplici vocaboli scientizzanti, ma sempre più ricoperti dal polverone dei secoli che nessuno ormai desidera più ricordare.
Abitiamo una moderna Babele4 in cui non riusciamo a capirci più.
Lo stimato professor Dionigi, latinista e docente emerito di Lingua e Letteratura Latina, ha detto: “Noi oggi parliamo male e abbiamo bisogno di ecologia linguistica.” Non solo, ricordiamo che la parola non riveste e comunica un pensiero, bensì è prerogativa del pensiero: senza linguaggio non potremmo pensare. E certo non si può pensare usando solo i simboli matematici e le formule chimiche.
Come abbiamo potuto dimenticare la virtù polivalente della parola?
Gorgia, il principe dei sofisti, nell’Encomio di Elena, dimostra che la parola è capace di riscattare anche la donna più diffamata dell’antichità. Dovremmo, infatti, prestare molta attenzione quando si tratta di parole, poiché sono farmaci, delle volte medicina, altre veleno5.
Non a caso, la parola può essere verità, ma anche inganno. Può generare coni di luce – si pensi a Tucidide che dice di aver capito lo scoppio della Guerra del Peloponneso perché “avevano cambiato il significato delle parole” – o proiettare densi fasci d’ombra – come ricorda Platone nel Gorgia, il popolo preferisce il retore al medico poiché, se il secondo forse riesce a curare, il primo fa scordare anche completamente la malattia6.
Primo Levi scrisse “sedete e trattate”: la parola è politica. Ma già un autore di qualche anno precedente ce lo ricordava: un Cicerone poco più che ventenne, che affermava come, quando la parola è proprietà degli eloquentissimi omine, allora la res publica è salva; quando, invece, è appannaggio dei ominessimiomine, i demagoghi, allora la res publica va in rovina.
Infine, la parola è potenza creatrice. Si ricordi la lezione biblica: “Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu.” (Gen. 1, 3). Cristo stesso è, a sua volta, il Verbo che si è fatto carne.
Come non restare affascinati dalla parola? È nata insieme all’uomo e da allora è onnipresente nella questione politica, filosofica, etica, scientifica, psicologica, sociale e linguistica. Portiamole rispetto e, soprattutto, curiamo le nostre parole poiché, come ricorda Platone nel Fedone: “Parlare male, oltre ad essere una cosa brutta in sé, fa male anche all’anima.”
Fabio Pasquale 4A
1. Così come è impensabile scindere il bene dal male nell’essere umano – Dottor Jekyll e Mister Hyde ne sono un esempio lampante – la parola è sempre sede di una duplice natura.
2. Socrate, nel Protagora di Platone, illustra la massima “Μηδὲν ἄγαν”, ovvero “nulla oltre il limite”, scolpita sul frontone del tempio di Apollo a Delfi insieme ad altri precetti, tra cui il famoso “conosci te stesso” – “γνῶθι σεαυτόν”.
3. [Prometeo] “Dal fissare il destin distolsi gli uomini.” / [Coro] “Quale farmaco a tal morbo trovasti?” / [Prometeo] “Nei lor petti albergai cieche speranze.” (Eschilo, Prometeo incatenato, vv. 248-250)
4. Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente, gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola: questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. (Gen. 11, 1-7)
5. “[…] la parola è un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti e a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentar la pietà.” (Gorgia, Encomio di Elena)
6. “Già molte volte, infatti, io con mio fratello e con gli altri medici, essendo entrato presso qualcuno dei malati che non era disposto a bere una medicina o a permettere al medico di tagliare o cauterizzare, mentre il medico non riusciva a convincerlo, lo convinsi io, non con altra arte se non con la retorica. […] E se contendesse poi con un altro artigiano qualsiasi, il retore più di chiunque altro convincerebbe a scegliere lui stesso: non c’è infatti argomento riguardo al quale il retore non parlerebbe in maniera più persuasiva di qualsiasi altro degli artigiani in pubblico.” (Platone, Gorgia, 456b-456c)


















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