Il capitolo trenta dei Promessi Sposi tratta della vita nel castello dell’Innominato, nel periodo di passaggio delle truppe dell’impero austro-ungarico, e del ritorno al paese di Don Abbondio dopo l’arrivo dei mercenari imperiali.

I lanzichenecchi furono vari squadroni di mercenari austriaci, conosciuti per la loro indole barbarica di razziare e distruggere i borghi che attraversano durante la marcia. In questo capitolo si vede la paura di Don Abbondio aumentare con il passare del tempo e, infine, il ritorno con una spiacevole scoperta. Durante la sua permanenza nel castello, a differenza di Perpetua e Agnese, lui non lavora, ma non è comunque contento di alloggiare nella casa di un ex criminale; infatti, andrà frequentemente a lamentarsi con le due donne che lo hanno convinto a chiedere asilo. Sarà anche l’ultimo ad andarsene dal castello, a causa della sua sfrenata paura di incontrare un corteo di lanzichenecchi.

Man mano che si avvicinavano al paese, il curato e le due donne assistono alla scia di distruzione delle truppe. Giunti al borgo, Don Abbondio si affretta ad arrivare a casa per verificare se i beni che non era riuscito a portare in salvo fossero rimasti intatti. Tra tutti, precisamente nel giardino dell’abitazione, sotto all’unico albero di fico, Don Abbondio sfortunatamente trova una buca, segno che le monete che vi aveva sepolto erano state prese dai soldati.

Questo avvenimento fu motivo di discussione con Perpetua, la quale era stata incaricata di nasconderle, e che nota anche la scomparsa di mobili della casa, che però aveva visto in alcune abitazioni dei vicini non particolarmente amichevoli. Il curato, conoscendo costoro ed il loro carattere, fece desistere Perpetua dal proposito di andare a rivendicare i mobili, sempre a causa di una paura infrenabile.

Seppellire le monete in attesa di tempi migliori non fu l’unica volta che successe nella Storia: la prima volta, infatti, risale al tempo degli antichi romani, precisamente nell’era tardo-repubblicana sotto l’impero di Valeriano. In quel caso la causa fu un cambio monetario non equo, per il passaggio dalle monete in argento alle monete in rame, solo ricoperte d’argento e, quindi, con un valore uguale alle precedenti puramente nominale e non oggettivo.

Ma l’idea di seppellire il denaro non resterà isolata nemmeno in Letteratura, perché verrà ripresa pochi anni dopo da Collodi nel famoso episodio del burattino con il Gatto e la Volpe.

Il capitolo si chiude con un preavviso terrificante, dato che i lanzichenecchi non avevano soltanto razziato e distrutto i vari paese dove passavano, ma avevano trasmesso una malattia che portò successivamente alla decimazione dell’Italia: la peste bubbonica.

Nei capitoli 31 e 32 si racconta, infatti, della pestilenza, di come il contagio fosse aumentato esponenzialmente e delle paure del popolo. In questi due capitoli si vedono la bravura e l’accuratezza del Manzoni come Storico, con citazioni di uomini esistiti realmente e che lui ha studiato con puntiglio, anche se ai lettori moderni risultano poco importanti.

Il contagio della peste si attribuisce a due fattori: i lanzichenecchi, che hanno portato questa malattia nei borghi del milanese, ma anche la presenza di uomini al potere a cui importava solo la guerra di successione del Monferrato. Dato che a inizio contagio gli uomini al potere provarono a persuadere il popolo che la malattia era soltanto una febbre di palude, la maggior parte della popolazione credette alle notizie del ministero della salute di Milano, ma i cittadini più anziani, che erano sopravvissuti alla peste del 1576, provarono ad allarmare gli altri vanamente.

Tra i sopravvissuti della peste del 1576 erano presenti vari medici dell’epoca: ad esempio, Lodovico Settana, che fu tra i primi a chiedere di imporre varie leggi per racchiudere il contagio, le quali purtroppo non vennero ascoltate. Soltanto quando le morti nella città di Milano iniziarono a crescere, la popolazione iniziò a mostrare segni di paura verso questa misteriosa malattia e, dopo oltre 50 anni dalla chiusura, venne riaperto il lazzaretto, gestito principalmente dai frati cappuccini.

Le entità religiose furono molto importanti per evitare il contagio. Il cardinale Federigo Borromeo, che era una persona colta, invitò le masse a restare a casa e cercare di incontrare meno persone possibili e ad evitare assembramenti inutili. Dopo vari giorni in cui il contagio stava aumentando smisuratamente e la speranza nella popolazione stava scemando, decisero, senza il pieno consenso del Cardinale, di fare una processione con le sante reliquie di San Carlo: inevitabilmente, con una concentrazione di persone in un unico posto, i contagi aumentarono in modo esponenziale, passando da 2000 a 12000 nel giro di un paio di giorni.

Con l’accrescimento della paura, l’uomo deve trovare qualcuno a cui attribuire tutti i mali, in questo caso gli untori. Il primo caso fu un signore anziano che, prima di sedersi su una panchina in Piazza Duomo, la spazzò con un panno per togliere la polvere, ma il gesto venne equivocato e lui venne scambiato per un untore, ovvero una persona che spargesse il morbo per la città. Venne addirittura sottoposto a un linciaggio pubblico e la panchina venne lavata accuratamente. Con l’idea del duomo completamente impestato, i cittadini persero la speranza, che venne a mancare ancora di più quando, durante la processione delle reliquie, una parte delle mura di Milano venne colorata con della polvere gialla suscitando un effetto di definitiva sconfitta e sconforto.

Un altro personaggio a cui venne accreditata la presenza del morbo fu il governatore Don Gonzalo, licenziato poche settimane prima dello scoppiò del contagio e assaltato durante la sua uscita da Milano in carrozza. Alcune voci di Milano dissero che le ultime parole di Don Gonzalo furono una maledizione verso una città ingestibile e problematica.

Nei momenti di crisi ci sono sempre delle persone che si vogliono approfittare del contesto ambiguo ed in quel momento storico erano presenti i monatti, uomini che miracolosamente erano sopravvissuti alla peste e, quindi, che non potevano contrarla nuovamente, addette al trasporto dei malati al lazzaretto e dei morti verso le varie fosse comuni. Erano vestiti di rosso per essere riconoscibili da lontano e portavano una campanella al piede, così da essere anche facilmente sentiti dai cittadini. Anche se le loro azioni potevano sembrare al servizio del popolo, i monatti chiedevano grosse somme per portar via i malati e molte volte razziavano le case di famiglie deportate o sterminate dalla malattia.

La popolazione superstite viveva nello stato d’animo di chi si vede costantemente e misteriosamente minacciato da un nemico invisibile, ma che lascia dietro di sé una scia di morte e distruzione. Tutti nella paura, che la presenza di untori aumentava inequivocabilmente. Il livello intellettuale si abbassava a tal punto, che perfino persone di alta cultura come il cardinale Federigo Borromeo o il medico Alessandro Tadino credettero a queste dicerie popolari.

Nicolò Costa 2F

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