“La guarigione è legata al tempo e a volte anche alle circostanze” diceva Ippocrate di Coo, il padre della medicina.

In una società bombardata di notizie riguardo processi contro medici ed ospedali incompetenti nel calcolare i giusti tempi o nell’analizzare le circostanze, uno degli argomenti bollenti dell’ultimo periodo riguarda proprio le Facoltà universitarie di Medicina.

Oggetto di discussione:  l’abolizione del test di ingresso a numero chiuso per questa facoltà.

Ma quali sono le circostanze e i tempi di questa questione?

Tutto inizia in conseguenza alla proposta del rettore dell’Università di Ferrara di abrogare il test di ingresso alla Facoltà, con successivo sbarramento di 600 studenti (nel caso dell’Università di Ferrara) al termine della prima sessione. Il Ministro degli Interni, Matteo Salvini, appoggia questa proposta ed anche il Ministro della Salute, Giulia Grillo, fa intendere di essere favorevole. Il vice-premier sostiene la sua posizione attraverso un post su Facebook in cui dichiara “Diritto allo studio e al lavoro per tanti ragazzi, diritto alla salute per tanti italiani”; mentre la Ministra Grillo afferma di voler attuare questo cambiamento in maniera graduale, per aumentare il numero di medici in un campo che vede il proprio personale sempre più in calo.

Sull’altro fronte, il sindacato dei medici dirigenti sostiene la sua posizione dichiarando che la revoca di tale test sarebbe un errore, in quanto implicherebbe la condanna alla disoccupazione di generazioni di medici formati, o all’emigrazione, visto che i posti di lavoro offerti dal SSN rimarrebbero, comunque, invariati. Si appella, inoltre, al fatto che già oggi il 25% dei laureati in medicina non riesce ad entrare nei percorsi formativi di specializzazione, vedendosi sbarrare la strada per il futuro dopo 6 anni di studio e sacrifici. Questa percentuale andrà crescendo se aumenteranno gli ammessi alla Facoltà e, di conseguenza, i laureati, alimentando quindi la tanto temuta “fuga di cervelli”.

L’Italia, quinta nella classifica europea, conta 4 medici ogni 1000 abitanti, con specialisti che dominano su medici generali e pediatri, ma il vero problema è che in questi anni non è avvenuta quella staffetta generazionale che avrebbe permesso di mantenere questa posizione invariata anche nei prossimi 10 anni. Durante i quali, causa pensionamenti e mancato bilanciamento delle nuove assunzioni, si andrà incontro ad una carenza di ben 45 mila medici (specializzati e non).

Certo, togliere il test d’ingresso alle Facoltà di Medicina permetterebbe di far accedere più ragazzi a uno dei percorsi di studi più ambiti in Italia, ma farebbe bene alle sorti dei futuri pazienti?

In una società in cui l’istruzione è sempre meno curata e le differenze tra le varie preparazioni scolastiche (da regione a regione, ma addirittura da paese a paese) sono grandissime, meglio avere tanti medici non selezionati, o pochi ma i migliori, in quanto frutto di un’accurata selezione?

E, soprattutto, non c’è una via intermedia per garantire la quantità e la qualità contemporaneamente? Che sia quella di abolire il test d’ingresso a numero chiuso, per essere poi selettivi in seguito, illudendo e facendo intraprendere una tra le più ardue Facoltà a ragazzi che si vedranno sbarrare la strada dopo alcuni anni di sacrifici?

Forse non ci sono le circostanze per attuare questo cambiamento. O forse non c’è tempo per non effettuarlo.

Forse, dunque, l’Italia non ha il tempo (che la “fuga di cervelli” e le facoltà esclusive le stanno pian piano sottraendo) e deve agire senza guardare troppo le circostanze.

Alessia Reale 3A

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