Pareri contrastanti a proposito di “Bohemian Rhapsody’, il gruppo che meglio ha incarnato lo spirito di eccessi e contraddizioni degli anni’ 70-’80. Uscito a fine ottobre nel Regno Unito e debuttato con oltre 50 milioni di dollari negli U.S.A., il film sui Queen è tanto apprezzato quanto criticato, a causa del suo carattere quasi docile, mediato, che sembra non essere riuscito appieno a rendere sul grande schermo la personalità magnetica e, dall’altro lato, la sofferenza interiore del performer – come lui stesso amava definirsi Freddie Mercury. I feedback negativi e la fase creativa della produzione non sufficientemente puntuale possono essere spiegati dalle controversie e dagli attriti tra i membri del gruppo e alcuni attori, oltre che dal licenziamento improvviso del regista Singer a causa di alcune accuse di stupri. A livello di attendibilità rispetto ai fatti che hanno caratterizzato l’ascesa della band e al loro ordine cronologico, va spezzata una lancia a favore dei registi Dexter Fletchere Bryan Singer, data l’oggettiva difficoltà di condensare 21 anni di carriera in 106 minuti, ed è vero che l’intero film è stato visionato e approvato dai superstiti membri della band, Roger Taylor alla batteria, Brian May alla chitarra e John Deacon, ai tempi bassista. Ciononostante, vi sono notevoli in congruenze con il vero iter artisti comusicale dei Queen, evidenziate dai commenti di disapprovazione de- gli appassionati all’uscita dai cinema. In primis, l’entrata nel 1970 di Freddie
Mercury – pseudonimo per Farrokh Bulsara, di origini parsi – nella band “Don’t forget to smile”, poi ribattezzata “Queen” dallo stesso Mercury, viene presentata come un evento fortuito, dovuto all’abbandono del precedente solista, mentre in realtà pare che Freddie, May a Taylor condividessero ai tempi un appartamento e, dunque, già si conoscessero.
È stata inoltre criticata la scelta del produttore Graham King di lasciare in secondo piano l’edonismo e la sessualità di Freddie, caratteristiche essenziali eppure affievolite nel film, nel tentativo di renderlo adatto al grande pubblico e alle famiglie, con l’effetto però di non rendere completamente giustizia al personaggio, noto anche per i festini e per l’abuso di svariate sostanze. Quest’ultimo aspetto viene solo accennato brevemente in una scena in cui Freddie incontral’ex fidanzata, Mary Austin, da cui si era separato dopo un coming out: qui il cantante, trovato dalla ragazza in uno stato pietoso nella propria villa, afferma che”essere umani è una condizione che ha bisogno di una piccola anestesia” Altre invenzioni del film sono la stessa esistenza del manager Ray Foster e i cambiamenti cronologici per quanto riguarda la lotta di Freddie contro l’HIV e a proposito del Live Aid, l’enorme concerto di beneficenza del 1985 che, nel film, sancisce l’ufficiale ritorno dei Queen, rimasti separati per un anno nel tentativo di Mercury di intraprendere una carriera da solista.
Spettacolare, invece, la performance di Rami Malek, attore statunitense di origini egiziane, che entra nel ruolo di Freddie rendendolo così personale e genuino da far rivivere il vero solista dei Queen, e adempiendo alla perfezione ad un compito che pareva impossibile.
La vitalità di Malek ed il vortice di musica e passione che trasuda da questo film rendono a tratti trascurabile lo iato con la vera storia del gruppo e fanno intravedere la possibilità persa di creare un capolavoro, fermo restando che, per comprendere davvero il genio e il talento di Freddie Mercury, non è certo sufficiente la visione di “Bohemian Rhap-sody”, ma sono ovviamente necessarie ore di attento ascolto della musica che ha prodotto e di quanto si discostasse dal panorama commerciale dell’epoca.
Matilde Maroni 5B


















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