Il sole sbucò lentamente da dietro le colline. Sembrava quasi riluttante, poiché la luce che emanava era fioca, fredda, così diversa da quella che illuminava i loro visi un paio di settimane prima, quando insieme restavano a fantasticare, leggendo poesie d’amore in riva a quel lago sul quale si affacciavano le imponenti mura del castello. Il mastio, non da molto ricostruito in pietra, che aveva sempre dato loro sicurezza e rifugio, ora sembrava quasi distogliere lo sguardo dai due sciagurati, crudele e impassibile al loro destino.
Goffredo, sconsolato e privato di speranza, volse lo sguardo alle imponenti mura, che per tanti anni lo avevano ospitato come degli affettuosi genitori: nemmeno queste sembravano interessarsi più della sua sorte, volgendo le mortali feritoie verso di lui come verso ad un nemico.
Un boccolo castano gli cadde sul viso, solcato da tagli incisi in modo brutale, facendolo sobbalzare per l’improvviso dolore e obbligandolo a spostare lo sguardo verso sinistra. Lì i suoi scoloriti occhi scorsero Anna.
La bellezza che tanto aveva osannato nelle sue poesie non era scomparsa dal viso della fanciulla, nonostante fosse anch’esso sfregiato da incessanti torture nelle Segrete. Coperto da uno sporco telo biancastro macchiato di sangue, il corpo non aveva per nulla perso tutta la grazia e la dolcezza che a lungo avevano tenuto impegnati i suoi occhi.
La ragazza, così come lui, stava legata ad un palo, con dei tronchi accatastati sotto ai piedi. Il suo sguardo non era piegato, sottomesso, sconfitto, ma restava dritto con fierezza, facendo spiovere i lunghi capelli biondi sulle esili spalle.
Il suo sguardo, a differenza di quello di Goffredo, non fuggiva lo scherno e le maledizioni dei presenti, ma scrutava ognuno di loro con fermezza, tacendo le maldicenze.
Il sole si era già alzato alto nel cielo, quando dal portone del mastio fu calata una scala, permettendo a molti uomini di scendere. Tra essi Goffredo riconobbe subito il marchese, i suoi aguzzini ed infine l’inquisitore. Quest’ultimo uscì dalla folla radunata dalle campagne per volere del marchese, affinché assistesse alla giustizia divina, e si diresse verso i due eretici.
“Come sospettato, i qui presenti scudiero e moglie del marchese sono stati confermati colpevoli di eresia.” disse alzando entrambe le mani al cielo in un gesto che voleva apparir solenne, tra il brontolio dei contadini e della corte “Inoltre, non essendo capaci di compiacersi solo di ciò, sono colpevoli anche di adulterio.” aggiunse, mentre il marchese sogghignò compiaciuto, scrutando Alessandra, figlia di uno dei baroni, che sorrise vittoriosa “E quindi vengono condannati da noi, Santa Chiesa Cattolica, al rogo!”
Goffredo cominciò a tremare, cercando disperatamente di catturare l’attenzione della sua amata. Vedendola fredda e spenta, urlò a squarciagola
“Non siamo colpevoli di nessuno di questi peccati!”.
La folla tacque per godersi lo spettacolo
“Le prove! Forniteci li prove!” gridava disperato.
L’inquisitore sogghignò, spostò lo sguardo a terra e poi di nuovo verso i condannati.
“Ce le hai fornite tu stesso, mio sventurato Goffredo.” Anna per la prima volta abbassò lo sguardo, afflitta “Non ricordi? Hai giurato di aver detto solo la verità ieri, quando il nostro magnanimo marchese ti ha ospitato gentilmente nelle sue stanze.”
Entrambi sapevano che non era andata propriamente così e che la tortura durata interminabili ore, portato il poveretto a desiderare addirittura la morte, aveva fatto confessare al ragazzo qualsiasi cosa volessero i suoi aguzzini pur di fermare l’abominio che gli veniva inflitto.
“Abbiamo anche altre prove!” gridò dunque l’inquisitore, facendosi passare da un servo un fine e elaborato rotolo di pergamena “In questo testo si vede con chiarezza la natura del rapporto che avevi con codesta disgraziata.”
Goffredo stette ad ascoltare, mentre le parole “e sulle belle rive per ore ragionai con lei d’amore” venivano incise nel suo cuore dalla voce dell’inquisitore.
La folla scoppiò a ridere. Anna alzò lo sguardo. La folla tacque.
La donna lo puntò sul povero poeta, quasi dicesse “Non crucciarti del mio destino. Dio decise così e sa che entrambi siamo innocenti”.
L’inquisitore diede l’ordine e Goffredo scoppiò a piangere. Tentava in tutti i modi di attirare a se ancora una volta quei magnifici occhi, ottenendo da essi un rifiuto doloroso e lacerante. Nessuno rideva o li malediva.
Il ragazzo urlava di dolore, odiandosi per aver giurato il falso pur di far terminare le torture e aver portato a vergogna e morte colei che aveva adorato tanto, senza mai osare altro.
L’aria si intrise di odore di bruciato nauseante, le fiamme divennero sempre più alte e selvagge.
Goffredo, sopraffatto da esse, senza nemmeno più forze per urlare, volse lo sguardo un’ultima volta alla sua sinistra.
Mentre l’incendio la divorava vide però le labbra di Anna che si muovevano impercettibilmente e si illuse di distinguervi le parole “Ti perdono”.
Dmitri Molina 3A


















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