Il canto può essere definito come un omaggio a Virgilio, poiché rivisita l’incontro tra Enea e Anchise nei Campi Elisi, narrato nel sesto libro dell’Eneide. Ai versi 25-27 si può notare una citazione diretta dell’opera virgiliana nel momento esatto in cui Cacciaguida, trisavolo del protagonista, si stacca dalla croce di anime per andare incontro a Dante:

sì Pia l’ombra di Anchise si porse, 

se fede merta nostra maggior musa, 

quando in Elisio del figlio s’accorse.

Fin dall’inizio, quindi, Dante paragona, non senza pretese, l’affetto e l’emozione del suo antenato a quelli di Anchise nei Campi Elisi alla vista del figlio Enea. Inoltre, proprio come Anchise, anche Cacciaguida inizia a parlare a Dante in lingua latina. Tale scelta non ha solo lo scopo di celebrare il poeta augusteo, ma assume anche un significato solenne e liturgico per rappresentare la sacralità della missione del protagonista, dato che questa lingua veniva considerata sacra e universale nel Medioevo. Vi è, tuttavia, una differenza fondamentale nella matrice culturale che muove il viaggio di Dante nell’oltretomba rispetto a quello di Enea negli inferi, perché quello del troiano aveva un fine prevalentemente collettivo, encomiastico, politico e legato alla supertitio latina. Doveva, cioè, servire per dargli la forza per fondare la stirpe e la nuova città nel Lazio, da cui poi sarebbe derivato l’impero romano, ma doveva anche sottolineare il legame, tutto inventato, tra la gens Julia ed il mitico Enea, nonché seguire, almeno in apparenza, le regole superstiziose che governavano da secoli il rapporto tra vivi e defunti nella civiltà antica.

Per Dante, invece, il viaggio ha un fine inizialmente personale ed etico-religioso, che diventa universale. Il fiorentino ha la missione di vedere l’oltretomba per poi indicare all’umanità corrotta la via della salvezza morale, politica e spirituale.

Nonostante questa divergenza, ci sono molte somiglianze tra i due viaggi e tra l’incontro con gli antenati, dato che in entrambi i testi il tragitto oltretombale serve al protagonista per ricevere una chiarificazione definitiva sul proprio destino, fino a quel momento ascoltato solo attraverso profezie oscure e frammentarie. Anchise svela ad Enea le battaglie che lo avrebbero atteso nel Lazio e la gloria futura della sua discendenza; mentre Cacciaguida profetizza a Dante il suo esilio da Firenze, l’ostilità dei cittadini e l’ospitalità presso i signori di Verona. La profezia dell’esilio è, infatti, uno dei temi centrali della Commedia, anticipata da diversi personaggi, partendo da Ciacco nel Sesto Canto dell’Inferno. Il compito di spiegarla più chiaramente e nella sua totalità è stato affidato proprio a Cacciaguida, capostipite della famiglia Alighieri, per sottolineare l’importanza della stirpe e del legame di sangue, in quanto la voce di un antenato illustre, nell’ottica medievale, possiede un’autorità sacra, paterna ed indiscutibile. Per questi motivi, Dante ha bisogno che a svelargli il momento più doloroso e umiliante della sua vita non sia un nemico politico, ma una figura che lo ama profondamente e che parla per il suo bene.

Cacciaguida non si limita a profetizzare il dolore dell’esilio, dato che trasforma questa condanna politica in una missione provvidenziale, spiegando che l’allontanamento renderà libero Dante dai condizionamenti dei partiti politici. L’incontro ha, inoltre, un’importanza che oltrepassa l’ambito personale e familiare in cui può sembrare circoscritto. La scelta di Cacciaguida ha anche una funzione storico-religiosa, dal momento che il trisavolo è un martire che avrebbe sacrificato la vita per la fede e per l’impero combattendo nella Seconda Crociata. Dante opta proprio per questo personaggio perché si vede come prosecutore della stessa battaglia: anziché combattere con la spada contro gli infedeli come l’antenato, Dante sente il peso di farlo attraverso la sua opera contro la corruzione della Chiesa e della società medievale al suo declino.

Un’ultima similitudine che si può notare tra i due incontri consiste nel fatto che entrambi gli antenati mostrano al protagonista una “elenco” di personaggi per legittimare una missione storica e provvidenziale voluta da Dio. Anchise indica ad Enea le anime dei futuri discendenti spiegandogli che il suo viaggio serve a fondare la stirpe romana; Cacciaguida illustra a Dante l’elenco delle antiche famiglie fiorentine per contrapporre la supposta purezza del passato alla corruzione del presente. Questa esaltazione legittimerebbe un’altra volta la missione morale e profetica di Dante: denunciare il caos politico del Trecento, indicando la via della restaurazione dei valori cristiani e civili precedenti. Sotto il profilo storico, tuttavia, non si hanno riscontri dell’importanza dell’antenato dantesco e, di certo, la società fiorentina del Dugento non era affatto esente dai difetti che sarebbero emersi con più larga pervasività distruttiva nel secolo successivo.

Giulia Monolo 4C

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