Molti pensano che, per essere un arbitro, basti indossare una maglietta fosforescente ed imparare ad utilizzare un fischietto. Per guadagnarsi il diritto di scendere in campo a dirigere una partita, tuttavia, si devono sostenere mesi di lezioni, ore di studio regolate e veri e propri sacrifici quotidiani, poiché la presenza sul terreno di gioco deriva da un percorso di selezione e di impegno che si riflette anche fuori dal campo. 

Ogni ragazzo o ragazza con questa stessa qualifica ha dovuto sacrificare qualcosa, magari sul livello dei voti scolatici in certe materie (nel nostro liceo, di solito quelle scientifiche). Tutti sappiamo che gli ultimi mesi di scuola sono i più impegnativi, visto che aumenta la pressione di avere qualche Debito estivo, ma diventa ulteriormente maggiore il carico emotivo e mentale, se si aggiungono due sere di lezione a settimana ed una di studio del regolamento. 

In realtà, c’è una grande differenza tra sapere tutte le 17 regole a memoria e saperle applicare in campo. Anche se sembra molto facile, non è banale reggere la pressione, quando ci sono 22 atleti che lottano per il pallone senza sapere mai benissimo il regolamento, supportati da spettatori che urlano contro l’arbitro se non concede fallo alla squadra che tifano. Talvolta è proprio per questa mancanza di serenità che un arbitro sbaglia una decisione in campo, poiché restare concentrati in mezzo agli insulti ed alle urla non è né facile, né piacevole, anche solo con le squadre a 9 giocatori.

È proprio sul campo che si impara a non fare favoritismi e a guardare i fatti in modo totalmente oggettivo, anche se talvolta può non piacere. Questa disciplina mentale cambia profondamente le persone, insegnando ad essere degli “uomini di parola” anche nella vita quotidiana. Prendere decisioni in frazioni di secondo davanti a tutti richiede una forte assunzione di responsabilità: si capisce come essere sicuri di se stessi e di ciò che si è visto, come sostenere le scelte senza esitazioni e come agire con assoluta onestà intellettuale, sviluppando una maturità che va ben oltre il contesto sportivo. Diventare arbitro, infatti, è molto più che imparare un regolamento o superare un esame finale. È una scelta che richiede sacrifici reali sui libri di scuola e nel tempo libero, ma che ripaga con una importante crescita personale. Sul campo e nella vita, si capisce che non importa quanto la situazione intorno a noi sia caotica o quante persone ci contrastino, perché bisogna saper mantenere la calma, essere oggettivi e, soprattutto, restare fedeli alla propria parola. Chi vuole sempre fare il furbo, svicolare, simulare falli inesistenti o barare pur di vincere non sarà mai un arbitro come si deve. 

Andrea Ligabò 2I

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