Nelle società contemporanee, la tradizione occupa uno spazio sempre più contraddittorio: celebrata da molti come radice identitaria irrinunciabile, è al tempo stesso spesso difesa acriticamente, senza interrogarsi su quanto certe usanze siano ancora compatibili con ciò che sappiamo del mondo. Non si tratta di proporre una liquidazione totale del passato, ma di chiedersi quando la fedeltà alle consuetudini dei nostri antenati (meno istruiti e con strumenti di conoscenza certo più limitati) prenda il sopravvento sulla ragione. 

Questa tensione è visibile in ambiti molto diversi tra loro: dall’alimentazione alla religione, dall’organizzazione sociale alla produzione artistica. In ciascuno di questi campi, il conflitto tra ciò che era e ciò che è (o dovrebbe essere) non ha ancora trovato una soluzione condivisa.

Un esempio emblematico e quotidiano riguarda le abitudini alimentari. Esistono pratiche gastronomiche ampiamente documentate come dannose per l’organismo umano, eppure difese strenuamente in nome della tradizione. Il caso delle carni lavorate e degli affettati è paradigmatico: classificate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come cancerogene del Gruppo 1, continuano ad essere consumate in grandi quantità, spesso giustificate con l’argomentazione “così mangiavano i miei genitori e i miei nonni”, oltre al sapore indubbiamente gustoso. Vale la pena ricordare, tuttavia, che il consumo industriale e massivo di carni lavorate è un fenomeno relativamente recente, susseguente alla produzione alimentare di massa del Novecento: difenderlo come “tradizione millenaria” è, almeno in parte, una mistificazione storica.

Il tema si fa ancora più delicato quando coinvolge pratiche religiose. Alcuni riti induisti prevedono la discesa nelle acque del Gange, uno dei fiumi più inquinati al mondo, con rischi sanitari documentati per i fedeli. Analogamente, il festival di Danara a Devarayagutta, in Andhra Pradesh, vede migliaia di partecipanti sfidarsi in rituali fisicamente pericolosi, con centinaia di feriti ogni anno. È evidente la difficoltà di intervenire su pratiche così profondamente radicate nell’identità religiosa e comunitaria: proibirle o regolarle in modo unilaterale rischia di essere percepito come un’aggressione culturale, aprendo un dibattito delicato tra tutela della salute pubblica e rispetto delle libertà religiose. Non esistono risposte semplici, ma ignorare il problema non è un’opzione razionale.

Lo stesso conflitto tra conservazione e rinnovamento attraversa tutta la Storia dell’Arte occidentale, dove da oltre duemila anni gli artisti oscillano tra due posizioni: chi vede nel modello classico (soprattutto greco) un canone insuperabile da imitare e perpetuare, e chi ritiene, invece, che ogni epoca debba trovare il proprio linguaggio, pena la perdita di significato e vitalità.

Per molti secoli, dall’età repubblicana romana fino all’anno Mille, la superiorità della cultura antica apparve evidente e incontestabile. I monumenti dell’antichità erano lì, imponenti e apparentemente irriproducibili; il latino era la lingua dei dotti; l’Impero Romano d’Oriente sopravviveva come dorato custode di quella continuità. Eppure, con l’avanzare del Medioevo, quell’eredità scivolò lentamente in secondo piano; restando però viva nella formazione di ogni letterato, poeta e uomo di corte.

A spingere verso il rinnovamento furono forze molteplici e convergenti: la progressiva distanza dalla lingua latina, che rendeva i testi antichi estranei al volgo, il contatto con nuove culture (araba a sud, turca, mongola e islamica ad est) portatrici di estetiche e cosmologie differenti, nonché il conflitto sempre più aspro tra potere imperiale e autorità ecclesiastica, che demoliva le vecchie istituzioni e richiedeva nuovi simboli. Nacquero così le cattedrali gotiche, che sostituirono le antiche basiliche romane (il cui scopo, comunque, non era affatto religioso), Castel del Monte nella realtà sveva antipapale, insieme ai Dolci Stilnovisti che rinnovarono la concezione della donna in letteratura. In ogni regione d’Europa fiorirono una mitologia locale ed un folclore nuovo, che si allontanava gradatamente dagli Dei e dalle ninfe dell’antichità classica.

Con le Tre Corone del Trecento, il rapporto con i classici si fece più complesso e personale. Non si trattò di un abbandono, ma di una mediazione: Petrarca era, anzi, un fervente ammiratore dell’antichità latina, e fu lui a coniare il termine “Medioevo” come epoca di decadenza rispetto alla grandezza romana. Ciononostante, il volgare si affermò come lingua della letteratura, aprendo la strada a tradizioni nazionali autonome. La scoperta dell’America e la diffusione della stampa accelerarono ulteriormente questo processo di differenziazione, premiando le culture capaci di adattarsi rispetto a quelle fossilizzate solo sugli antichi manoscritti.

La situazione si riassestò intorno alla seconda metà del Settecento. In Europa, la Rivoluzione Francese terrorizzava le classi dirigenti, che reagirono in modo reazionario: sotto la guida di intellettuali come Vittorio Alfieri o di Foscolo, si rifugiarono nel passato, tornando ad esaltare i capolavori classici e a disprezzare il fermento intellettuale contemporaneo. Con Napoleone, all’inizio dell’Ottocento (lui stesso entusiasta classicista, che amava farsi ritrarre nelle vesti di un Giulio Cesare forse un po’ meno alto o di un Marco Aurelio decisamente rimpicciolito) la moda fu definitivamente codificata: il vecchio ridivenne nuovo, com’era già capitato con Carlo Magno.

In tutte le capitali europee e americane spuntarono templi, tempietti, edicole e portici colonnati, edifici in marmo bianco, nonostante le ricerche stessero già cominciando a rivelare che le vere statue e architetture antiche fossero, in realtà, riccamente policrome. I gentiluomini partirono in massa per il Grand Tour in Italia e in Grecia, e nacque il campo dell’archeologia, anche se ci sarebbero voluti ancora decenni prima che si smettessero di usare metodi distruttivi, come la dinamite, negli scavi, o il saccheggio delle tombe. Questo revival neoclassico durò, con alterne vicende, fino alla Prima Guerra Mondiale, i cui orrori resero le storie eroiche dell’antichità irreali e irricevibili. Vent’anni dopo, la Seconda Guerra Mondiale distolse definitivamente artisti e scrittori da quel mondo.

Dopo che la nascita di nuovi media (radio, cinema, televisione, e più recentemente internet, social-media e smartphone) catturò l’attenzione del grande pubblico, la classicità è diventata un genere come un altro, senza la centralità culturale che aveva avuto per secoli, anche perché nelle scuole la si studia sempre meno e tante volte, anche studiandola, non la si capisce.

Pertanto, con più di duemila anni di questo pendolo tra classicismo e innovazione, possiamo decretare se esista un’arte oggettivamente superiore? Le opere neoclassiche che si ispirano all’antico valgono quanto quelle radicalmente nuove? La statuaria greca e quella futurista sono sullo stesso piano? Per valutarlo, dovremmo aggiungere un ulteriore parametro ermeneutico: il grado di difficoltà nell’esecuzione di un’opera, perché è chiaro che la Cappella Sistina non varrà mai quanto una tela ben tagliata di Fontane o una ben strappata di Burri. 

Non esiste una risposta oggettiva e definitiva, perché la vera arte non è fatta per essere approvata o disapprovata, ma per esprimere il sentimento dell’artista e, se si vuole, le critiche o le analisi sul suo tempo. Si può discutere la misura dell’originalità di Canova, ma non il valore delle sue opere, per quanto profondamente debitrici di modelli antichi. Ogni epoca ha diritto al proprio linguaggio e giudicarlo con i criteri di un’altra è un anacronismo piuttosto sciocco.

Eppure, è difficile ignorare la dimensione politica di queste scelte estetiche. Un ritorno ostentato ai classici è spesso motivato da qualcosa di più profondo dell’ammirazione artistica: una certa paura del presente, un’insicurezza che spinge a cercare rifugio nel passato, o la volontà di certi dittatori di fondare il proprio dominio su un basamento preesistente ed assodato, che possa facilitare il consenso di chi desiderano dominare. Non è un caso che molti movimenti conservatori critichino sistematicamente l’arte contemporanea, l’Arte Degenerata che il Comunismo sovietico tanto deprecava, e propongano un’estetica che si rifaccia al classicismo, un’estetica che, portata alle estreme conseguenze, come nella propaganda fascista, diventava l’improbabile promessa di un ritorno alla grandezza imperiale che tutti i bambini, già prima del Ventennio, avevano immaginato e favoleggiato sui banchetti delle Elementari. Se tutta l’arte è politica, chi controlla la narrazione del passato esercita un potere reale sul presente e sul futuro.

La domanda, allora, non è se tradizione o innovazione debbano prevalere, ma quanta consapevolezza mettiamo nelle nostre scelte: quando ci aggrappiamo al passato per paura e quando, invece, lo onoriamo davvero. La risposta, ovviamente, non sarà mai definitiva, perché le categorie interpretative mutano con il progresso mentale e spirituale dell’Uomo, ma forse è proprio in questa irresolutezza che risiede la vitalità di entrambe le posizioni. Per guardare in avanti, bisogna aver visto bene cosa c’era dietro, però bisogna andare sempre avanti e non trastullarsi con le fotocopie delle fotocopie.

Andrea Campoli 4C

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