Enrico Forte, ex-studente del nostro liceo e già laureato in Letteratura Moderna e Contemporanea con una tesi su Paolo Monelli, ha recentemente avuto l’opportunità di pubblicare dei racconti in un progetto editoriale condiviso con altri tre compagni (Alessia Beninati, India Diana Poserina ed Emily Valsania) del laboratorio di ricerca letteraria Un futuro bifronte / Scenari sul domani, promosso da Piccola Accademia di Poesia e Re Nudo. Si trattava di concepire delle storie distopiche a reciproco incastro, ma indipendenti le une dalle altre, che ruotassero intorno alle possibili distorsioni dell’impiego dell’Intelligenza Artificiale, agli abusi totalitaristici nei confronti di cittadini inermi da parte di governi disumani, agli estremismi nelle diete e nel rapporto con il corpo, percepito già adesso come problematico nelle nostre attuali società.

Ciascuno dei quattro autori ha sviluppato un proprio stile, pur nel rispetto di una linea editoriale omogenea, in modo da non produrre stonature e da permettere ad alcuni racconti successivi di citare dei dettagli originali di quelli appena precedenti, in una lieve concatenazione che giova sicuramente a strutturare in modo organizzato l’intero volumetto e ad evitare che il lettore si confonda. In particolare, Enrico ha voluto sfruttare il modello della Coena Trimalchionis presente nel Satyricon di Petronio per inventare cibi futuristici un po’ barocchi che denotano la sua smaccata italianità, con l’intento di mostrare l’assurdità delle diete estremistiche ed il desiderio diffuso, ma mai esplicito, di mangiare a profusione senza ingrassare. Oppure ha inventato un’isola in cui si è perso di nuovo l’uso della scrittura e si è sostituito il vile denaro con dei pagamenti in conoscenze, teoremi e poemi, recitati rigorosamente a memoria da una casta di eruditi, che però non riescono mai a diventare colti, dato che vengono governati e dominati da un gruppetto di nove dittatori attaccatissimi al potere.

Il racconto più riuscito, tuttavia, si intitola Sulle case vuote e mescola i modelli verghiani e buzzatiani per tradurre in un futuro arido e faticosamente agricolo un ipotetico paesino del sud, sui cui cieli vuoti compare un’astronave in cerca di lavoratori per un altro pianeta, dove grandinano diamanti che distruggono le coltivazioni e che, invece, per gli abitanti stanchi della piccola comunità terrestre corrisponderebbero al guadagno di più annate. Lo stile si mantiene in un composto equilibrio tra la Sicilia e il western, resta sospeso nel silenzio un po’ attonito che troviamo in molti scritti di Buzzati, Verga o Vittorini, plana sulle possibilità di rivincita che attraggono i giovani del paese disseccato dal sole e non spezza mai il mistero sull’identità degli alieni o sui loro reali intenti.

Se, nel complesso del libro, può ridondare il pessimismo di fondo, che permea quasi costituzionalmente il genere distopico come la sabbia di un fondale marino troppo omogeneo, la lettura, però, non risulta monotona, ma piuttosto scorrevole, sia grazie all’alternanza nell’impiego di Io-Narranti e di Narratori in Terza Persona, sia perché venata da svariati spunti che meriterebbero uno svolgimento più articolato di quello previsto per dei racconti embrionali rivolti ad un pubblico piuttosto giovane. Alla “fine della fine” la spesso cruda disamina delle possibilità evolutive, o forse involutive, verso le quali la nostra società sembrerebbe indeiscentemente indirizzata, si conclude con un raccontino leggerissimo di Diana Poserina in cui, dopo averli dotati di autocoscienza e della capacità di parlare, si fanno emigrare tutti i gatti su un pianeta più pulito denominato Terra 2, mentre quel che resta del fallimentare genere umano è caduto in disgrazia o si è autodistrutto sul misero mondo originario soffocato dal grigiume.

prof. Simon Carù

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