Lo spettacolo sul terribile programma di eutanasia che ci ha lasciati senza parole.

La reinterpretazione dello spettacolo teatrale di Marco Paolini ad opera degli attori Renato Sarti e Barbara Apuzzo è un esempio di rappresentazione civile con lo scopo di narrare e far riflettere su uno dei temi più bui della storia umana: lo sterminio delle persone affette da disabilità fisiche o mentali effettuato dalle autorità naziste.

A rendere grave questo scenario non sono solo la malvagità e la crudeltà del gesto, ma anche il fatto che si parla poco delle circa 300 mila persone che vi persero la vita.

Sul palco è stato ricreato uno studio medico e, sin dal momento in cui si accendono le luci, i due attori si alternano nel raccontare questa tragedia. Tuttavia, non lo fanno nel modo in cui siamo abituati, poiché non interpretano dei personaggi coinvolti attivamente nella vicenda, ma il loro ruolo è quello di narratori esterni, che espongono considerazioni e commenti su una storia già compiuta, nonostante a volte creino delle piccole sequenze di dialoghi tra personaggi non definiti, o leggano documenti scritti da personaggi storici, imitandoli.

Inizialmente questa strategia può lasciare scettici, per il timore che risultasse simile ad una normale lezione di Storia o di Educazione Civica; però ci si deve ricredere quasi subito, perché gli attori narrano con tale enfasi, da catturare completamente l’attenzione. La loro indignazione verso gli artefici della carneficina è a tratti palpabile e vi è un momento in cui Sarti, in un tono di denuncia, sottolineato ulteriormente dall’aumento sistematico del volume della musica di sottofondo, quasi urla ciò che ha da dire in merito.

Non solo l’indignazione viene fatta sentire, ma traspaiono anche la compassione e la pietà verso le vittime, non considerate degne della vita, e dei loro parenti.

Particolarmente commovente e drammatica la storia di un bambino zingaro, portato in uno dei centri di folle “cura” per le persone con disabilità poiché aveva “problemi comportamentali”, al pari di qualsiasi ragazzo o adolescente di oggi, e che accetta il suo destino, chiedendo soltanto di essere ucciso durante il turno della sua infermiera preferita.

Nonostante la tragicità della vicenda, inoltre, Sarti e Apuzzo riescono ad alleggerirla parzialmente grazie ad un buon uso dell’ironia tra gli scambi di narratori. Si tratta di sequenze nelle quali “si prendono in giro” a vicenda, specialmente lei, che punzecchia il suo partner più e più volte. In effetti, a fine spettacolo Barbara rivela alla platea: “L’ironia e, soprattutto, l’autoironia sono state fondamentali nella mia carriera”.

Forse uno dei motivi per cui gli artisti sul palco sono riusciti a trasmettere così tanto è che sono legati a questa storia, pur in modi differenti. Barbara soffre di artrogriposi, una malattia per la quale ha malformazioni alle gambe e difficoltà nel parlare, anche se quest’ultima è stata quasi del tutto superata; mentre Renato è nato e cresciuto a Trieste, in un quartiere all’ombra della Risiera di San Sabba, dove si trova la struttura dell’unico lager in Italia con forno crematorio. “Da ragazzo ci andavo spesso con i miei amici” dice Renato “perché c’era un’osteria proprio di fronte all’edificio, ma ho scoperto ciò di cui si trattava solo quando avevo 16-17 anni: mi è caduto un peso sul cuore.”

E il clamoroso applauso finale è stato pienamente meritato, per averci regalato una storia che un po’ era anche la loro.

Ginevra Perra 1E

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