Nel Canto XXX del Purgatorio, Dante raggiunge uno dei punti decisivi del suo lavoro: non tanto per ciò che accade concretamente, quanto per ciò che viene smascherato interiormente. Infatti, il viaggio smette di essere solo movimento nello spazio ultraterreno e diventa un vero confronto con la propria coscienza. Essendo il canto della scomparsa di Virgilio e dell’apparizione di Beatrice, introduce nella visione sovrumana dell’oltretomba il dramma umano della coscienza di Dante il quale, dopo la morte di Beatrice, era caduto nella “selva oscura” del peccato e ne era stato tratto in salvo proprio da lei.

Beatrice appare come una figura solenne, quasi terribile: equilibrata con un’estrema sicurezza e raffigurata in una sfera sublime, ben più elevata che nel libretto giovanile della Vita Nova. Si rivolge a Dante più come un’inquisitrice o ammonitrice, che non ha parole d’amore da rivolgere, ma di sarcasmo e di minaccia. Il suo ingresso è costruito come un evento sacro: il lessico che la annuncia appartiene alla liturgia e alla Bibbia, ed il suo arrivo ha il tono di una rivelazione. Non è un caso che Dante le paragoni al sole dolce del mattino: una luce ancora velata, che non acceca, ma che costringe comunque a vedere. È una luce che non consola, bensì rivela, e vedere, per Dante, significa riconoscere ciò che ha preferito ignorare o dimenticare. In questa atmosfera sospesa, fatta di cielo sereno e di una nuvola di fiori che avvolge la figura femminile, si riflette l’animo stesso di Beatrice: apparentemente armonioso e luminoso, ma interiormente severo, serio, paterno, pronto a smascherare il traviamento del poeta.

Questa modalità descrittiva, in cui il paesaggio naturale diventa proiezione dello stato interiore della donna amata, verrà ripresa da Petrarca in “Chiare, fresche e dolci acque”. Anche lì la Natura – le acque limpide, l’erba, l’aria serena – non è un semplice sfondo idilliaco di vago stampo virgiliano, ma diventa un luogo della memoria amorosa e della rivelazione emotiva. Tuttavia, mentre in Dante la bellezza del contesto naturale prepara a una verità che salva attraverso il dolore, in Petrarca si lega ad una nostalgia senza soluzioni: Laura (ovvero l’amore per i Classici e per la poesia) è immersa in un paesaggio che sublima i sentimenti, ma non redime. La somiglianza formale tra le due scene mette, così, in luce una differenza profonda: in Dante la luce e i fiori introducono al giudizio e alla conversione, in Petrarca alla contemplazione morbidamente malinconica di un mondo classico e di un passato che non possono tornare (come poi sarà in Proust).

In una situazione così magica e straordinaria, si percepisce l’agitazione di Dante che, nonostante non possa guardare Beatrice direttamente negli occhi per via delle virtù che ancora non possiede, sente la grande potenza dell’antico amore che lo aveva colpito dieci anni prima. Bisogna comunque ricordare che Beatrice non viene raffigurata come una donna offesa, ma come una amministratrice della giustizia divina, che obbedisce alla superiore legge di Dio. Il piano di Dante, che Beatrice richiede, non è per la donna, bensì per condurre l’Uomo verso un percorso di redenzione.

I dettagli visivi sono tutt’altro che decorativi. I colori che Beatrice indossa, come il bianco, il verde e il rosso, indicano la necessità di ritrovare dentro di sé purezza, speranza e amore, ma anche un percorso che Dante deve ancora compiere interiormente. Beatrice non è solo la donna amata: è il bene superiore che Dante ha perso quando ha smesso di orientare la propria vita verso l’alto. Per questo motivo, il suo sguardo è severo: non può esserci grazia senza verità e senza autoanalisi dei propri errori.

Il dolore più immediato, però, è la scomparsa di Virgilio, quando Dante si volta istintivamente per cercarlo, ma non lo trova più. Nessuna spiegazione: Virgilio è semplicemente assente. Il pianto e i singhiozzi angosciosi del poeta fanno dimenticare per un attimo le bellezze del Paradiso Terrestre, perché si tratta di un dolore umano, immediato, filiale. Non è solo la perdita dell’amico e del maestro, ma la fine di una sicurezza: la Ragione umana ha guidato Dante fin dove poteva, però adesso deve cedere il passo a qualcosa che la superi. Non basterà più comprendere, poiché sarà necessario credere, accettare di esporsi alla verità e dismettere tutte le illusioni. Non a caso, Dante ripete per tre versi consecutivi il nome di Virgilio, richiamando l’eco disperata con cui Orfeo invocava Euridice negli inferi del VI libro delle Georgiche:

Ma Viriglio n’avea lasciati scemi

di sé, Viriglio dolcissimo patre

Viriglio a cui per mia salute die’mi

Il parallelismo si nota bene. Se, come Orfeo, Dante si volta indietro e perde ciò che ama, a differenza del mito classico, questa perdita non è definitiva, né vana. È una rinuncia necessaria, che prepara l’incontro con Beatrice e segna il passaggio decisivo dalla guida della Ragione alla Luce, più esigente e più alta, della Grazia.

Quando Beatrice inizia il suo rimprovero, lo fa chiamando Dante per nome: è l’unica volta in tutta la Commedia. Questo dettaglio rompe ogni distanza simbolica: non sta parlando un’allegoria a un personaggio, ma una voce che conosce Dante fino in fondo. La vergogna che ne nasce è totale! Dante abbassa lo sguardo, si riflette nel Letè, si riconosce colpevole. È una scena di confessione, ma senza assoluzione immediata.

Il cuore dell’accusa è il “traviamento”, dato che Beatrice rimprovera a Dante di aver abbandonato la strada giusta dopo la sua morte, di aver seguito immagini ingannevoli che promettevano felicità (come potrebbero essere oggi quelle offerte dai social-media o dalle pubblicità), ma non mantenevano nulla. L’ambiguità è voluta: il traviamento è insieme morale ed intellettuale. Dante ha cercato consolazione in amori terreni e, allo stesso tempo, ha confidato eccessivamente nella ragione e nella filosofia, come se potessero bastare da sole. È una colpa profondamente umana (e “statunitense”, in particolare, quella del Self-Made Man): voler salire con le proprie forze, senza accettare il limite.

Anche Beatrice, però, rimane sorpresa dalla vergogna del poeta e gli si rivolge finalmente come un genitore protettivo e severo nei confronti del figlio appena rimproverato, perché l’affetto, quando castiga, assume un tono impietoso ed amaro, ma è sempre a fin di bene. Gli angeli provano a intercedere cantando un salmo di supplica che scioglie il gelo che si era stretto nel cuore di Dante. Il pianto torna, più forte, più consapevole. Ma Beatrice non arretra. La misericordia non può cancellare la responsabilità: prima del perdono, serve il pentimento autentico.

Questo Canto è una soglia, poiché chiude il tempo della guida razionale ed apre quello della conoscenza illuminata. Dante non viene umiliato per essere distrutto, ma per essere “smontato e ricostruito”. Il dolore che attraversa non è fine a se stesso: è il prezzo della verità per raggiungere la beatitudine e la salvezza, per capire davvero come crescere, senza intestardirsi a rimanere come si era stati.

Andrea Marini 4C

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