Durante la mattinata del 19 gennaio 2026, presso il Teatro Talisio Tirinnanzi di Legnano, il presidio scolastico “Marcella Di Levrano” di Libera, attivo all’Istituto Barbara Melzi di Legnano, ha organizzato un incontro di grande valore civile e culturale con il fondatore dell’associazione, don Luigi Ciotti, al quale hanno preso parte i nostri rappresentanti d’istituto.

Come noto , Libera è un’associazione fondata da don Ciotti con l’obiettivo di contrastare le mafie attraverso la memoria delle vittime, l’impegno civile e la promozione della giustizia sociale. Nata come rete di cittadini, scuole e realtà associative, lavora per costruire una cultura della legalità fondata sulla responsabilità collettiva e sulla partecipazione attiva.

L’evento è stato promosso in occasione del primo anno di fondazione del presidio ed è stato intitolato “Io sono un seme”, incentrandolo sul tema della legalità, ma soprattutto della memoria delle vittime delle mafie e della criminalità organizzata. Insieme al fondatore di Libera, all’incontro ha preso parte Marisa Fiorani (madre di Marcella Di Levrano, una delle vittime della mafia), che ha portato una testimonianza toccante ed emozionante, insieme al il Pubblico Ministero della Procura di Milano, Francesco Cajani.

Ad aprire ufficialmente la conferenza è stato il sindaco di Legnano, Lorenzo Radice, che ha espresso, come gli impone la nostra Costituzione, pieno sostegno ai ragazzi del presidio ed ha sottolineato l’importanza di aprire il teatro cittadino a momenti di confronto che potessero trasmettere valori civili ed educativi.

Successivamente è intervenuto Francesco Cajani, che ha raccontato alcune tappe significative del proprio percorso umano e professionale. Ha articolato il suo intervento attorno a tre immagini simboliche: la “pietra” metaforica della resistenza, lo slogan “tua figlia, mia figlia” per indicare come il dolore possa diventare memoria condivisa e, infine, la frase “siamo tutti genitori di Marcella” a sottolineare che la sua storia non appartiene solo ad una famiglia, ma a un’intera comunità. Attraverso queste immagini, ha evidenziato come la memoria e l’impegno collettivo possano trasformare una tragedia in responsabilità civile.

Don Luigi Ciotti, invece, ha avviato il suo intervento con una riflessione critica sul significato della parola “Legalità”, spesso abusata e svuotata di senso. Ha spronato il pubblico a capire che “La legalità non è un fine, ma uno strumento per raggiungere la giustizia.” Ha insistito sul fatto che esistono realtà che si definiscono “antimafia” pur essendo contaminate da logiche mafiose, dimostrando come il rispetto formale delle regole non coincida automaticamente con la giustizia, poiché non basta applicare le leggi: è necessario che le leggi siano giuste e orientate al bene comune.

Ha ricordato come, in diversi momenti storici, nel nome della legalità siano state compiute violenze contro cittadini e manifestanti. Spesso, infatti, si impiega il termine burocratico “legalismo”, inteso come un uso rigido e strumentale delle norme, che non può sostituire la giustizia.

Particolare attenzione è stata dedicata al ruolo della scuola e dei giovani. I presìdi studenteschi sono stati definiti come dei percorsi nuovi e necessari a dar voce ad una generazione che vorrebbe partecipare di più alla vita collettiva e sentirsi più riconosciuta. Dato che le mafie continuano a distruggere la legalità attraverso corruzione, violenza e omicidi, lo strumento migliore (che non è un’arma, altrimenti ci si abbasserebbe sullo stesso gretto piano dei mafiosi) sarebbe la ricerca di una più limpida consapevolezza.

Il ruolo di Marisa Floriani è stato, poi, quello di condividere gli strazianti ricordi legati alla defunta figlia che, come ha detto, “è ancora tra di noi”. Ha chiarito di non voler lasciare come unica eredità il dolore, ma soprattutto il coraggio che ha avuto la sua Marcella. Il suo corpo martoriato fu rinvenuto il 5 aprile del 1990 in un bosco fra Mesagne e Brindisi, con il volto sfigurato e reso del tutto irriconoscibile dai colpi inferti con un grosso masso trovato lì accanto. Era una ragazza molto bella, che avrebbe compiuto 26 anni il successivo 18 aprile, madre di una bambina ancora in tenera età. Dopo dei problemi di tossicodipendenza, frequentazioni di ambienti malavitosi e con pregiudicati appartenenti alla criminalità organizzata brindisina e salentina, Marcella aveva deciso di abbandonare quel mondo, iniziando a collaborare con le forze dell’ordine per riferire quel che sapeva delle mafie locali.

Dopo i fatti tragici, alla ricerca di dati più precisi sui mandanti, sua madre iniziò a frequentare il carcere, dove, ogni mercoledì, raccoglieva testimonianze dai suoi abitanti, nei quali aveva riconosciuto persone segnate dalla dipendenza, dalla violenza e dall’errore. Tuttavia, credeva fermamente che “Nessuno nasce criminale: è la vita che spesso lo rende tale.”

Secondo Marisa, toccare l’anima di una persona è il primo passo per cambiarla e per cambiare anche se stessi. È anche per questo motivo che ha deciso di entrare a far parte di Libera: per rendere le persone consapevoli dei pericoli di certe scelte e per aiutarle a non cadere nelle braccia infingarde della mafia. Ha inoltre raccontato di aver cercato la verità da sola per molti anni e che, dopo aver riconosciuto il corpo della figlia, si è promessa che non avrebbe mai smesso di cercarla. Ascoltando Radio 3, venne poi a conoscenza della giornata del 21 marzo, dedicata alle vittime innocenti delle mafie, e in quel momento comprese di non doversi più vergognare della propria storia. Attraverso un avvocato, conobbe don Luigi Ciotti e l’associazione Libera, nel cui ambiente si è sentita finalmente accompagnata, perché Libera rappresentava un passo avanti rispetto al punto morto in cui si era fermata la sua vita.

Dopo l’incontro, abbiamo avuto il piacere e la fortuna di fermare don Luigi Ciotti per una breve intervista.

L’incontro del 19 gennaio non è stato soltanto un momento di ascolto, ma un ottimo invito alla responsabilità. Attraverso le parole di don Ciotti e della signora Fiorani, è emersa con forza l’idea che la legalità non sia un concetto astratto, ma una scelta quotidiana, che riguarda ciascuno di noi sempre.

La storia di Marcella Di Levrano, insieme al lavoro dell’associazione Libera, dimostra che anche dal dolore più profondo può nascere un percorso di consapevolezza, impegno e cambiamento. La memoria, se accompagnata dall’azione, non resta ferma nel passato, ma diventa strumento di educazione e di speranza per il futuro.

Alessandro Mammone 5H

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