Il Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, con libretto di Lorenzo Da Ponte, è considerato uno dei capolavori assoluti del repertorio operistico, sia per vastità dei passaggi musicali, sia per le varie interpretazioni filosofico-morali delle vicende. Composto nel 1787, racconta le avventure di Don Giovanni, un giovane aristocratico libertino, e del suo servo Leporello, tra intrighi amorosi, inganni e vendette. La trama intreccia elementi comici e drammatici: dalla seduzione delle nobildonne, alla resa dei conti con il Commendatore, esplorando temi universali come il desiderio, la colpa e la giustizia, ma offrendo allo stesso tempo momenti di leggerezza e comicità, soprattutto attraverso il contrasto tra Don Giovanni e Leporello, che recupera in chiave più moderna l’antico rapporto tra servo e padrone di matrice plautina. L’opera si distingue per la varietà di stili, dall’intensità emotiva delle arie più drammatiche, alla brillantezza degli ensembles, fino ai recitativi, che guidano la narrazione con grande agilità, rendendo il lavoro complesso e sfaccettato, capace di coniugare perfezione tecnica e profondità emotiva.
La direzione musicale di un’opera come Don Giovanni richiede non solo padronanza tecnica, ma anche una profonda comprensione della psicologia dei personaggi e delle dinamiche orchestrali.
Le prove pubbliche del 20 novembre 2025, ospitate nello spazio “Deposito” della Fondazione Prada, hanno mostrato un lato sorprendentemente umano del lavoro del Maestro Riccardo Muti. In un ambiente raccolto, senza la distanza imposta da un grande teatro, il pubblico si è trovato a pochi passi da uno dei direttori più autorevoli al mondo, osservando da vicino non solo il gesto tecnico, ma anche la sua concentrazione, la sua ironia e il suo modo inconfondibile di dialogare ironicamente coi musicisti. In quell’atmosfera quasi da laboratorio, Muti guidava l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini attraverso le pagine del Don Giovanni con una cura che non aveva nulla di astratto: una correzione data con un sorriso, un’espressione più severa quando serviva rigore, un consiglio al primo violino che diventava immediatamente musica. Il pubblico assisteva non tanto a una prova, quanto a un incontro ravvicinato con il processo creativo, un’occasione per vedere come un capolavoro si costruisca nota dopo nota, gesto dopo gesto, nell’impegno costante e corale di tutti.
La Riccardo Muti Italian Opera Academy da anni porta avanti un compito complesso e affascinante: formare giovani direttori provenienti da ogni parte del mondo e, allo stesso tempo, avvicinare gli spettatori all’Opera, mostrando ciò che di solito rimane nascosto dietro le quinte. Nelle prove del 20 novembre, questo doppio obiettivo prendeva vita in modo palpabile. I giovani direttori, emozionati e determinati, salivano sul podio davanti al Maestro, consapevoli della responsabilità, ma anche dell’unicità e del privilegio del momento. Muti li osservava con attenzione quasi paterna, ma certo sempre attenta e critica: li ascoltava, li lasciava provare e subito interveniva al primo errorucolo con un gesto, una frase breve e precisa, che sembrava illuminare un passaggio, risolvere un’incertezza o spiegare ciò che sullo spartito, in effetti, era stato scritto da Mozart, ma che i giovani cantanti, chissà perché, non avevano colto appieno. Non c’era distanza o severità immotivata: c’era piuttosto la volontà di guidarli verso la grandezza, di trasmettere la qualità del lavoro, di far capire che ogni scelta nasce da una riflessione profonda e da ragioni pienamente logiche. Il pubblico percepiva chiaramente che, dietro al nome prestigioso, c’era un uomo che crede da ormai mezzo secolo nel valore della trasmissione e nel dialogo tra generazioni.
Osservare queste prove significava entrare per qualche ora nella dimensione quotidiana dell’Opera, lontana dall’enfasi rutilante e un po’ vetusta dello spettacolo, e vicina invece alla realtà del lavoro, alle sue difficoltà, alle sue scoperte. Quando Muti fermava l’orchestra per rifinire un passaggio, il silenzio nella sala era totale: si percepiva l’attesa, l’ascolto collettivo, il rispetto condiviso. Poi il Maestro spiegava un dettaglio, un’inflessione, una tonalità, magari raccontando perché Mozart aveva scritto in un certo modo o evocando un ricordo delle sue esperienze nei grandi teatri del mondo. A volte bastava il suo tono di voce per far capire ai giovani musicisti quanto una frase dovesse essere più leggera, più oscura o più tagliente. Ed era in quei momenti che il Don Giovanni rivelava la sua natura più umana: un’Opera che vive solo se chi la interpreta si mette in ascolto, se cerca una verità emotiva oltre alla precisione tecnica. Inoltre, il Maestro mostrava, con estrema nonchalance, di saper passare dall’italiano all’inglese anche nella stessa frase, per poter comunicare efficacemente con musicisti, cantanti e giovani direttori d’orchestra provenienti dai quattro angoli del pianeta. Ai coreani, ad esempio, diceva che avrebbero assolutamente dovuto imparare l’italiano, altrimenti si sarebbero preclusi la possibilità di capire davvero il senso delle parole e, quindi, dei sentimenti di tutte le Opere che sono state scritte, come il Don Giovanni, nella nostra lingua.
Le prove del 20 novembre hanno mostrato come la magia dell’Opera non nasca soltanto dalla perfezione dell’esecuzione finale, ma dal cammino complesso che la precede, dal lavoro condiviso, dalle domande, dagli errori e dai tentativi. In questo cammino il ruolo di Muti è apparso centrale: non un’autorità distante, ma un Maestro che guida con fermezza e sensibilità, che sa quando incoraggiare e quando pretendere, che difende la tradizione senza mai smettere di cercare qualcosa di nuovo, ma con moderazione. Per chi era presente, è stato chiaro che la sua eredità non consiste soltanto nelle interpretazioni celebri, quanto piuttosto nella capacità di far crescere i giovani, di educare l’orecchio del pubblico e di ricordare che, dietro ad un capolavoro, c’è sempre un’umanità in movimento e che nessun capolavoro è un sasso statico, perché viene ogni volta riarrangiato e reinterpretato alla luce dei tempi che corrono, ovviamente, verso il futuro. Il Don Giovanni, quel giorno, non era solo un’Opera studiata: era una comunità riunita attorno alla musica, guidata da un Maestro che di quella comunità è anima e custode.
Arianna Rusconi 4C


















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