XIV
Mentre continua a percorrere la ripida ascesa del Purgatorio, Dante in questo Canto sta attraversando il Secondo Girone, dove si trovano gli invidiosi. Sente le anime del ravennate Guido del Duca e del forlivese Rinieri da Calboli che, appena lo scorgono e s’accorgono che è ancora vivo, gli vengono incontro e gli pongono molte domande.
L’escamotage che utilizza Dante scrittore per far in modo che le anime percepiscano la natura umana del protagonista dalla sua ombra è fin troppo utilizzato all’interno della Commedia. Vi insiste molto perché solo altri quattro personaggi della letteratura occidentale, oltre a lui, hanno avuto la possibilità di scendere negli Inferi: Ercole, Orfeo, Ulisse ed Enea.
L’eroe delle Dodici Fatiche è sceso negli inferi per affrontarne, appunto, una, quella che consisteva nella cattura di Cerbero, il cane a tre teste guardiano dell’oltretomba riusato poi sia da Virgilio, sia da Dante stesso nel suo Inferno.
Il cantore Orfeo, disperato per la morte dell’amata Euridice, scese nell’Ade per tentare di riportarla in vita. Grazie al potere del suo canto, riuscì effettivamente a commuovere gli Dei ctonii, Persefone ed Ade, che gli concesse di condurre Euridice nel mondo dei vivi, a patto che lui non si voltasse a guardarla prima di essere uscito dall’oltretomba. Alla fine, però, com’è noto, fallì l’impresa.
Ulisse non entrò completamente nel regno dei morti, ma rimase sulla soglia. Dopo essersi fermato un anno da Circe, su indicazione della maga, si accinse a rievocare dal regno dei morti le anime dei compagni perduti durante la guerra di Troia, ad incontrare la madre e ad interrogare l’indovino Tiresia, che gli avrebbe presagito un ritorno luttuoso e difficile.
Infine, nel VI libro dell’Eneide di Virgilio, Enea scese nell’Averno per incontrare il padre Anchise, che gli avrebbe rivelato il futuro glorioso di Roma e la discendenza da cui sarebbero sorti Cesare ed Augusto, il committente dell’opera.
Il poeta vuole, dunque, sottolineare l’importanza del suo viaggio e del messaggio salvifico che vuole trasmettere, ma vuole soprattutto mettere la sua letteratura al pari di altri autori molto importanti, tra cui Omero e Virgilio.
Dante rivela la sua origine attraverso un’apostrofe e, quando gli altri due personaggi intuiscono che sta parlando della zona dell’Arno, inizia una grande discussione su quanto sia corrotta quella parte della Toscana. La feroce polemica culmina indicando Firenze come centro di ogni malvagità e con la profezia di Guido. Tale preannuncio mostra che la capitale toscana sarebbe stata guidata da un governo crudele e spietato di un nipote di Rinieri, Fulcieri da Calboli che, eletto podestà nel 1303, avrebbe messo a morte i Bianche e avrebbe trascinato la città nel peccato.
In seguito, Guido rivela il suo nome e quello dell’amico, che non si erano ancora presentati, per poi dilungarsi in una digressione sulla Romagna, un tempo gloriosa e, oramai, spogliata di ogni valore.
Quando Virgilio e il suo discepolo riprendono il cammino, sentono risuonare delle voci nell’aria. La prima ricorda le parole pronunciate da Caino dopo l’omicidio del fratello; la seconda ricorda Aglauro, figlia di Cecrope, fondatore di Atene, che secondo la mitologia fu trasformata in sasso da Mercurio per punire la sua invidia nei confronti della sorella Serse.
Questi suoni sono degli esempi dell’invidia degli uomini che si lasciano vincere dalle lusinghe terrene e trascurano la bellezza del cielo.
XVI
Attraverso il fumo e la foschia, Dante e Virgilio continuano a percorrere la Terza Cornice, dove si trovano gli iracondi. L’apertura del Canto presenza molte caratteristiche che hanno distinto l’Inferno, tra cui l’assenza della luce e la presenza rassicurante delle stelle. Virgilio, analogamente, si mostra di nuovo come la guida serena del narratore, che è stato “accecato” dal buio. La descrizione paesaggistica, tuttavia, non ha mai solo un valore descrittivo, bensì anche simbolico, morale e didattico, dato che in quel luogo si purificano anime che, nella vita terrestre, erano state “accecate” dall’ira.
In questo Canto, infatti, è stata utilizzata la pena del contrappasso: come l’iracondia ha impedito a queste anime di vedere bene durante la vita, allo stesso modo nell’Aldilà un fumo denso e nero impedisce di vedere bene il cammino. Al contrario di quanto succedeva all’Inferno, la componente uditiva è pacata: le anime pregano insieme, cantando l’Agnus Dei, che significa “Agnello di Dio” e che è, quindi, una diretta invocazione a Cristo come mitezza e capacità di seguire il pastore.
Subito dopo la melodia, un’anima si rivolge a Dante: quella di Marco Lombardo. Si presenta con molta sobrietà in due versi simmetrici e bipartiti, frutto di una raffinata cultura e sapienza stilistica, che fanno capire al lettore che è un uomo molto dotto. E’ anche stato un uomo di corte, che ha vissuto nell’Italia Settentrionale, nella seconda metà del XIII secolo. Di lui si racconta che fosse incline all’ira e, per questo, Dante lo ha inserito nella Terza Cornice.
Questo personaggio è piaciuto molto nelle epoche successive per la fierezza virile ed è stato utilizzato da vari artisti. Primo per importanza letteraria, da Elio Vittorini in “Conversazione in Sicilia”, il suo romanzo più criptico, laddove viene rappresentato come una figura chiave che esprime un modello etico antifascista e diventa quasi un “faro” di speranza quando la presa della dittatura di Mussolini appariva ancora saldissima e nessuno ne avrebbe ipotizzato il crollo.
Attraverso i primi due versi, il personaggio offre un accenno sul discorso delle virtù. Dante “prende al balzo” l’opportunità e incomincia a discutere di alcuni temi per lui fondamentali: il libero arbitrio e la corruzione del mondo, i due soli e il buon Gherardo. Marco Lombardo, per primo, ha sottolineato che gli uomini non seguono più la virtù e Dante, concorde con la sua analisi, ne approfitta per approfondire un discordo a tal riguardo, per arrivare ad alcune conclusioni. Che il male del mondo dipende dall’uomo che, grazie al suo libero arbitrio, forza in direzioni maligne le influenze celesti. L’anima nasce dall’amore di Dio e, perciò, tende naturalmente al bene, ma subisce il rischio di essere ingannata da beni transitori che la portano verso il male.
Per aiutare l’uomo, sono stati messi guide e freni, sono state inventate le leggi e sono stati distinti il potere temporale da quello spirituale. Da qui ci si collega alla teoria medievale dei due soli, secondo cui ci devono essere due capi, uno spirituale ed uno temporale, che reggano in armonia la cristianità: il primo che guidi gli uomini verso la salvezza eterna ed il secondo che regoli il mondo con giuste leggi, poiché proprio la corruzione dei due poteri e il conflitto tra di loro causa l’allontanamento degli uomini dalla virtù.
Al presente di corruzione si oppone il passato, che rifulge come modello, benché certamente un po’ idealizzato dal narratore. Marco Lombardo, come esempio di uomo virtuoso dei tempi andati, insiste sulla figura del buon Gherardo, espressione che si riferisce a Gherardo III da Camino, signore di Treviso, noto per la sua figura di mecenate, citato da Dante anche nel Convivio come esempio di virtù e rettitudine. Il nobiluomo trevigiano viene proposto con un’aria quasi di santità, che lo rese nell’Ottocento uno dei personaggi danteschi più famosi per antonomasia, malgrado oggi venga ricordato assai meno.
Giulia Monolo 3C


















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