Nonostante sembrino dei nativi digitali, per molti ragazzi l’informatica è ancora un mistero. Spesso si pensa che significhi solo saper usare il PC o stare sui social-media come sanno fare anche molti nonni, ma in realtà, dietro ad ogni app colorata o ad ogni notifica, c’è un mondo di regole scritte con un certo rigore. Chi inizia a programmare scopre subito che non serve la bacchetta magica: servono la voglia di costruire qualcosa e delle conoscenze mediamente solide.

Programmare significa dare istruzioni precise a un computer che, senza di noi, non potrebbe sapere, né fare qualcosa. È come un gioco di costruzioni: si prende un problema (ad esempio creare un sito) e lo si divide in tanti piccoli pezzi più semplici. Questo modo di ragionare serve a tutti, non solo a chi vuole farlo di mestiere, perché insegna a non essere solo spettatori della tecnologia, ma a capire finalmente cosa succede “dentro” i nostri dispositivi.

Oggi si parla sempre più spesso di Intelligenza Artificiale. Visto che l’IA può scrivere programmi interi in un attimo, alcuni pensano che imparare il coding non serva più. Ma la verità è un’altra: l’IA è come un assistente efficientissimo, un braccio destro che ci aiuta a fare più in fretta, ma che non può decidere tutto da solo e che non è pienamente creativo. Quello del programmatore è un lavoro serio e di grande responsabilità, dato che l’IA può scrivere solo le righe di codice, ma è l’uomo che deve decidere il progetto, controllare che sia sicuro e che funzioni bene insieme a tutto il resto del sistema informatizzato. Se non si conoscono le basi, non si possono guidare questi strumenti e non si potrà capire se un certo suggerimento dell’IA sia giusto, o se stia commettendo un errore, magari anche molto grossolano. Anche in un mondo pieno di macchine, la competenza umana serve ad evitare che uno sbaglio diventi un disastro tecnologico.

C’è un pregio dell’informatica che spesso dimentichiamo e che la accomuna a molte altre discipline complesse, come quelle artistiche o quelle matematiche: insegna a non arrendersi. Quando si scrive un programma e qualcosa non va, si fa il “debugging”, cioè la caccia all’errore. Quel fallimento non è un solo brutto voto, ma un invito ad indagare con calma, poiché trovare lo sbaglio richiede pazienza, una dote che serve anche per risolvere un problema di Fisica, per tradurre una poesia dal greco o dal latino, oppure per studiare una pagina di Storia.

Oggi l’informatica serve quasi come imparare a leggere e scrivere: è diventata una competenza di base. Nel 2026 dobbiamo capire come funzionano i dati e come gli algoritmi influenzano la nostra vita. Non serve essere geni della Matematica per iniziare: basta essere curiosi di capire il mondo digitale dove passiamo così tanto tempo. L’informatica a scuola non dovrebbe essere una materia per pochi esperti, ma lo strumento per smettere di subire la tecnologia e per iniziare, finalmente, a guidarla noi.

Thomas Terrana 2I

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