Il Canto V del Purgatorio è ambientato nell’Antipurgatorio, lungo il sentiero che conduce al vero ingresso del monte, dove attendono i tardi a pentirsi poiché morti improvvisamente, prima di potersene rendere conto appieno.

Durante la prima parte del componimento, si ripete il topos dell’ombra già visto nel canto III, che sbalordisce le anime in attesa. Prima ancora che Dante possa spiegare nuovamente la ormai rutilante motivazione per cui possiede un corpo materiale, viene interrotto bruscamente da un rimprovero di Virgilio, usato per trasmettere una massima gnomica:

[…] che l’andare allenti?
che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
Vien dietro a me, e lascia dir le genti.
(vv. 11-13)

Estrapolando i versi dal contesto, si evince l’atteggiamento politico e morale di Dante per cui un uomo deve continuare il suo cammino senza curarsi di opinioni e chiacchiere altrui: il viaggiatore si trasforma, così, nell’indomito combattente ricercato dall’ascesi spirituale.

La reazione di Dante personaggio è apparentemente bambinesca: arrossisce come uno studente di fronte al rimprovero del maestro, mostrando come anche il Lettore Implicito potrebbe ancora immedesimarsi benissimo nel contesto.

Dato che poco più avanti nel percorso altre anime si accorgeranno dell’ombra, ripetuta brevemente la scenetta, Virgilio suggerisce a Dante di ascoltare ma di non fermarsi, per favorire l’inizio del primo vero colloquio del Canto con Iacopo del Cassero, che fu assassinato per ragioni politiche da sicari in territorio padovano. Quest’ultimo, come ormai molte altre anime purganti, insiste perché Dante chieda ai suoi familiari presso Fano di pregare per lui.

Appena termina di raccontare la propria vicenda storica, ben nota ai contemporanei, un altro personaggio si introduce da solo, raccontando la tragica storia del suo cadavere: Buonconte da Montefeltro. Secondo l’excursus narrato, al termine della battaglia di Campaldino, Buonconte avrebbe invocato la pietà divina con l’ultima parola rivolta a Maria, che avrebbe comportato la salvezza della sua anima. Tuttavia il demonio, privato di un’anima così importante, causerà per ripicca l’inondazione dell’Arno, con la conseguente perdita della salma. Il conflitto tra salvezza e perdizione, tra angeli e demoni, è una ripresa simmetrica del canto infernale XXVII, in cui veniva narrata la sventura di Guido da Montefeltro, padre di Buonconte.

Il sacro tricolon cristiano non viene ignorato, per cui il canto vede la presenza di una terza figura. Il trittico artistico, o terzetto dal punto di visto polifonico, si attua con l’inserimento del breve episodio relativo a Pia de’ Tolomei: un personaggio a cui Dante auctor concede solamente i sette versi conclusivi, che impediscono una corretta identificazione della donna ai lettori moderni, mentre all’epoca la si supponeva talmente famosa in Toscana, da non aver bisogno di molte spiegazioni.

Dal testo dantesco sappiamo soltanto che Pia era senese, che morì in Maremma e che la sua fu una morte violenta e improvvisa. Meno chiaro è il distico finale: il primo dei due versi può voler dire “lo sa mio marito” oppure “lo sa il procuratore delle mie nozze” o ancora “lo sa il mio secondo marito che aveva sposato me precedentemente inanellata (cioè vedova)”. La quasi assenza di dati biografici ha lasciato ai lettori dei secoli successivi ampio spazio per una propria interpretazione della storia di questo personaggio, che quindi, di volta in volta, è stata donna tradita, oppressa per la sua indipendenza, o femmina traditrice. Nasce così una Pia de’ Tolomei simbolo della violenza subita dal marito (che si presume Nello de’ Pannocchieschi) per la sua indipendenza amorosa dal coniuge. Ne è un esempio l’album musicale “Pia come la canto io” di Gianna Nannini che, in particolare nel brano “Dolente Pia”, dipinge la donna come oppressa dal marito, o come traditrice del marito in “Contrasto”.

Bisogna, però, attenersi a ciò che leggiamo nella Commedia, ovvero che Pia si trovi tra i tardi a pentirsi e non tra i peccatori di cuore; quindi, la causa della sua morte è da ricercare nel marito, ma il motivo della sua ira resterà per sempre ignoto.

La narrazione del canto, che si conclude con quest’ultima enigmatica figura, rimane aperta: sembra una chiusura affrettata, che lascia l’aspettativa di una continuazione nel canto successivo. Il Quinto si segnala, pertanto, come un canto di passaggio, sia perché Dante e la sua guida camminano e ancora non sono giunti al Purgatorio vero e proprio, sia perché le anime che qui si trovano sono a propria volta di passaggio. Lo dice lo stesso Virgilio: “che l’andare allenti?” a cui Dante, da buon discepolo e da buon cristiano, risponde: “Io vegno”.

 

Giacomo Bolletta 4C

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