Il Canto si apre con una sottile dissertazione di Dante sulla natura dell’anima umana, che ritiene essere una sola, anche se possiede tre distinte potenze o virtù fondamentali: quella vegetativa, quella sensitiva e quella intellettiva. Spiega di averne avuto esperienza nel corso del colloquio con Manfredi, che ha assorbito totalmente la sua attenzione e non gli ha permesso di accorgersi del tempo trascorso: il sole, infatti, è già salito di cinquanta gradi sull’orizzonte ed è oramai mattino inoltrato, mentre il gruppo di anime ha portato i due poeti al varco d’accesso al monte. La teoria esposta da Dante, che controbatte quella platonica e averroistica della triplice anima umana, concupiscibile, irascibile, razionale, può sembrare solo un’arida divagazione filosofica, ma s’inserisce in un complesso discorso sul trascorrere del tempo, che è centrale nel Canto e che avrà il suo momento culminante nell’incontro col protagonista Belacqua.

Questo passo, apparentemente tecnico, ci interroga su come concepiamo l’essere umano ancora oggi: siamo ancora capaci di riflettere sulla nostra interiorità, o ci lasciamo travolgere dalla frammentazione dell’esperienza quotidiana, dalla fretta, dalla superficialità? Dante ci ricorda che comprendere la nostra natura è il primo passo verso la consapevolezza e, quindi, verso la libertà.

Questa riflessione filosofica non è fine a se stessa proprio perché introduce il tema del Tempo come elemento fondamentale del Purgatorio. Qui le anime non sono dannate, ma neanche beate: devono attendere, spesso a lungo, prima di essere purificate e salire in Paradiso. Ogni minuto ha valore ed il passare delle ore è percepito con angoscia da chi desidera redimersi. Il passare del tempo è rappresentato visivamente dal corso del sole nell’ampia e complessa spiegazione astronomica posta al centro del Canto e alla fine, con l’avvertenza che è già mezzogiorno e che la notte è giunta all’estremo occidente dell’emisfero boreale. Il tempo un bene prezioso e non rinnovabile. In un’epoca come la nostra, segnata dalla costante accelerazione e dalla perdita del senso dell’attesa, il messaggio di Dante è controculturale: recuperare il valore del tempo come momento di crescita, riflessione e redenzione.

I due poeti iniziano, quindi, la loro ascesa verso la cima del monte e la salita è inizialmente molto faticosa: devono inerpicarsi lungo uno stretto sentiero scavato nella roccia, dal quale poi escono in un pendio più ampio, ma sempre molto scosceso, con Virgilio che svolge il ruolo di guida e Dante che fatica a stargli dietro, nonostante si aiuti con entrambi gli arti. La salita è allegoria del percorso morale dell’anima umana verso la virtù e la salvezza, che è naturalmente arduo e che mette a dura prova i purganti, anche se poi Virgilio spiegherà che l’ascesa è difficile solo all’inizio e diviene poco alla volta più agevole, fino ad essere semplice come seguire la corrente di un fiume. Il cammino verso il miglioramento personale non è facile: è una lezione anche per noi moderni, troppo spesso alla ricerca di soluzioni immediate e scorciatoie. Ci insegna il valore della perseveranza, della fatica e della disciplina interiore.

La scena sicuramente riporta il lettore al canto XXIV dell’Inferno, quando i poeti avrebbero dovuto arrampicarsi lungo la parete della VI Bolgia per raggiungere quella seguente e, una volta arrivati in cima, il maestro aveva spronato Dante a proseguire, facendogli notare che “sedendo sulle piume, non si giunge alla fama, e neppure stanno sotto le coperte”. Qui l’avvertimento è di natura morale: significa che, solo a fatica e a prezzo di sacrificio, si raggiunge la tanto attesa salvezza, senza farsi ostacolare dalle difficoltà. È il senso della risposta di Virgilio a Dante, che, dopo la dotta spiegazione sul corso del sole (in quanto era stupito di vederlo a nord anziché a sud), chiede al maestro quanto durerà ancora la salita, dal momento che la cima del monte neppure si vede. Virgilio, perciò, lo esorta a proseguire, con la promessa di potersi riposare dopo essere giunto al balzo successivo.

                                        “Allor sarai al fin d’esto sentiero;

                                        Quivi di riposar l’affanno aspetta”

E’ un invito a seguire la ragione poiché questa lo condurrà alla meta, al Paradiso Terrestre, dove lo attendono la felicità terrena, la salvezza e, soprattutto, Beatrice. In un mondo spesso guidato dall’emotività o dall’istinto, l’appello di Virgilio a fidarsi della ragione suona come un invito alla lucidità, alla riflessione razionale, all’equilibrio interiore come strumenti per affrontare le sfide della vita.

A questa prima parte del Canto, dominata dall’ansia del tempo che scorre, dalla necessità di salire per raggiungere la virtù e dallo sprone di Virgilio a vincere le difficoltà con la sollecitudine, fa da contrappunto ironico la figura di Belacqua, che i poeti incontrano tra le anime dei pigri a pentirsi, di coloro che devono attendere una quantità di tempo pari a quanto è stata lunga la loro vita terrena, prima di entrare in Purgatorio. L’incontro con l’amico, un liutaio fiorentino noto per la sua pigrizia, è una parentesi che ha molte analogie con l’episodio di Casella, anche se i toni sono decisamente ironici e corrispondono probabilmente al carattere del personaggio e ai suoi rapporti col poeta. Belacqua apostrofa Dante, osservando in modo sarcastico che, prima di arrivare in cima al monte, avrà pur bisogno di sedersi, mentre il poeta ribatte indicando a Virgilio quell’anima che siede con aspetto tanto negligente, che la pigrizia sembra sua sorella.

                                   “O dolce segnor mio-diss’io- adocchia

                                       colui che mostra sè più negligente

                                      che se pigrizia fosse sua serocchia”

Belacqua li guarda senza neppur muovere la testa, invitando Dante a proseguire, dato che può farlo, e chiedendogli con molta ironia se ha ben compreso la spiegazione del maestro sul corso del sole. Parrebbe un riferimento al fatto che Virgilio non sia riuscito a colmare tutti i dubbi di Dante, in quanto la conoscenza dell’astrologia dell’epoca era ancora poco approfondita. L’ironia del penitente è doppia, essendo rivolta contro Dante, ma anche contro se stesso, per il quale lo scorrere del tempo ha un peso ben diverso, dal momento che sarà lunga l’attesa prima di iniziare la purificazione. Belacqua rappresenta un atteggiamento che oggi potrebbe sembrare familiare: l’indolenza spirituale, la perenne procrastinazione morale. Tuttavia, anche nella sua pigrizia, resta aperto alla possibilità di salvezza, seppur mediata da altri: ci dice che anche chi ha indugiato può ancora sperare, se riconosce il proprio errore.

Ritorna, poi, il motivo fondamentale soprattutto nei Canti iniziali del Purgatorio, ovvero la possibilità che le preghiere dei più cari possano diminuire la permanenza delle anime nell’Antipurgatorio: lo stesso Belacqua, a dispetto dalla sua inerzia e del suo apparente disinteresse per il corso del sole, si mostra ansioso di iniziare a scontare la propria pena e si augura che una preghiera da parte dei vivi lo aiuti ad abbreviare la sua permanenza lì, prima di poter attraversare la porta del Purgatorio.

                            “Prima convien che tanto il ciel m’aggiri

                               di fuor da essa, quanto fece in vita,

                               per ch’io ‘ndugiai al fine i buoni sospiri,

                               se orazïone in prima non m’aita

                               che surga sù di cuor che in grazia viva;”

È la stessa richiesta che già Manfredi aveva fatto a Dante alla fine del canto precedente e che gli rivolgeranno anche le anime dei morti per forza nei due successivi, anche se in quel caso con ben maggiore sollecitudine. Dante sarà addirittura assediato dalla folla di anime che lo pregano di ricordarli ai vivi, in una scena concitata e antitetica all’immobilità della descrizione di Belacqua. Il canto si conclude con Virgilio che esorta Dante a continuare il loro cammino in quanto, ormai, era già mezzogiorno. Questo passaggio ci parla della responsabilità che abbiamo verso gli altri: le nostre preghiere, le nostre azioni, il nostro ricordo possono avere effetti concreti. In un tempo che tende all’individualismo, Dante ci ricorda la forza dei legami e della solidarietà, anche oltre la morte. E’ un messaggio molto attuale: per raggiungere la salvezza, la felicità o semplicemente una vita autentica, non servono scorciatoie, ma perseveranza, razionalità e speranza.

Emma Xheka 3C

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