Il canto si apre con la discesa di Dante e Virgilio nel Secondo Cerchio infernale, quello dei lussuriosi. Subito compare loro davanti, a impedire il cammino, il giudice infernale: Minosse. Nella ripresa di questa figura mitologica, Dante opera una sorta di riduzione al grottesco, poiché il personaggio virgiliano si presentava con le vesti di un vero e proprio giudice, mentre il Minosse dantesco è un demonio con l’aspetto di cane furente, divorato dalla rabbia, simbolo del rimordere della coscienza davanti alla gravità del peccato. Nel grottesco è avvolta tutta la rappresentazione, lungi dalla serietà che l’atto dell’amministrazione della giustizia comporterebbe, compreso il gesto che stabilisce la condanna per i dannati ormai consapevoli del loro destino: Minosse si avvolge con la coda, il cui numero dei giri indica il cerchio in cui l’anima sconterà per sempre la sua pena.

Non appena vede che Dante è vivo, lo apostrofa con durezza e lo ammonisce a non fidarsi di Virgilio, poiché uscire dall’Inferno non è così facile come parrebbe entrarvi. Tuttavia, Virgilio lo zittisce ricordandogli che il viaggio del suo”studente” è voluto da Dio. 

“O tu che vieni al doloroso ospizio”,  

disse Minòs a me quando mi vide, 

lasciando l’atto di cotanto offizio, 

 

“guarda com’entri e di cui tu ti fide; 

non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!”. 

Superato Minosse, Dante si ritrova in un luogo buio, dove soffia incessante una terribile bufera che trascina i dannati e li sbatte da un lato all’altro del Cerchio: simboleggia la forza della passione a cui non seppero opporsi in vita. Dante vede, poi, un’altra schiera di anime, che volano formando una lunga linea simile a delle gru in volo. Chiede spiegazioni a Virgilio e il poeta latino indica al discepolo i nomi di alcuni dannati, che sono tutti lussuriosi morti violentemente: tra questi ci sono Didone, Cleopatra, Elena, Achille e Paride, in compagnia di molte altre anime. Dopo aver sentito tutti questi famosi nomi, Dante è colpito da profonda angoscia e per poco non si smarrisce.

Tra tutte queste, Dante scorge due anime che procedono insieme e paiono stranamente al vento più leggere. Domanda a Virgilio di potersi intrattenere con loro e, quando si accostano, le invita a restare e a parlare. Quasi fossero due colombe ansiose di giungere al loro nido, pertanto, si fermano desiderose del sereno colloquio. Sono gli spiriti di due infelici amanti, uniti anche nell’eternità: Paolo e Francesca. La donna rammenta la città natale, Ravenna, e accenna al suo innamoramento per Paolo, seguito dalla tragica morte per mano del marito Gianciotto, geloso e vendicativo. Per conoscere meglio la verità, non solo sulla passione dei due, ma anche sulla passione amorosa tout court, chiede a Francesca di parlare ancora. Tra le lacrime, la donna gentile cede alla richiesta e ricorda il giorno in cui l’amore divenne realtà: ricorda il libro che stavano leggendo, ovvero che il tramite per il Vero Amore era stato la Letteratura, e poi ricorda il bacio di Paolo che dischiuse la loro passione travolgente, ma diede anche inizio alla dolorosa tragedia. Qui il canto giunge al culmine della tensione, perché tale è la partecipazione di Dante che, turbato e commosso, perde i sensi, incapace di trovare parole di vero biasimo per un sentimento così intensamente sentito anche da lui durante la vita.

Domenico Marrocco 3C

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