In questo canto, Dante deve affrontare uno dei dubbi teologici più profondi della sua epoca e del suo racconto: i non battezzati. Questi “quasi-dannati”, tra i quali la sua guida Virgilio, non hanno commesso davvero dei peccati, ma sono vissuti in epoche precedenti alla nascita del cristianesimo e non sono, quindi, venuti in contatto con la salvezza. Per questo motivo non possono né essere puniti tra i gironi dell’Inferno, né ascendere ai cieli del Paradiso, ma sono costretti a sostare in eterno nel Limbo e a soffrire per la mancanza di Dio, la cosiddetta “Poena Damni”.
“e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;
e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.”
All’inizio del canto Dante si risveglia dopo il “magico” superamento del fiume Acheronte, che infatti evita di raccontare, come in altre parti del suo lungo viaggio, preferendo degli escamotages narrativi per non dover descrivere passaggi inutili. Questa tecnica verrà poi utilizzata anche dal Manzoni con la povera Lucia rapita dai Bravi.
A svegliarlo è un tuono che lo riscuote “come persona ch’è per forza desta” e si ritrova nella valle d’abisso dolorosa che accoglie le urla infinite. Accanto a lui, anche Virgilio sembra spaventato; così il pellegrino si preoccupa, chiedendosi come potrà avanzare se la sua stessa guida è intimorita. Il Sommo Poeta lo tranquillizza con aria paterna, dicendogli che quello che a lui sembra paura è, in realtà, pietà per coloro che sono nella terribile situazione del peccato e non ne possono uscire. Dante stesso, quando li vede, prova lo stesso sentimento per i non battezzati e si chiede se qualcuno sia mai da lì uscito, per merito o beatitudine.
Virgilio gli racconta, quindi, di come, dopo la morte in croce, Gesù scese negli Inferi, per risalire, poi, al Cielo portando con sé gli antichi Ebrei credenti e i padri della religione dell’Antico Testamento, e di come, così, aprì le porte degli Inferi, permettendo anche Dante di entrarci. All’epoca era da poco nel Limbo, ma ricorda bene il passaggio di Cristo e l’emozione alla vicinanza di Dio, per quanto breve. Mentre parlano, i due avanzano fino a giungere vicino a dove stava in disparte “l’onorevol gente”, la cui grande fama sulla terra li ha fatti porre da Dio in una posizione rilevata anche nel Limbo. Virgilio è accolto, insieme a Dante, con gioia e rispetto dalle altre anime, che tacciono con l’arrivo dei quattro grandi poeti latini: Omero, poeta sovrano con la spada dell’ Iliade in mano, Orazio in quanto satiro, Ovidio e Lucano. Tra questi, però, stupisce la mancanza di altri più grandi autori latini, come Catullo, mai citato, e Cicerone, che verrà menzionato solo successivamente. Così Dante vede “adunar la bella scola” che, dopo aver ragionato insieme, decide di far entrare anche il poeta nella propria schiera, cosicché fu poco modestamente “sesto tra cotanto senno”.
Con loro giunge ai piedi di un nobile castello, quello dei Sapienti, probabilmente simile a quelli caratteristici del Medioevo, cinto da sette mura e con sette porte, all’interno del quale ci sono numerosi personaggi storici sapienti, di ogni ambito della conoscenza umana. Dante e Virgilio si posizionano in disparte per osservare “in loco aperto, luminoso e alto, sì che veder si potien tutti quanti”.
La luce in questo caso non è quella divina, ma quella della conoscenza, che permette di superare la selva dell’ignoranza e di ingrandire la propria consapevolezza del mondo, attraverso lo studio delle scienze, ma anche della retorica e della filosofia.
Vengono, quindi, elencati numerosi personaggi storici e facoltosi che Dante osserva e ammira: alcuni eroi greci e romani che contribuirono alla grandezza dell’impero, come Ettore, Enea e Cesare, o altri esempi di virtù romana, come Lucrezia, Giulia, Marzia e Corneglia. Alzando le ciglia, come con elegante rispetto, Dante vede “l maestro di coloro che sanno seder tra filosofica famiglia”, cioè il grande Aristotele, che tutti gli altri filosofi ammirano e a cui fanno onori. Tra questi ci sono, un po’ alla rinfusa, Socrate e Platone, Democrito, Eraclito e Zenone, Tullio Cicerone, Seneca ed Euclide.
Questo lungo elenco di nomi asciutti o con pochi aggettivi, quasi ‘telefonico’, stona un po’ con il resto della trama, tanto che l’autore stesso scrive:” Io non posso ritrar di tutti a pieno, però che sì mi caccia il lungo tema, che molte volte al fatto il dir vien meno”, consapevole di essersi dilungato in particolari decorativi, ma che danno onore ai soggetti citati. Si discolpa riferendosi al racconto, che spesso non è all’altezza dei fatti che accaddero perché il suo Narratore, Dante stesso, non ha ancora affinato le sue capacità di scrittura come, invece, avverrà in seguito.
Il canto si conclude con la separazione da “la sesta compagnia” di Dante e Virgilio, che si dirigono verso il secondo cerchio dell’Inferno, che trema per il peccato e dove non c’è luce che rifletta.
Anna Giani 3C


















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