PER ME SI VA NELLA CITTÁ DOLENTE,
PER ME SI VA NE L’ETTERNO DOLORE,
PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE.
GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE,
FECEMI LA DIVINA PODESTATE,
LA SOMMA SAPÏENZA E ’L PRIMO AMORE.
DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE
SE NON ETTERNE, E IO ETTERNO DURO.
LASCIATE OGNE SPERANZA, VOI CH’INTRATE.
Questa la famosa descrizione della porta infernale: non viene detto dove precisamente si collochi, ma viene citata soltanto la scritta che vi campeggia sopra, la quale spaventa Dante tantissimo e forse ache un po’ il lettore moderno. Infatti, l’ultima frase in particolare lo porta a pensare di non poter mai più tornare indietro una volta entrato negli Inferi (“lasciate ogne speranza”). Sembra come se la porta parlasse. Si tratta di un’immagine alquanto surreale, ma sensata in questo caso, perché fu proprio creata da Dio, subito dopo la creazione del Cosmo.
L’Antinferno è il primo luogo dell’Oltretomba ad essere visitato. Abitato dagli ignavi, non propriamente dannati ma, in ogni caso, condannati a una pena molto severa, in cui è visibile un contrappasso: inseguono un’insegna senza significato (come priva di scopo è stata la loro vita terrena), sono continuamente inseguiti da mosconi e vespe che li fanno sanguinare e lacrimare e, sotto i loro piedi, dei vermi mangiano il loro sangue mischiato alle lacrime.
Questi dannati, infatti, sono colpevoli di non aver mai preso delle motivate decisioni in vita e sono ritenuti i portatori del peggior male. Proprio per questo, non sono neanche collocati all’Inferno, ma relegati all’entrata, in un Limbo, e sono così odiati anche da Virgilio, che suggerisce a Dante di guardarli e di passare, poi, avanti, ritenendoli davvero indegni di attenzione.
Tra questi sono citati anche quegli angeli che, nel momento della ribellione di Lucifero contro Dio, non si schierarono né con l’Uno, né con l’altro e, indirettamente, vi campeggia papa Celestino V, a cui Dante rimproverava di aver ceduto la tiara a Bonifacio VIII, suo acerrimo nemico e artefice del suo esilio, nonché della Cattività Avignonese del papato stesso.
Si nota, quindi, come, durante il Medioevo, le persone neutrali fossero considerate il vero male della società: durante gli scontri tra Guelfi e Ghibellini si era quasi obbligati a prendere una posizione e chi non l’avesse fatto sarebbe apparso come un “approfittatore”.
Questa critica alla neutralità è anche molto importante per un aspetto moderno: chi non prende decisioni, non trova una propria posizione nella vita, o non espone la propria opinione, non dà alcun contributo per l’evoluzione di una situazione o del genere umano, ma si distacca da essa, come se come persona non esistesse in quel contesto, lasciando decidere anche le proprie sorti agli altri. Si può parlare di deresponsabilità.
Un comportamento del genere può essere molto pericoloso, soprattutto se applicato alla politica, in cui ogni opinione è rilevante e doverosa per decidere le sorti di una città, una regione, una nazione o il mondo intero. Le persone neutrali sono, quindi, state sempre ritenute le peggiori in assoluto, dall’Antica Grecia a Dante, da Manzoni alle democrazie attuali (governo della Svizzera, astensioni dalle decisioni riguardanti le guerre), tanto da non essere riconosciute neanche da Dio!
Il più noto protagonista dell’episodio è, però, Caronte, il traghettatore delle anime dannate che Dante descrive traendo spunto dal personaggio virgiliano del libro VI dell’Eneide. Rispetto al modello classico, tuttavia, quello dantesco appare con tratti decisamente demoniaci (soprattutto gli occhi circondati di fiamme) in coerenza con l’interpretazione in chiave cristiana delle figure mitologiche, in quanto le divinità infere venivano spesso considerate personificazioni del diavolo. La reazione del demone all’apparire di Dante è analoga a quella degli altri guardiani infernali che il poeta incontrerà più avanti, in quanto anche Caronte tenta di spaventarlo e di impedire il suo viaggio attraverso l’Inferno: queste figure simboleggiano gli “impedimenta” di natura peccaminosa che ostacolano il cammino di redenzione dell’anima umana. Non a caso, infatti, ci penserà proprio Virgilio (allegoria della Ragione, la Ratio latina) a zittire Caronte, affermando che Dante è entrato all’Inferno da vivo per volere di Dio: “Caron non ti crucciare:/ vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare”.
I dannati sono descritti nella loro fisicità, come delle foglie spoglie, che hanno perso la vita staccandosi dal proprio ramo (cioè la vita terrena), con un colore simile al “livido” delle paludi, un verdino violaceo confusissimo, su cui la critica si è vanamente spreca per secoli tentandone delle definizioni oggettivanti. Le anime si assiepano sulla riva dell’Acheronte, ansiose di passare dall’altra parte perché spronate dalla giustizia divina. Bestemmiano Dio, i loro parenti, la specie umana e i loro peccati, maledicendo il giorno in cui sono nati, dato che non hanno mai capito il vero valore della vita. Il loro gran numero, come del resto quello degli Ignavi, lascia intendere la diffusione del male e del peccato sulla Terra, come appare chiaro dal fatto che, prima che il traghettatore sia giunto sull’altra sponda, su quella opposta si è già formata una schiera altrettanto folta.
Si sottolinea, appunto, come i dannati diano sempre la colpa agli altri, a Dio o al mondo, riguardo alle loro cattive azioni: non si prendono le proprie responsabilità, ma hanno una mente offuscata dal “male dell’intelletto”, che li porta a pensare di non essere mai colpevoli. Sembra forse di notare una somiglianza con le “autodifese” via internet di molti volti, noti e meno noti, del nostro mondo moderno?
Il Canto si chiude con una violenta scossa di terremoto, causato da un vento sotterraneo come riteneva la fisica medievale, insieme ad una luce rossastra d’origine sconosciuta e che provoca lo svenimento di Dante, che si risveglierà dall’altra parte dell’Acheronte nel Canto successivo.
Un deus ex machina alquanto infantile e fastidioso, ma che funge da soluzione di continuità per l’incipit del Canto IV, in cui si accede alla “vera” prima parte dell’Inferno: il Limbo.
Niccolò Arpelli 3C


















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