Il Secondo Canto della divina Commedia viene, in realtà, considerato dagli studiosi il primo dell’Inferno e lo si capisce per il fatto che si apre con un proemio che enuncerà il tema trattato.
Nei primi nove versi vengono descritti il calar del sole e l’avanzare dell’oscurità che porta quiete a tutti, uomini e animali, escluso Dante, il quale si accinge all’impresa proprio perché non trova pace: un viaggio che gli richiederà una rigida coscienza morale e religiosa, e che lo porterà ad accettare i castighi dei peccatori, benché in certi casi gli susciteranno anche un’umana pietà. Una sfida importante condotta contro questo sentimento che, se non vinta, potrebbe allontanarlo dal giudizio morale, dalla giustizia divina e dal cammino, unica via di salvezza.

La notte porta con sé numerosi dubbi che lo inducono ad invocare le Muse, una richiesta di aiuto che verrà ripetuta in modo più mirato verso Calliope e ad Apollo nei proemi del Purgatorio e del Paradiso, mentre qui è solo una richiesta generale. Quindi Dante rispetta la tradizione dei poeti, ma al contempo vi affianca ed elogia alcuni elementi moderni, ovvero il suo “alto ingegno”, la sua “mente che non erra” e “la nobilitate” che potrà finalmente mostrare.
Qui i lettori si potrebbero dividere in un piccolo gruppo sostenitore della teoria dello scrittore vanitoso e utilizzare come prova i versi in cui si auto-giudicherà abbastanza puro da non finire all’inferno ed un gruppo opposto che giustifica questi versi come premura di metterci al corrente sulla provenienza divina del messaggio.
Infatti la missione singolare proviene direttamente da Dio, che poteva scegliere unicamente una persona che fosse in grado di riconoscere le doti eccezionali da lui donate.

Dante insiste molto sul tipo di compito nella prima terzina, in cui riecheggia un motivo che in Virgilio appare più volte: “Nox erat, et terris animalia somnus habebat”, il quale serviva ad omaggiare le sue doti di scrittore e, magari, a mettere al corrente noi lettori dell’importanza della guida per poterci fidare di lui.
Infatti, per Dante il poeta antico, oltre ad essergli stato fonte d’ispirazione nella vita, è stato anche la sua guida durante la catabasi, invocato insieme alle Muse per via dei suoi timori, e quindi assume il compito di spronare il protagonista a continuare il viaggio.
Accettata la richiesta di seguirlo, il Pellegrino esita scrivendo “Io non Enea, io non Paulo sono”. Arriva addirittura a confrontarsi con altri protagonisti di viaggi nell’aldilà: Enea, sceso agli Inferi per parlare col padre Anchise, come spiegato da Virgilio stesso nel libro VI dell’Eneide, mentre Paolo era stato rapito nel III Cielo. Anche in questa occasione, la sua guida lo accusa subito di viltà e lo paragona ad una bestia che si adombra per dei pericoli inconsistenti, in quanto il suo viaggio è voluto da Dio e quindi il poeta non ha nulla da temere. Per convincerlo meglio, il poeta latino inizia un’analessi, in cui rievoca il suo incontro nel Limbo con Beatrice, svelandoci come ha saputo della situazione di Dante.

La donna in questo canto appare sfumata, così come in quello precedente Dante e Virgilio erano segni intellettuali e non veri e propri personaggi. Quando Virgilio inizia a descriverla, i motivi stilnovisti si infittiscono, ad esempio “Lucevan li occhi suoi più che le stelle”, e Dante in risposta “li occhi lucenti lagrimando volse”, generando nella nostra mente un’altra immagine stilnovista frequente: quella di una ragazza che gira la faccia di lato intanto che le cade una lacrima. Sono motivi frequenti in poesia, per esempio in Guinizzelli “occhi lucenti, gai e pien’ d’amore”, o anche in Cavalcanti “pasturella/ più che la stella – bella”.
Beatrice parla “soave e piana”, è descritta coi tipici attributi della donna angelicata dello Stilnovo e nel corso del canto si scopre che, proprio grazie alla sua bellezza terrena e più recentemente ultraterrena, persuade Virgilio ad aiutare Dante.
Virgilio riferisce il discorso con cui gli chiede di soccorrere Dante, una sorta di suasoria classica con tanto di captatio benevolentiae; infatti lo elogia per i suoi meriti di poeta e la fama eterna, e poi descrive i pericoli corsi da Dante nella selva dove è impedito nel suo cammino dalle tre fiere, che si riferiscono alle tre disposizioni peccaminose che ostacolano l’uomo nel suo percorso di redenzione.

Qui l’autore sperimenta un nuovo tipo di narrazione, che può ricordare le popolaresche “catene di Sant’Antonio”, perché Virgilio lo ha saputo da Beatrice, che a sua volta è stata messa al corrente da qualcun altro in paradiso. Quindi decide di creare passaggi più complicati ma meno bruschi, pensando probabilmente ad un lettore medievale. La stessa Beatrice opera una seconda analessi narrando che Santa Lucia, a sua volta inviata dalla Vergine Maria, l’aveva sollecitata a salvare Dante e in questo racconto viene chiarita la volontà divina per quanto riguarda il viaggio e il pellegrino scelto, rimarcandone anche la logica con la trafila delle tre donne benedette, ovvero Beatrice, Lucia e la Vergine, figura cristiana che spende poche parole, ma importanti “Or ha bisogno il tuo fedele di te, e io a te lo raccomando”.

In conclusione, dato che Beatrice è stata disposta a scendere nell’inferno, lasciando il suo reame beato, per poter salvare Dante, se ne evince una figura di donna esaltata, mossa dall’amore “amor mi mosse, che mi fa parlar”, Questo amore stilnovistico poi verrà analizzato da Dante nel Purgatorio e lo definirà addirittura un sentimento che tende a spogliarsi della passione e a divenire puro slancio dell’anima verso il bene, ovvero amore-virtù. Forse un amore un po’ “finto” o esasperato per i giorni nostri, ma che nel Trecento voleva e doveva essere la massima aspirazione per tutti.

Alice Colombo 3C

Rispondi

DI tendenza

Scopri di più da La Voce degli Studenti

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere