Nel 1939 l’operaio Luigi Bianchi iniziò a lavorare per la fabbrica di armi di Breda, situata nei pressi di Sesto San Giovanni. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale aveva reso necessaria la produzione di armi da guerra e di equipaggiamenti militari, per sostentare le richieste dell’esercito italiano. Questa crescente necessità aveva portato l’azienda ad assumere un maggior numero di lavoratori che, dato il periodo storico critico, accettavano ogni tipo di impiego, a prescindere dagli ambienti lavorativi e dalle loro condizioni sanitarie; infatti, Luigi era costretto a lavorare a contatto con sostanze acide e fumi tossici, senza alcun tipo di dispositivo di protezione individuale, come mascherine, camici e guanti.
Spesso gli operai contraevano diverse malattie e venivano ritenuti dai medici non idonei alla tipologia di lavoro che dovevano effettuare, ritrovandosi così senza introiti, nonostante avessero le famiglie da mantenere. Questo è il caso di un amico di Luigi, Gaetano Rossi, il quale, avendo contratto una malattia polmonare, identificata con il nome di bronchite acuta, venne licenziato.
Il signor Bianchi, invece, continuò a lavorare all’interno dell’azienda fino al 6 aprile del 1945, quando a seguito dei continui bombardamenti nazisti, la sede della Breda venne distrutta. Nonostante ciò, Luigi e molti altri operai continuarono a svolgere varie mansioni in fabbrica, come la ricerca di pezzi e materie prime rimaste intatte al bombardamento e ancora utilizzabili, senza però ricevere alcun tipo di retribuzione in termini di denaro. Sottopagati e scontenti, gli operai iniziarono a svolgere delle manifestazioni e delle proteste contro questa situazione, alle quali prese parte anche il Signor Bianchi. Inoltre, intorno al 1946, alcuni lavoratori iniziarono a nascondere ed occultare una parte della produzione dell’armeria, sottraendo fucili, mitra e granate, con lo scopo di rivenderle in futuro, traendone un proprio guadagno.
Luigi si accorse di questa situazione, ma, a causa del forte clima di omertà presente in azienda, non riportò nulla al suo direttore.
Dopo la fine del conflitto armato, la produzione di arsenali da guerra venne dichiarata illegale e la Breda dovette convertire la sua produzione verso nuovi campi, come l’assemblaggio di motocicli, la tessitura di calze da donna e infine, nel 1950, la produzione di locomotive, rivoluzionando il mondo dei trasporti ferroviari grazie all’invenzione del treno “Settebello”, il quale segnò un enorme passo avanti nell’ingegneristica dell’epoca e pose le basi di quella futura. Durante queste fasi di transizioni, a causa del riammodernamento e della ricostruzione della fabbrica, l’Associazione per la ricostruzione Breda si accorse della moltitudine di armi ancora disseminate per l’intera estensione della proprietà; per questo motivo, vennero avviate delle indagini capitanate dalla polizia. Assegnarono la risoluzione di questo caso all’ispettore Pietro del Fiore che, grazie ai suoi moltissimi anni di esperienza, venne ritenuto in grado di giungere ad una conclusione concreta. Giunto in azienda, incontrò Luigi Bianchi, il quale era stato assegnato alla sezione di vigilanza, per le indagini interne.
Dopo essersi confrontati, stabilirono un piano di azione, che mirava all’instaurazione di un rapporto di fiducia reciproca con i dipendenti della Breda che, a causa delle influenze del Partito Comunista Italiano, mantenevano una sorta di silenzio consapevole, per paura di mettere a repentaglio il proprio posto di lavoro. Le indagini proseguirono per diversi mesi, finché, a seguito delle continue pressioni da parte della stampa, Luigi e il suo collega Mario Colombo capirono la necessità di velocizzare le indagini, con lo scopo di far riprendere il prima possibile il funzionamento della fabbrica. Luigi, avendo subìto minacce e intimidazioni e temendo ripercussioni anche nei confronti della sua famiglia, decise di non rivelare ciò che sapeva, ma il suo amico Mario, non avendo nulla da perdere, collaborò con l’ispettore. L’operaio rivelò di aver visto, nel corso del suo orario lavorativo, alcuni colleghi che spostavano, in modo sospetto, delle casse d’armi e, incuriosito, era andato a controllare. Investigando riuscì a scoprire in maniera quasi casuale l’entrata di quello che sembrava un nascondiglio sotterraneo, che presentava due porte d’ingesso, dietro le quali si celavano centinaia di casse colme di armi.
Una volta terminato il colloquio con l’ispettore, Mario lo condusse al luogo designato e lo fece entrare nel bunker, reperendo tutti gli armamenti e generando un clima di sollievo. Inoltre, Mario ricevette una promozione di grado, passando alla gestione degli acquisti di un reparto dell’azienda.
In seguito a questo avvenimento, la polizia avviò le indagini penali nei confronti di coloro che nascosero le armi, attraverso delle operazioni di spionaggio che durarono intere giornate, per capire quali dipendenti fossero coinvolti. I poliziotti notarono continui movimenti, durante la notte, da parte soprattutto di due ingegneri della Breda. Luigi non sapeva chi fosse stato a nascondere le armi nel Quarantasei e rimase stupito nello scoprire chi dei suoi colleghi venne multato o, addirittura, recluso. Fra i dipendenti della fabbrica c’era quasi un clima di terrore, per via degli spionaggi sempre più frequenti: circa una cinquantina di operai chiese il licenziamento. Questo fatto portò molto scompiglio, siccome la Breda aveva intenzione di aumentare il carico di lavoro e, con la perdita degli operai, non sarebbe stato possibile. Si aggiunse, inoltre, la completa noncuranza dell’interesse operaio, siccome l’aumento delle ore di lavoro non avrebbe influito sullo stipendio, lasciandolo, quindi, invariato.
Luigi e molti altri operai si appoggiarono alla Federazione Operai Metallurgici, una nuova associazione sindacale. Fu subito chiara la posizione dei dipendenti della Breda: il loro obiettivo era fare una rivoluzione con il fine di ottenere condizioni lavorative migliori e così fecero. Scoppiò una rivolta non pacifica, nella quale gli operai si unirono recando danni non trascurabili all’azienda: distrussero gli uffici, imbrattarono le mura, danneggiarono l’edificio nel suo complesso e minacciarono i capi dell’azienda. Luigi prese parte a questa rivoluzione fomentando la folla e incoraggiando i colleghi a farsi sentire nella maniera più rumorosa possibile.
Infine intervenne la polizia, che riuscì a contenere la rivolta e a riportare l’ordine generale. Dopo questa rivoluzione, i capi d’azienda accettarono le richieste dei lavoratori e aumentarono lo stipendio, migliorarono le condizioni igieniche e sanitarie introducendo nuovi mezzi per tutelare maggiormente anche la vita e l’incolumità degli operai. Luigi continuò a lavorare in fabbrica per qualche mese, fino a quando non ricevette una proposta di trasferimento nella sede ferroviaria di Breda a Milano. Luigi ci pensò un po’ prima di accettare ma, considerando l’aumento di stipendio, la promozione lavorativa e il trasferimento in una città come Milano, che avrebbe giovato anche al futuro dei suoi figli, si convinse e accettò il trasferimento.
BIBLIOGRAFIA
- Corriere Della Sera 16/08/1949
- Documenti riservati personali S.I.E. Breda Milano
- Documenti dott. Aldo Albano 15/03/1951 Sesto san Giovanni
- Documenti memorie Luigi Ferrini
- Lettera F.To Miglio Mario al sig. Ing. Giuseppe Dal Monte
- Documenti commissione interna Breda Fucine 16/12/1959
- Documenti Servizi Vigilanza Breda S.R.L.
Tommaso Balduzzi, Laurentiu Bucur, Asia Duchini, Samuele Milani,
Lorenzo Reghenzani, Matteo Robustelli, Eugenio Sollami, Davide Tancredi 3F


















Rispondi