Giovedì 23 novembre le classi quarte del nostro liceo hanno assistito a “Baruffe, Sottane e Zecchini: la vita in commedia di Carlo Goldoni”, un libero riadattamento della biografia di Goldoni ad opera del regista Alberto Oliva, presso il Teatro Sociale Cajelli di Busto Arsizio.

Gli attori scelti per la recita sono cinque: due uomini e tre donne, i quali rappresentano Carlo Goldoni, Nicoletta (sua moglie) e tre comici (un uomo e due donne), prima della compagnia teatrale veneziana dei Medebach e, successivamente, di quella genovese. La sceneggiatura, i costumi e la grafica sono stati rispettivamente organizzati e prodotti dagli studenti degli istituti superiori Carlo Dell’Acqua, Olga Fiorini e Paolo Candiani.

L’opera è iniziata con una scena di metateatro, provocando un effetto-sorpresa nel pubblico poiché, mentre i tre comici della compagnia Medebach discutevano sul palco, il protagonista dell’opera Carlo Goldoni, interpretato da un intenso Federico Grassi, entra improvvisamente in scena, obbligato a controllare una situazione tormentata, quale un litigio tra le due attrici della compagnia. Questo primo disagio, seppur non pienamente interiore a Goldoni, viene fatto coincidere dal regista con l’inizio dei supplizi che costelleranno la vita dell’innovativo sceneggiatore.

Innovativo poiché, nel corso del ‘700, introdusse in Italia e, dopo il trasferimento a Parigi, in Europa, un nuovo modo di recitare: ponendosi in una visione realista, sosteneva fortemente l’eliminazione delle scene di pathos ripetitive (lo si nota, all’interno dello spettacolo, nel momento in cui corregge la nuova compagnia genovese per quanto riguarda i movimenti sul palco) e ridondanti… Insomma: Goldoni tenta di eliminare le decorazioni eccessive del Barocco del secolo precedente ed i residui della Commedia Dell’Arte medievale che puntavano su facili risate, capriole ed improvvisazioni a soggetto.

Fin dalla prima battuta, lo sceneggiatore è rappresentato, appunto, come un uomo tormentato e l’unica persona che riesce, inizialmente, a calmarlo è la moglie Nicoletta, che, tuttavia, gli rinfaccia subito alcuni comportamenti, quali il gioco d’azzardo e la leggerezza con cui frequenta e seduce le nuove attrici dei suoi teatri. Queste azioni, col passare del tempo, peggioreranno la condizione di turbamento di Goldoni stesso.

Ma è corretto dire che la leggerezza è una caratteristica fondamentale della vita del più grande scrittore italiano di teatro di tutti i tempi? Al contrario di come sostiene il regista Oliva, la risposta è no: Goldoni fu ben altro che leggero nella sua vita.

Per spiegare questo concetto, però, occorre introdurre brevemente la trama dello spettacolo. Dopo anni di opere ben riuscite, Goldoni è pervaso dal successo e non riesce a farne a meno; dunque, inizia a lavorare duramente e riesce a produrre sedici nuove commedie in un solo anno. Tuttavia, secondo lui questo traguardo non è abbastanza e si sente schiacciato dalla concorrenza: questa scena è ben riuscita e rappresentata con molto pathos, in modo tale da far comprendere appieno la condizione di tormento interiore dello sceneggiatore.

Ma da cosa deriva questo continuo tormento? La risposta viene rappresentata nel monologo di Goldoni, scena meglio riuscita dell’intera opera, in cui spiega direttamente al pubblico la sua idea di teatro e, di conseguenza, la sua caratteristica fortemente innovativa: fondere il Mondo col Teatro. Ed ecco che realtà e finzione si mischiano, attori e uomini diventano un’unica realtà, l’uomo-Goldoni e il Goldoni sceneggiatore rappresentano ora, sorprendentemente, la stessa persona. Dunque, la modernità risiede nel considerare il teatro non più un diletto, quanto piuttosto la propria ragione di vita.

Tuttavia, questo pensiero è tanto innovativo per il teatro europeo, quanto distruttivo per l’inventore del pensiero stesso: questa unione tra teatro e realtà fa sì che la ragione di vita dell’uomo-Goldoni coincida col teatro stesso. Comporta, quindi, un problema per lo sceneggiatore: essere un uomo innovativo e moderno in un secolo non ancora pronto a questo stravolgimento teatrale. Porta al turbamento, alla depressione e alla sfiducia in se stesso. Oliva riesce a trasmettere bene al pubblico questo concetto al pubblico ed, inoltre, non c’è alcuna medicina o cura, poiché quest’ultima è schiacciata dallo stesso subconscio di Goldoni.

Occorre, però, sottolineare che, dopo la toccante e ben costruita scena del monologo, lo spettacolo diventa in alcuni punti ripetitivo e lento: ogni qual volta sembri sul punto di finire, viene aggiunta una nuova scena, spesso ridondante. A questo punto, perciò, l’opera risulta meno equilibrata e rischia di perdere la piena attenzione degli spettatori che prima, invece, aveva sicuramente attirato.

La descrizione di Goldoni tormentato continua, ma, dopo la scena di monologo, terminata col culmine dei supplizi di Goldoni per via del successo risonante del rivale sceneggiatore Gozzi, non viene aggiunto nulla di particolarmente nuovo che possa far comprendere in modo più profondo al pubblico la condizione interiore del protagonista, rispetto a quello che era già stato presentato in precedenza. È anche per questo motivo che, dunque, lo spettacolo va verso una continua ridondanza rappresentativa.

L’opera, infine, si conclude con un’altra scena di metateatro: dopo il finale supplizio e la più drastica pazzia di Goldoni, che rompe la finzione teatrale strappando e lanciando i suoi fogli giù dal palco fin sugli spettatori delle prime file, l’attore Grassi esce di scena scendendo dal palco e camminando tra il pubblico in platea. Questa conclusione, analoga alla struttura iniziale dello spettacolo, sembra quasi raffigurare la chiusura del cerchio dell’opera riformistica di Goldoni che, nonostante la crisi esistenziale, è riuscito a portare a termine la riforma teatrale del ‘700, che comporterà, nei secoli a venire, una drastica rivoluzione nel mondo della sceneggiatura. Infatti, a fine carriera, a Parigi fu costretto a “regredire” dai suoi princìpi, perché il pubblico francese non era ancora avvezzo ad un tale livello di modernità rappresentativa.

Per quanto riguarda l’organizzazione dello spettacolo, occorre complimentarsi con gli studenti degli istituti inizialmente elencati per il lavoro quasi impeccabile: grafica e scene sono stati rappresentati in modo molto suggestivo e corretto, mentre i costumi presentavano alcune discrepanze con il tradizionale abbigliamento del secolo trattato (per esempio, gonne troppo corte e semplicistiche, o pantaloni troppo lunghi).

Questa “matinée” è stata utile a comprendere lo stile, l’ideologia e la condizione di Goldoni, rappresentato abbastanza bene e riadattato alla modernità in modo comprensibile, senza eliminare gli aspetti chiave della sua esistenza dal regista Oliva. Lo spettacolo, tuttavia, risulta, piacevole e ben riuscito soprattutto nella prima metà (fatta coincidere con le scene tra l’inizio dell’opera e la fine della scena di monologo), ma meno efficace per via delle ridondanze presenti nella seconda parte, che acquisisce piuttosto un tono didascalico e pedagogico, volto a rimarcare ad un pubblico di studenti i dati principali della vita e dell’opera di Carlo Goldoni.

Pietro De Luca 4A

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