Questo articolo ha come principale scopo quello di fornire al lettore un’analisi dei capitoli 28 e 29 dei Promessi Sposi, mettendo in luce eventuali parti che l’autore avrebbe potuto omettere.
Gli argomenti trattati nei due capitoli hanno carattere storico.
Il primo è divisibile in quattro macro sequenze:
- L’aggravarsi della situazione sociale nel milanese
- La carestia che scoppia a Milano
- I malati vengono rinchiusi nel lazzaretto
- La guerra delle nazioni e la calata dei Lanzichenecchi
La stessa suddivisione è applicabile anche al secondo capitolo:
- Il popolo fugge dai Lanzichenecchi
- Don Abbondio, Perpetua e Agnese scappano
- Don Abbondio e le donne in visita dal sarto
- L’innominato ospita al castello i fuggitivi
La prima sequenza del capitolo 28 è fondamentale per capire lo sviluppo della trama nei successivi capitoli, in quanto Manzoni spiega le origini della carestia che avrebbe colpito Milano e dintorni. Inoltre, introduce la tecnica del calmiere, applicata in questa circostanza dal cancelliere Antonio Ferrer tramite un tetto massimo al prezzo del pane, che tuttavia non rispecchiava il reale prezzo di mercato. L’autore narra di come, all’inizio della carestia, il calmiere avesse funzionato, riportando l’abbondanza di pane in città, ma anche di come nel lungo termine si sia rivelato disastroso. Il calmiere, infatti, non rispettando le leggi dell’economia, aveva creato una situazione tale da esaurire in breve tempo tutte le scorte di pane e grano, obbligando di fatto i panettieri a fare il pane con la farina di riso e, in parallelo, aveva costretto i governatori di Milano a ridurre la quantità di pane acquistabile pro capite.
La seconda sequenza, ovvero la narrazione degli effetti della carestia, è una conseguenza della prima e, quindi, non avrebbe potuto essere evitata. L’autore avrebbe però potuto limitarne la lunghezza, visto che dura circa cinque pagine e alla maggioranza dei lettori risulta noiosa. Di importante vi sono le citazioni artistiche dei quadri dei Pitocchi, con cui Manzoni descrive la povertà, e la diffusione di malattie contagiose per la città; vi è anche un episodio che il lettore non si aspetterebbe, ossia quello dei Bravi che chiedono l’elemosina in strada. Elogia ancora una volta l’impegno e la bontà del cardinale Federico Borromeo, che nel suo convento serve circa duemila scodelle di minestra al giorno ai poveri bisognosi, e in questo caso vuole anche evidenziare l’affidabilità dei suoi dati, estrapolati dallo storico più attendibile dell’epoca, Giuseppe Ripamonti. L’autore rende la sequenza molto alienante tramite vedute e frantumi di dettagli, in particolare dei poveri per strada, ma anche per mezzo della rappresentazione dei suoni e lamenti, provenienti da ogni angolo della città.
Dopodiché il narratore spiega come i malati e i mendicanti vengano rinchiusi nel lazzaretto, poco fuori dalla Porta Est di Milano, edificato nel 1489 grazie a dei fondi pubblici. Questa parte non è molto significativa, ma comunque necessaria a mostrare le condizioni precarie in cui vivevano i malati all’epoca e in che modo venivano gestite carestie ed epidemie, sempre a danno del popolo a causa del mancato metodo scientifico dei vari governanti.
Per concludere il capitolo, Manzoni lascia dedurre al lettore, con una sorta di prolessi, gli eventi che accadranno in seguito. Narra infatti le cause della calata dei Lanzichenecchi, mercenari tedeschi spietati e violenti che razziano ogni centro abitato per cui transitano, con una parte storica sulla guerra di successione per il Ducato di Mantova, resa stavolta appositamente breve in modo da non annoiare il lettore. Infine, fa una ulteriore prolessi raccontando come nei reparti di cavalleria lanzichenecchi stia covando la peste: da qui il lettore può dedurre che vi sarà almeno un capitolo sulla peste nel milanese.
Molto funzionale, invece, è l’inizio del capitolo 29, in cui Manzoni fa una descrizione accurata della paura dei Lanzichenecchi e di come nessuno voglia trovarsi sulla loro strada. Questa parte è anche molto estetica, come dimostra il tricolon: “né un calesse, né un cavallo, né alcun altro mezzo”. Inoltre vengono citati Tucidide e Boccaccio, gli unici autori, oltre a Manzoni, a descrivere dettagliatamente la peste, rispettivamente nel quinto secolo avanti Cristo e nel ‘300 circa. È da evidenziare, tuttavia, la brutalità di questa parte, con cui l’autore vuole sottolineare il fatto che, nell’epoca in cui scrive, ovvero l’Ottocento, tutti siano molto più civilizzati ed episodi del genere non avvengano più, nonostante i numerosi moti rivoluzionari.
In seguito Manzoni torna al paese di Don Abbondio per iniziare una ben più lunga sequenza narratologica in cui i personaggi principali sono Perpetua, Agnese e proprio Don Abbondio, che insieme scappano dai Lanzichenecchi. Manzoni ironizza sul fatto che Don Abbondio, che in tempi normali comandava su Perpetua, sia totalmente passivo e inutile in una situazione come quella. Il curato è un vero egoista, in quanto chiede ai compaesani che passavano sotto casa sua di aiutarlo in qualche modo e di non lasciarlo solo, anche se lui non sarebbe mai stato disposto ad aiutare qualcuno di loro.
In questi capitoli, in cui la trama è bloccata, Manzoni usa le parti a carattere storico e soprattutto le vicende di Don Abbondio per riempire un romanzo che, altri menti, sarebbe stato decisamente più corto. Narratologicamente è azzeccata la scelta di piazzare i tre personaggi, insieme ad altri fuggitivi, nel castello dell’Innominato; in questo modo infatti l’autore trasforma l’Innominato in un aiutante, piuttosto che nella comparsa temporanea presente soltanto in un paio di capitoli.
Don Abbondio inoltre si umanizza maggiormente rispetto ai primi capitoli, attuando il bildungsroman anche su se stesso e durante il viaggio si lamenta della guerra dei signori, di cui fanno le spese le persone comuni come lui.
Sulla strada per arrivare al castello, però, i tre fuggitivi fanno visita al sarto, impiegato da Manzoni nella trama un paio di capitoli prima. Da questo episodio in poi, la trama diventa abbastanza inutile, in quanto Manzoni tenta di fare un raccordo tra il capitolo 29 e il 30, con il fine di colmare il gap temporale di circa un anno presente tra i due. All’inizio descrive in maniera teatrale il pranzo a casa del sarto e, poi, in maniera funzionale, fa percorrere per la prima volta ad Agnese, per la seconda volta al lettore, la valle dell’Innominato, che in questo modo viene descritta, seppur in maniera breve, due volte e, quindi, resta più impressa nella mente del lettore, con il suo effetto di marcato Romanticismo.
Infine l’ultima sequenza, in cui si narra la vita nel castello dell’Innominato, è decisamente troppo lunga e avrebbe potuto essere ridotta a una decina di righe, ma Manzoni stesso, essendo il primo romanziere in Italia, non era ancora in grado raccordare bene i capitoli e di questo difetto evidente non si può certo fargliene una colpa.
Ludovico Bianchi 2F


















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