Orazio vince su tutto?
Orazio è considerato uno dei maggiori poeti dell’età antica. Dotato di un’ironia inusuale, viene visto ancora oggi un maestro di eleganza stilistica, che ha saputo fronteggiare le questioni sociali e politiche del suo tempo da epicureo quale era e da vero amante dei piaceri della vita.
Può essere definito un poeta augusteo dato che ha realizzato tutte le sue opere in un periodo storico complicato e caratterizzato da una grande instabilità poetica, dovuta al principato di Augusto durante il quale fiorisce la letteratura. Infatti Ottaviano ricerca la collaborazione di scrittori di grandissimo livello.
Può definirsi un epicureista che professa il concetto di ataraxia (serena calma), che consiste nella totale assenza di paura e di desiderio, a favore di una vita vissuta in equilibrio, col giusto mezzo, con moderazione e amando la campagna. Riprende anche la concezione del piacere stabile all’insegna, appunto, della moderazione.
Nonostante il legame più netto con l’epicureismo, di lui non si può dire che abbracciasse una specifica corrente filosofica. L’affermazione corretta è che si serve come meglio crede di ogni corrente filosofica, senza però diventarne schiavo. Appartiene, infatti, ad una diatriba (movimento di opinioni), una scelta che si basa su precisi concetti etici.
Altri concetti che stanno alla base della sua morale sono la metriotes, la morale del giusto mezzo, e l’autarkeia, che è l’indipendenza interiore e letteralmente significa “bastare a se stessi”. Quest’ultimo è un rilevante concetto che ritroviamo in Socrate come viene descritto nel Simposio di Platone.
I simposi erano nell’antica Grecia dei banchetti, generalmente organizzati dall’alta società, in cui ci si ritrovava per mangiare, bere e discutere di un argomento, filosofico o meno, scelto per ogni serata. Si dice, però, ci fosse tanta filosofia quanto vino. Se Socrate non disdegnava nessuno dei due, cos’ha il suo comportamento di così speciale? Il suo Simposio venne organizzato durante un banchetto che come tema di discussione aveva l’amore. Gli invitati sono tutti pronti, hanno già cominciato a bere, eppure manca qualcuno. “Che fine ha fatto Socrate?” si domandano tutti. Agatone, il proprietario della villa, affacciatosi sul giardino, lo vede lì fuori, assorto in meditazione, e non riesce in alcun modo a smuoverlo. È in questi momenti di meditazione che Socrate trae la propria forza spirituale e niente e nessuno può violare tale intimità.
Una locuzione latina di Orazio è l’aurea mediocritas ovvero “aurea moderazione” o “aurea via di mezzo”. Nella lingua latina il termine mediocritas non ha il valore dispregiativo che ha in italiano la parola “mediocrità”, ma significa piuttosto “stare in una posizione intermedia” tra l’ottimo e il pessimo, tra il massimo e il minimo, ed esalta il rifiuto di ogni eccesso, invitando a rispettare il “giusto mezzo”.
La mediocritas, pertanto, è la tendenza a mantenersi lontani dagli estremi di ogni posizione intellettuale o condizione di vita. Viene definita dal poeta “aurea”, che non è da intendere in senso letterale, cioè tutta d’oro, ma piuttosto come ottimale, come la migliore che si possa immaginare, così come l’oro è il più apprezzabile dei metalli. Questa concezione esistenziale si ispira alla filosofia epicurea, che invitava l’uomo a godere dei piaceri della vita senza abusarne, come per
esempio bere vino ma senza ubriacarsi, godere del cibo senza cadere nell’ingordigia, apprezzare il piacere sessuale senza soggiacere alla libido.
Qualora l’uomo la realizzi, avrà raggiunto il fine ideale, che è quello di trovare una misura in tutte le cose, come il poeta stesso raccomanda quando dice anche est modus in rebus (“moderazione in tutte le cose”). Questa espressione è anche riconducibile alla situazione corrente, in quanto ognuno di noi sta tentando di trovare una mediazione tra la situazione opprimente che è in atto e la tranquillità che regna all’interno delle nostre case, o che vediamo scorrere nel paesaggio fuori dalle finestre. Ci stiamo rivoluzionando, stiamo cambiando le nostre abitudini, imparando a capire cosa è veramente necessario per la nostra vita e cosa non lo è.
Inoltre, nella lirica oraziana un ruolo centrale è svolto dalla posizione della meditazione e della cultura filosofica: non si tratta più (come invece nelle Satire) di un ricerca morale fondata sull’osservazione critica degli altri, ma diventa centrale la coscienza della brevitas vitae (brevità della vita) che comprende, quindi, il motivo del carpere diem (cogliere il giorno) come necessità di appropriarsi delle gioie del momento, senza perdersi in vani e inutili progetti e speranze.
Un tratto della grandezza di Orazio consiste proprio nell’invito rivolto alla giovane Leuconoe: il consiglio, cioè, di cogliere l’attimo come un frutto alla sua stagione, nella consapevolezza che la fragilità umana ci chiede di non tormentarci con domande e ansie su un futuro che non ci appartiene. Le gioie della campagna vengono decantate e contrapposte al disagio della città, caotica e frenetica, ricca di fascino ambiguo e di pericolose insidie, soprattutto politiche.
Come oggi cerchiamo di rendere il problema meno doloroso, quando è possibile, tanto non possiamo porvi rimedio. Occorre imparare a guardarsi nello specchio della quotidianità, un carpe diem quotidiano per diventare migliori, cambiati quel tanto che basta per aprire di nuovo la porta alla libertà, quando sarà il momento.
Orazio dice: “Dum loquimir fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero” (“Mentre parliamo il tempo invidioso sarà già fuggito: cogli il giorno, confidando il meno possibile nel domani”); indica che bisogna apprezzare quello che si ha ed è ciò che vuole trasmettere dal momento che, come sappiamo bene, il futuro è tutt’altro che prevedibile.
You only live once è diventato l’acronimo cool “Yolo“, che significa “si vive una sola volta”. In realtà l’espressione latina e quella inglese non hanno esattamente lo stesso significato, però sono un invito a godersi la vita e a non sprecare le occasioni. Yolo è un po’ figlio delle nuove generazioni, anche se il primissimo uso è attribuito a Goethe che scrisse “Man lebt nur einmal” (vivi una volta sola).
Ci siamo fermati. Increduli, sbalorditi e disorientati stentiamo a credere che stiamo affrontando una calamità proprio ora. Proprio noi. Una di quelle che abbiamo studiato nei libri di storia e ci sembravano così lontane: una di quelle che abbiamo guardato nei film di fantascienza e ci sembravano così fuori dalla realtà. E, mentre noi siamo fermi a confrontare le nostre autorevoli impotenze, rimaniamo alla mercé di un virus che accelera tendenze politiche, economiche e sociali: l’istruzione avveniristica on-line, la chiusura dei negozi fisici, il passaggio del lavoro e degli sport sugli schermi, l’automazione del commercio… E, se da un lato il timore porta al silenzio e alla calma, paradossalmente dilata quel tempo che di solito la frenesia della vita ci toglie, ma dall’altro aumenta il ticchettare della mente, il desiderio di mettersi in salvo, di fare.
Elena Spadaro 4A


















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