Einstein diceva che nel mezzo delle difficoltà nascono le opportunità: se così fosse, questi mesi sono vere e proprie miniere d’oro, per cui purtroppo siamo costretti a pagare un prezzo immenso. Infatti mai nella storia recente tempi così duri ci avevano colpiti, mai qualcosa così piccolo aveva creato difficoltà tanto grandi da parere quasi insormontabili: così, mentre ai cittadini viene chiesto di isolarsi in casa, i Paesi devono uscire alla scoperto e aiutarsi l’un l’altro in una battaglia senza precedenti. In questo scenario l’Unione Europea diventa più importante che mai, riunendo molti Paesi feriti profondamente dal coronavirus, ed è chiamata a vincere una delle sfide più difficili della sua storia.
L’UE non si è certo fatta attendere e ha sfoderato velocemente alcune delle sue armi: già a fine marzo aveva attivato un “bazooka” da 1000 miliardi per acquisto di titoli di Stato, acquisto crediti e liquidità alle banche con tassi negativi. All’Italia sono andati ben 220 miliardi (essendo allora l’epicentro della pandemia fuori dalla Cina) in acquisti di titoli di Stato. Questo non solo ha fornito molto più margine di spesa al Governo, ma ha anche calmierato i tassi d’interesse per eventuali futuri investitori. Inoltre si è dato alle banche più spazio di manovra allentando le regole Basilea III, che avevano lo scopo di irrobustire il sistema bancario con una più prudente gestione di rischio e liquidità. Per aiutare le Pmi e le infrastrutture la BEI ha aumentato le linee di credito, consentendo così ai progetti più importanti per lo sviluppo di una regione di tirare un sospiro di sollievo. Per aiutare i governi nei loro sforzi contro il Covid-19 è stato sospeso il Patto di Stabilità, dando così ai vari Paesi l’opportunità di usare tutte le risorse possibili nella lotta alla pandemia, ed è stata consentita la riallocazione dei fondi UE disponibili, che nel caso italiano equivaleva a 1 miliardo. Cercando di favorire la risposta sanitaria dei vari Paesi all’emergenza, l’UE ha creato corsie preferenziali alle frontiere per il passaggio di materiale medico, ha istituito appalti comuni per il materiale medico, ottenendo così un maggiore potere contrattuale per tutti i membri, e ha dato ulteriori aiuti al programma Horizon 2020, che s’impegnerà nella ricerca di cure efficaci e di un vaccino contro il coronavirus.
Tuttavia non si può certo affermare che l’azione dell’Unione Europea è stata perfetta. Pur essendo le suddette misure un risultato eccezionale, una crisi epocale ha bisogno di una risposta di pari livello. In questo il processo decisionale UE ha rivelato tutte le sue criticità, specie nei rapporti tra le varie nazioni. Mentre si può comprendere la lentezza nel mettere in atto alcune operazioni comprensibile, dovendo far cooperare 27 Stati, imperdonabile è la mancanza di spirito comunitario nel momento più duro della storia recente. Proprio quando la situazione richiede più che mai il sacrificio di tutti per rinascere più uniti e forti, molti sembrano dimenticarsi il motto dell’Unione Europea “In Varietate Concordia” e cercano di superare la crisi da soli. In particolare si sono creati due fazioni all’interno dell’UE: la prima, guidata da Francia, Italia e Spagna, spinge per delle soluzioni di debito comune (come ad esempio gli Eurobond); invece la seconda, a cui si sono poste a capo Paesi Bassi e Germania, preferirebbe sfruttare a pieno gli strumenti già esistenti (tra cui il controverso MES). Incidentalmente la gran parte delle nazioni che appartengono all’ultimo gruppo sono quelle in cui il coronavirus ha fatto meno danni, vuoi per una migliore gestione da parte dell’esecutivo, vuoi per altre variabili come la modalità d’inizio del contagio. Questi, vedendo i tempi difficili che il proprio Paese sta passando e prevedendo quelli che passerà, non vogliono prendersi sulle proprie spalle anche pesi altrui, il che è perfettamente comprensibile. E sarebbe del tutto giustificato se l’UE non fosse altro che un accordo economico tra nazioni, e non un’Unione, un progetto politico epocale che mira a unificare l’Europa e a garantire a tutti i suoi cittadini i migliori standard di vita possibili. Il fatto di prendere parte a un’organizzazione basata su principi profondi di unità e giustizia rende giusto e necessario tendersi la mano l’un l’altro e affrontare la situazione insieme, per ripartire più forti di prima. Ma questa, incredibilmente, è la minore delle colpe dell’UE: la reazione all’assunzione a tempo indeterminato di pieni poteri da parte di Orban in Ungheria è stata tutt’altro che adeguata, dimostrando un’Europa debole e non in grado di far sentire la propria voce neanche al suo interno. Una misura che va così chiaramente contro ogni principio democratico e contro le idee su cui l’Europa stessa si è formata non può che ricevere con una risposta forte e decisa, che non lasci spazio ad alcuna forma di autoritarismo e di dittatura (cosa che è innegabilmente avvenuta in Ungheria, dove la maggioranza ha esautorato il Parlamento senza mettere alcun limite di tempo ai suoi privilegi).
L’UE sta chiaramente svelando i suoi punti deboli in un periodo così difficile, ma d’altra parte è naturale che sia così. E forse è proprio questa l’occasione che nasce nelle difficoltà: mettendo a nudo i problemi, si può finalmente iniziare a risolverli. Ma da dove iniziare? Oggi è necessario ritornare a quei principi su cui si è sempre basata l’Europa che hanno ispirato i pionieri dell’UE, quelli che per primi immaginarono dei concittadini non più dilaniati da guerre intestine, ma uniti nella fratellanza e nella libertà. Primo tra i valori è la dignità umana, che deve essere garantita in ogni Stato dell’Unione, non importa quanto sia necessario faticare per ottenerla. Legata a questa vi è la libertà, protetta dalla Carta di Nizza, e la democrazia, che va portata a tutti i costi in ogni parte dell’UE. Poi vi è il principio di legalità e l’eguaglianza di ogni cittadino davanti alla legge. Infine l’Europa si impegna a proteggere sempre e comunque i diritti umani, garantiti dalla suddetta Carta. Questi principi dovrebbero essere la bussola per orientare ogni decisione presa dai nostri leader: così è facile capire come sia necessario imporre il rispetto di questi valori anche ad Orban, la cui deriva autoritaria è ormai sotto gli occhi di tutti. Tuttavia questi principi non permettono di definire un chiaro modus operandi sul fronte economico. Per fare questo la via più adeguata è probabilmente guardare a come l’Europa è rinata dopo la Seconda Guerra Mondiale. Considerando ad esempio il miracolo economico italiano, si può notare facilmente che tra i fattori chiave vi è il rafforzamento dell’industria siderurgica, che in quegli anni ha fatto degli incredibili passi avanti. Certamente sarebbe stato più complicato ottenere un risultato del genere senza la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), che ha messo a disposizione questi prodotti a prezzi più bassi garantendo all’acciaio italiano un’incredibile competitività su un mercato che si stava ampliando esponenzialmente. Oggi, dopo uno stop economico del genere, è necessario seguire questo esempio e ricordarci che, in un mondo globalizzato, essere uniti significa essere più forti. Schuman, nella sua famosa dichiarazione del 9 maggio 1950, già diceva: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.” Questo è attuale ancora oggi: solo una solidarietà europea potrà creare un’Europa più unita (pur rispettando l’autonomia nazionale), in grado di collaborare e rialzarsi. Nonostante ci siano stati dei passi avanti, la sfida posta dal coronavirus ci impone di scegliere che cammino prendere, se allontanarci gradualmente o avvicinarsi ancor di più. Certamente non è una decisione semplice, ma l’orologio ticchetta: non abbiamo più tanto tempo.
Mathias Caccia 3C


















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