Nel XXIII canto del Paradiso, Dante Alighieri non descrive semplicemente il cielo, ma tenta qualcosa di molto più ambizioso: raccontare l’irraccontabile. È il momento in cui il viaggio ultraterreno smette quasi di essere poesia narrativa e diventa visione, esperienza mistica di bagliori, musica e silenzi.

Il poeta si trova nel cielo delle Stelle Fisse e assiste al trionfo di Cristo e della Vergine, ma colpisce davvero non tanto la scena in sé, quanto il modo in cui Dante sceglie di costruirla attraverso la luce.

Nel Medioevo la luce non era soltanto un fenomeno fisico che si stentava a capire, poiché non si erano ancora perfezionate le leggi fisiche dell’ottica. Era un linguaggio spirituale, un simbolo della perfezione divina e della conoscenza assoluta. Non è un caso che proprio questo tema ritorni anche nelle riflessioni raccolte da Umberto Eco nelle sue analisi sull’estetica medievale della luce. Secondo la sensibilità medievale, infatti, la bellezza coincideva spesso con ciò che splende, illumina, rivela. Dante sembra tradurre questa idea in poesia: nel Paradiso ogni anima brilla, ogni presenza divina emana chiarore, ogni verità si manifesta come luminosità crescente.

Il canto si apre con Beatrice che invita Dante a prepararsi a una visione eccezionale. È una scena quasi cinematografica: l’atmosfera cambia lentamente, la tensione aumenta, il poeta capisce che sta per accadere qualcosa di unico. Poi appare Cristo. Dante non lo descrive con tratti umani precisi e non insiste sul volto o sul corpo. Fa qualcosa di molto più moderno e suggestivo: racconta l’effetto che la sua presenza produce. Cristo è una luce impossibile da sostenere con gli occhi, una potenza luminosa che supera qualsiasi immagine terrestre e che penetra nella mente.

Emerge uno degli aspetti più affascinanti del canto: l’incapacità del linguaggio di stare al passo con ciò che accade. Se per tutta la Commedia ha costruito immagini concrete, dettagliate e spesso violentemente realistiche, adesso il poeta improvvisamente si arresta. Le parole sembrano insufficienti. Più la percezione si avvicina al divino, più il linguaggio umano si spezza e sembra insufficiente (mancando molte delle espressioni filosofiche, scientifiche e poetiche introdotte nei secoli successivi dagli studiosi più disparati). È una sottigliezza straordinaria: uno dei poeti più pignoli della letteratura italiana ammette che esiste qualcosa che la poesia non riesce a contenere.

Ed è proprio questo limite a rendere il canto così moderno, perché Dante non finge di poter spiegare tutto; anzi, trasforma la difficoltà stessa del raccontare in materia poetica, metanarrativa come nei romanzi del Secondo Novecento. In fondo, il lettore assiste non soltanto alla visione di Cristo, ma anche allo sforzo ragionato di un uomo che tenta di tradurla in parole.

Subito dopo compare la Vergine Maria, figura centrale dell’immaginario medievale e moderno. Gli angeli la celebrano con un canto dolcissimo e l’arcangelo Gabriele le gira intorno come una fiamma viva. Anche qui domina la luce, ma con una sfumatura diversa: non la luce accecante della potenza divina, bensì quella più armoniosa e rassicurante della Grazia.

Dante costruisce l’intero canto come una progressione luminosa, in cui ogni apparizione aumenta l’intensità visiva e spirituale della scena. Interessante come questa idea richiami proprio alcune concezioni estetiche medievali analizzate da Umberto Eco: la luce non serve soltanto a vedere, ma a dare forma alla bellezza e a manifestare l’ordine dell’universo, che nelle tenebre nessuno percepirebbe. Nel Medioevo il bello coincide spesso con la proporzione e con lo splendore, ed il Paradiso dantesco sembra funzionare esattamente così: un cosmo ordinato in cui tutto risplende perché tutto partecipa della perfezione divina.

C’è, poi, un dettaglio curioso che rende il XXIII canto particolarmente affascinante anche per un lettore contemporaneo. Dante utilizza spesso immagini astronomiche e cosmiche per descrivere il cielo, ma non lo fa mai in modo freddamente scientifico. Le stelle non sono oggetti lontani: diventano creature vive, elementi emotivi, strumenti poetici. In un certo senso, il Paradiso dantesco anticipa quella meraviglia cosmica che ancora oggi accompagna l’osservazione astronomica.

Il canto, infine, segna una svolta narrativa importante, poiché Dante è ormai vicinissimo alla visione finale di Dio, dopo aver attraversato tutto l’Inferno e tutto il Purgatorio. Per questa ragione, il tono cambia radicalmente: spariscono quasi completamente i conflitti, le invettive politiche e le scene drammatiche. Rimangono soltanto l’ascesa e l’ascesi spirituale.

Eppure, proprio in questa dimensione apparentemente lontanissima dall’esperienza quotidiana, Dante riesce ancora a parlare al lettore moderno, raccontando qualcosa di universale: il desiderio umano di comprendere ciò che lo supera. È il tentativo di guardare oltre i propri limiti, sapendo però che nessuna parola sarà forse davvero sufficiente per raggiungerli. Questo potrebbe essere uno dei motivi il motivo per cui il canto continua ancora oggi ad esercitare una sorta di fascino: non perché offra risposte semplici, ma perché mette in scena il momento in cui la poesia arriva sul confine dell’indicibile. E lì, proprio quando il linguaggio sembra cedere, nasce la luce di Dante.

                                                                                                                                                       Domenico Marrocco 4C

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