Il 12 ottobre 2018 i sindacati studenteschi hanno chiamato a manifestare gli studenti di decine di città italiane: Roma, Milano, Palermo, Trapani, Fermo, Modica, solo per citarne alcune. Lo sciopero deriva dall’inefficienza dell’attività didattica, ormai sempre più nozionistica e fine a se stessa, indipendente dallo sviluppo personale degli alunni. Inoltre, l’elevato costo del percorso di formazione e la riluttanza dei politici a superare le iscrizioni a numero chiuso nelle università inducono 135.000 ragazzi l’anno (dati aggiornati al 2017) ad abbandonare la scuola. E la situazione non accenna a migliora-re: non solo non si investe nell’istruzione, ma, anzi, negli ultimi dieci anni sono stati tagliati ben 8 miliardi di euro, più altri 100 milioni dichiarati nella legge di bilancio di quest’anno. Ne risentono anche gli edifici scolastici, spesso vecchi e con segni di cedimento, oppure non ancora a norma. Né mancano, naturalmente, le critiche contro l’Alternanza Scuola-Lavoro per via delle sue modalità di attuazione poco funzionali. Al fine di ottenere veramente dei risulta-ti, i sindacati degli studenti hanno programmato ulteriori scioperi nel corso del prossimo anno, in aggiunta a quelli per gli insegnanti. Scioperare è importante, perchè permette di manifestare legalmente il nostro dissenso. Inoltre, se lo si fa uniti, condurrà sicuramente qualche risultato. Un esempio in lampante è dato dalle proteste studentesche delle primavere del 1968-69 a favore di un sapere critico, una scuola più aperta, con metodi di insegnamento interattivi, in netto contrasto con la concezione autoritaristica e standardizzante del sistema scolastico di allora. Tali manifestazioni sfociarono in vere e proprie istanze parzialmente rivoluzionarie a livello globale, contro la struttura delle democrazie sviluppatesi nel Secondo Dopoguerra e contro il militarismo imperante. Questi movimenti si unirono era quelli operai del cosiddetto “Autunno Caldo” del 1969, i quali chiedevano maggior potere nella società e si opponevano ai vigenti modelli economici. Esiti concreti? Gli iscritti alle università, ora provenienti da classi sociali diverse, raddoppiarono e venne varato lo Statuto dei Lavoratori. Tuttavia, scioperare comporta la perdita della paga della durata della protesta e, colpite anche dalla rassegnazione, oggi molte persone decidono di non protestare, pur lamentandosi delle loro situazioni lavorative in separata sede. Ne consegue che solo poche persone sono propense a manifestare apertamente il proprio dissenso. Perciò, gli scioperi diventano quasi una formalità. Se, invece, fossimo più uniti e più partecipi, le proteste riscuoterebbero molto più successo, perchè le nostre lamentele sarebbero di gran lunga più clamorose e verrebbero ascoltate.
Tu, quindi, preferisci brontolare sempre rassegnandoti, oppure passare all’azione per cambiare le cose?

Davide Galizia 5A

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