La guerra è pace, la schiavitù è libertà, l’ignoranza è forza? All’apparenza possono sembrare ossimori senza particolare significato, semplici giochi di parole da manifesto postmoderno, ma in realtà rappresentano il punto focale di una delle più grandi e celebri opere orwelliane: “1984”. Questo lavoro estremamente famoso è figlio di un’epoca profondamente malata, caratterizzata da proibizioni, censure, ma soprattutto repressioni delle libertà individuali. L’intenzione dell’autore era di mostrare gli orrori del suo presente tramite una distopia, affinché potessero non essere mai più ripetuti, non quella di scrivere un involontario manuale di istruzioni per i potenti del futuro. Infatti è spaventoso, se non grottescamente comico, notare che molti degli elementi agghiaccianti riportati da Orwell non sono solo “alla base” dei programmi politici di alcuni degli Stati più potenti nel mondo, ma ne rappresentano l’esatta fotocopia, spacciata per normalità.

Il primo aspetto che da analizzare è ciò che sta alla base della politica del Ministero della Verità orwelliano: la censura. Nel periodo storico attuale, purtroppo, è diventata una delle armi più potenti per pilotare l’opinione pubblica. Infatti, talvolta, per evitare la divulgazione di certe informazioni o, semplicemente, per puro scopo propagandistico, viene attuata questa gravissima pratica, spesso sotto il falso nome di “fact-checking” o “lotta alle fake news”, in nome del “politicamente corretto” (ma corretto da chi?). Si potrebbe sicuramente citare l’annuncio mandato in onda da tutti i telegiornali RAI nel quale veniva ufficializzato il fatto che essa stessa sarebbe diventata il megafono propagandistico del Governo attuale in vista dell’imminente referendum sulla magistratura. La conseguenza diretta è che gli esponenti del Governo avrebbero la possibilità di intervenire senza interruzioni e senza limiti di tempo durante le trasmissioni, trasformando il servizio pubblico in un bollettino di partito. Il controllo delle informazioni è il primo passo verso delle forme di totalitarismo (l’ignoranza è forza), perché un popolo disinformato è più facile da governare, e la televisione di Stato, che diventa megafono di chi comanda, è il primo mattone di quell’ipotetica costruzione del consenso.

Il secondo aspetto in esame è sicuramente la repressione delle libertà tramite la violenza, anch’essa pratica  assai diffusa e, a quanto pare, esportabile. Il regime del terrore basato sulla violenza è sempre stato condannato, a partire da Napoleone e da Robespierre, fino alla Gestapo nazista, ma è ancora diffusissimo, specialmente quando lo sfruttano i cosiddetti “buoni”. Ne è prova tangibile la nuova forza di polizia istituita dal presidente degli Stati Uniti d’America, denominata ICE, come si volesse “raffreddare” l’immigrazione. Questo organo delle forze armate ha avuto il compito di utilizzare la violenza per deportare i vari immigrati, anche regolari, senza distinzioni di sesso, etnia o età. Circolano dei video terrificanti di bambini di pochi anni obbligati con la forza a lasciare gli Stati Uniti senza accompagnatori, in nome di una sicurezza che sa tanto di purezza o pulizia etnica. È una buona messa in scena di “libertà è schiavitù”: sei libero di startene nel tuo Paese, magari distrutto dalle nostre bombe o dalle nostre sanzioni economiche predatorie, ma non osare cercare una via di fuga a casa nostra, perché siam già troppi e troppo indaffarati.

Il terzo punto da analizzare è sicuramente la guerra fatta passare come un’operazione pacificatrice, come qualcosa di nobile e necessario, quando invece è portatrice di morte e di distruzione. L’esempio più lampante è il recentissimo lancio molto mirato di missili sull’Iran, fatto passare come “esportazione di democrazia” all’interno di un “sistema malato e perfido come la teocrazia iraniana”. È uno smascheramento del chiaro atto di aggressione compiuto dal presidente Trump su spinta di Netanyahu, che ha comportato la morte di un vecchio leader legittimato solo dal capo politico precedente e non da libere elezioni (la guerra è pace). Si bombarda un Paese per portare la pace? Si uccidono migliaia di persone per portare la democrazia? Ma la volevano?

Orwell provava ad avvertire i suoi concittadini, in nome dell’antichissimo principio secondo il quale tutto l’orrore che è stato compiuto nel passato non si sarebbe mai più dovuto ripetere; ma l’Uomo è sempre stato egoista e testardo, vincolato quasi solamente ai propri interessi.

Una dimostrazione può essere il terribile genocidio in atto in Palestina a partire dall’inizio del 2024, con effetti di distruzione e morte che, pur facendo il giro del mondo in tempo reale, vengono sistematicamente sottovalutate, ridimensionate o giustificate. Non sono bastati la Shoah, lo sterminio dei curdi, il massacro sistematico degli armeni, l’orrore del Rwanda, o le uccisioni vendicative nella ex-Jugoslavia, per imparare la lezione. L’umanità assiste impotente – o, peggio, complice nel silenzio, oppure nel chiacchiericcio unilaterale – all’ennesimo capitolo di questa lunga scia di sangue, dimostrando che “mai più” è solo uno slogan negativo, ottimo per decorare le commemorazioni ufficiali e i discorsi di circostanza, ma prontamente dimenticato quando si tratta di difendere interessi geopolitici o alleanze strategiche.

Basterebbe studiare in modo critico la Storia, per rendersi conto che l’odio razziale, il nazionalismo esasperato e la disumanizzazione dell’altro sono un cancro che va estirpato e rimosso nella maniera più assoluta dalle società che pretendano di dirsi libere e moderne. Invece preferiamo costruire muri, fisici o mentali, preferiamo etichettare come “terroristi” intere popolazioni per giustificarne l’eliminazione, preferiamo raccontarci che questa volta è diverso, che questa volta è “difesa” e non aggressione. La Storia non è una pessima maestra, come qualcuno ama ripetere con cinico distacco, poiché il vero problema è l’Uomo, che si rivela uno studente profondamente distratto dai manifesti appiccicati ai muri della sua classe, assopito sul proprio banchetto economico e volontariamente cieco di fronte ai dolori degli altri.

Alessandro Mammone 5H

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