Non solo templi e mare: il vero cuore dell’isola è nel calore della sua gente. Viaggio in una terra che non si limita a ospitare, ma sa accogliere con tutta l’anima.
Se il Mediterraneo occidentale avesse un baricentro emotivo, sarebbe senza dubbio in Sicilia. Definirla una semplice meta turistica parrebbe riduttivo, poiché fornisce un’esperienza sensoriale travolgente, sorretta dal profumo della zagara che si mescola alla salsedine e alla vivacità dei mercati storici. Eppure, dietro alla bellezza di Agrigento o al fascino barocco di Noto, si cela un grande patrimonio immateriale altrettanto importante, benché non prezioso: la cultura dell’accoglienza.
Un’eredità molto antica.
L’ospitalità siciliana non è una moderna strategia di marketing, ma un’eredità genetica che affonda le radici negli Xenia greci, ossia nel dovere sacro di onorare lo straniero. Per un siciliano, il visitatore non è un utente di passaggio, ma un ospite a cui svelare con un discreto orgoglio le proprie qualità locali. Che ci si perda tra i vicoli di Ortigia o si risalgano i pendii lavici dell’Etna, l’approccio resta sempre legato a delle indicazioni date con enfasi, a degli aneddoti molto dettagliati e all’immancabile consiglio sul luogo in cui assaggiare il cannolo più autentico o il dolce di pasta di mandorle, lontano dalle rotte commerciali, tanto deprecate dalla nobiltà locale sin dall’Ottocento.
L’innnegabile incanto dei borghi.
Se le spiagge di San Vito Lo Capo o il mare limpido delle Eolie restano i richiami più magnetici, il turismo isolano sta vivendo una metamorfosi, poiché si sta diffondendo un modello che spinge i viaggiatori verso l’entroterra, in borghi sospesi nel tempo, come per esempio Gangi o Sambuca, dove l’accoglienza si fa intima e confidenziale: si può essere fermati per un caffè da chi, seduto sull’uscio di casa, custodisce la memoria storica del luogo, come avveniva anche in molte altre parti d’Italia prima dell’età moderna del consumismo. È un turismo di relazione, fatto di sguardi e racconti, più che di selfie superficiali in cui, al posto di fotografare le bellezze locali, si inquadra sempre soprattutto la propria faccia.
Le dure sfide della modernità.
Naturalmente, la bellezza non basta, perché ormai la Sicilia è chiamata ad una prova di maturità: potenziare infrastrutture spesso arretrate agli Anni ’70 e promuovere uno sviluppo ecosostenibile. L’obiettivo è proteggere un ecosistema delicato, trasformando il turismo stagionale in una risorsa più costante, che valorizzi l’isola dodici mesi all’anno, tutelando l’autenticità dei luoghi dal rischio della “museificazione” o dello spopolamento. Il timore è che la bellezza si trasformi in un limite. Fenomeni come quello di Erice mostrano un esempio di “museificazione”: un borgo incantevole che, pur attirando migliaia di visitatori, rischia di svuotarsi dalla sua anima pulsante.
L’impronta dell’isola.
Lasciare la Sicilia significa portar via un senso di nostalgia misto a gratitudine. È una terra che non si limita a offrire un panorama innegabilmente bello, ma vorrebbe adottare chiunque decida di attraversarla, perché, come insegna la tradizione locale, in Sicilia nessuno è mai davvero un estraneo, ma solo un amico non ancora conosciuto. Come dice un vecchio detto: “Cu’ esci d’ ‘a so’ casa, va circannu’ ‘a so’ casa” (Chi esce dalla propria casa, va cercando la propria casa). È la sintesi perfetta dell’ospitalità siciliana: la promessa che nessuno si sentirà mai davvero un forestiero.
Francesca Sorace 2I


















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